Solitudini montane. Tre racconti nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

di Chiara Rantini

614px511-laforestadelsilenzio-da-cover-387x320

P. Ciampi, M. Vichi, P. Zannoner, La foresta del silenzio. In bicicletta nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Ediciclo ed., Portogruaro (VE), 2017.

Tre scrittori toscani narrano in questo libro il loro approccio ad uno dei luoghi più belli d’Italia. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è il grande protagonista di ciascuno di questi racconti. Lasciarsi coinvolgere dalla bellezza delle descrizioni e dalle sensazioni suscitate dal paesaggio è un tutt’uno con la lettura di questo breve testo di una centinaia di pagine. Pur nella loro diversità e originalità, le voci narranti sono accomunate dalla volontà di scoprire questo territorio aspro e selvaggio in ogni suo aspetto storico, culturale, sociale senza mai rinunciare però al proprio punto di vista, a ciò che emotivamente porta con sé l’esperienza del viaggio in bicicletta. Anche la scelta del mezzo tramite il quale esplorare un luogo ha infatti la sua importanza. Pur nutrendo inizialmente una certa diffidenza verso la cosiddetta e-bike, ovvero la bici con la pedalata assistita, i tre scrittori hanno saputo cogliere le particolarità del parco: prima fra tutte la dimensione del silenzio e della solitudine dei grandi spazi boscosi che si estendono da una parte all’altra del crinale tosco-romagnolo. Solo nella dimensione del silenzio, a cui gli abitanti delle città sono così poco avvezzi, infatti è possibile ascoltare le voci della natura e di chi da secoli ha lasciato una traccia nella storia. Abitanti silenziosi che contribuirono alla bellezza del luogo con il loro lavoro come, ad esempio, i monaci camaldolesi o l’amministratore forestale granducale Karl Siemon che lasciò la nativa Praga per trasferirsi tra questi boschi senza più fare ritorno in patria. A queste voci illustri si aggiungono quelle di coloro che abitando questi luoghi ne hanno raccontato, perlopiù in forma orale, le tradizioni e i segreti. Storie che si sono tramandate di generazione in generazione e che, nell’Ottocento, Emma Perodi raccolse nella sua goticheggiante raccolta di “racconti casentinesi”. Così anche per il lettore sarà facile navigare sulle pure acque del lago di Ridracoli seguendo il racconto di Paolo Ciampi, avventurarsi nelle pieghe della storia di questa antica terra ascoltando la voce di Paola Zannoner e magari sognare un’avventura fantastica popolata di fantasmi e apparizioni sui passi della narrazione di Marco Vichi.

Ed ora, per dare un assaggio di lettura, ecco qui tre piccoli estratti:

Il bosco fa di tutto per mettermi a suo agio. In questo preciso istante, ore tre del pomeriggio, non c’è uomo di città che possa invidiarmi. Ma soprattutto sono amici, gli alberi. Si fanno avanti in punta di piedi e portano in dono il loro silenzio. (Paolo Ciampi)

Il sole era già alto e scacciava i fantasmi. Presi una stradina secondaria che portava verso Badia Prataglia. La solitudine toglieva le briglie al pensiero, che si sentiva libero di girellare dove gli pareva accavallando ricordi, immaginazioni e sogni, come nei romanzi più belli. (Marco Vichi)

Qui, invece, è tutto a portata di mano. Per esempio, ora gli alberi sono carichi di ciliegie, mature al punto giusto, appena un po’ aspre. Le mangi e torni bambina al paese di nonna. (Paola Zannoner)

battello-diga-ridracoli

Wilderness e vita

l. weller Wildernessdi Chiara  Rantini

Lance Weller, Wilderness, Keller editore, Rovereto (TN), 2016

Abel Truman è un uomo anziano, reduce dalla battaglia della Wilderness che contrappose gli stati del Sud contro quelli del Nord nella guerra di secessione americana. Vive in completa solitudine sulla costa settentrionale del Pacifico in una baracca di legno insieme ad un cane che si è smarrito nella foresta. La sua esistenza precaria fatta di amari ricordi e di persone perdute nell’orrore della guerra viene sconvolta dall’incontro con due avventurieri che, nella notte, gli rubano il suo fedele compagno di vita. Abel, disperato, si mette sulle loro tracce inoltrandosi nella foresta verso le alte montagne. Più volte aggredito e quasi sul punto di morire, viene soccorso da una coppia che vive isolata nel bosco per difendersi dalle offese del razzismo. Nella loro casa, Abel ritrova il proprio cane anche lui salvato dalla stessa coppia di sposi. Abel potrebbe mettere fine alla sua vita errabonda e trascorrere la vecchiaia in pace ma non prima di aver portato a compimento un’importante missione. L’inverno che sta arrivando lo avvolgerà tra le sue mortifere braccia sulle montagne della catena del Pacifico.

Questo romanzo, dal sapore di un’epopea, col suo ritmo lento e le lunghe descrizioni della selvaggia natura del continente americano, non segue una scansione temporale cronologica, ma alterna il racconto del presente con quello del passato. Ciò che colpisce il lettore è la sapiente caratterizzazione dei personaggi, la loro carica emotiva e la loro capacità di essere talvolta compassionevoli, talvolta crudeli. Su tutti aleggia lo spettro della guerra, la sua incredibile devastazione, la sua potenza che ha degli effetti disumanizzanti sull’intera popolazione. Conseguentemente, l’essenza della wilderness che dà il titolo al libro non è tanto l’ambiente naturale che fa da scenografia alla storia quanto la vita stessa degli uomini e delle donne. La guerra ha azzerato ogni comportamento civile facendo regredire l’uomo ad uno stato primitivo in cui sono gli istinti, nel bene e nel male, a prevalere. Ci sono personaggi come Hypatia, Ellen, Glenn e Oyster Tom che, in quanto privi di potere perché non appartenenti alla razza bianca o semplicemente perché donne, trasformano l’odio e le violenze subite in una straordinaria capacità di provare compassione per il genere umano, indifferentemente dal colore della pelle o dalla fedeltà ad una ideologia. Ci sono altri come Abel stesso che tentano di cancellare il marchio che la guerra ha lasciato nelle loro anime, oltre che sui loro corpi, senza tuttavia riuscire a liberarsene definitivamente se non di fronte alla fragilità di un vecchio cane malato o di una bambina a cui hanno barbaramente ucciso i genitori. Infine appaiono anche personaggi assolutamente negativi, come i due avventurieri responsabili del furto del cane e di altri terribili misfatti, che incarnano l’essenza della crudeltà e l’assurdità della violenza. Ma il male, così sembra dirci lo scrittore americano, dopo aver colpito vittime innocenti, si rivolge contro chi lo ha fatto come in una sorta di resa finale dei conti. La bambina salvata da Abel e da Glenn diviene perciò l’emblema della vittoria della vita sulla morte, della possibilità della rinascita del mondo dalle ceneri lasciate dalla furia dell’umanità. Le ultime pagine del libro rappresentano quindi un messaggio di speranza che Weller ha voluto dare ai lettori come risposta alle barbarie della guerra e che noi accogliamo con profonda gioia. Buona lettura!

 

La città dei sogni. Bagliori a San Pietroburgo.

bagliori a san pietroburgodi Chiara Rantini

Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo, Iperborea, Milano, 2017

Jan Brokken, giornalista e scrittore olandese, dopo Anime baltiche, ritorna nuovamente nell’ex Unione Sovietica scegliendo la città che meglio rappresenta la cultura e la letteratura russe.

Brokken aveva già visitato San Pietroburgo nel 1975, durante il regime comunista, raccogliendo una serie di sensazioni e di suggestioni che, a causa delle limitazioni negli spostamenti, non potevano che essere parziali. Nel 2015, nel pieno dell’inverno russo, decide quindi di tornare nell’antica capitale. Ora è libero di andare dove vuole e facilmente può constatare quanto la città sia cambiata rispetto al passato, nel bene e nel male. I palazzi fatiscenti sono stati restaurati, le vie del centro sono ben curate ma c’è anche una controparte: l’ingresso incondizionato dei simboli del consumismo (Mc Donald’s, catene di negozi di grandi multinazionali, boutiques di lusso) non ha risparmiato gli angoli più pittoreschi della città. San Pietroburgo si è uniformata al modello di altre metropoli europee perdendo un po’ del suo fascino fin siècle che, paradossalmente, era ancora nell’aria nel 1975. Le pagine del libro di Brokken rievocano proprio questo glorioso passato artistico-letterario. A San Pietroburgo vissero i più importanti scrittori e artisti del XIX e XX secolo tra i quali Esenin, considerato dai pietroburghesi stessi come il più grande poeta della patria e Anna Achmatova che affrontò il dolore della persecuzione dei propri familiari da parte delle autorità sovietiche. Molti dei grandi letterati che qui soggiornarono presero la via dell’esilio continuando ad essere legati visceralmente a questa città pur nella lontananza: tra loro Nina Berberova e W. Nabokov. st-petersburg

Un posto d’onore spetta a F. Dostoevskij come il letterato che meglio seppe interpretare lo spirito di San Pietroburgo. Senza questa misteriosa e affascinante città non sarebbero nati capolavori come I demoni, Delitto e castigo o un racconto come Le notti bianche.

Da molti considerata come l’Amsterdam dell’est, San Pietroburgo fu pensata e costruita dallo zar Pietro il Grande nel secolo XVIII; come la gemella nederlandese, a cui si ispirava il sovrano, sorse sull’acqua, attraversata da una fitta rete di canali a pochissima distanza dal mare. Una città freddissima d’inverno, dal clima malsano e nebbioso nelle altre stagioni; un luogo che tra le sue brume può nascondere efferati delitti e grandi misteri.

Grazie ad una estesa ed accurata documentazione fotografica, il lettore di Bagliori a San Pietroburgo può incontrare visivamente il volto dei protagonisti che hanno fatto grande questa città. Così guardando il volto serafico e bellissimo del principe Jusupov è difficile riconoscere i tratti dell’assassino di Rasputin, come è arduo intuire nel sorriso giovanile di Esenin il presagio di una volontà suicida che lo porterà a morire in una camera d’albergo a soli 23 anni mentre era al culmine della propria fama di poeta. Prince_Felix_Yusupov

È doveroso ringraziare l’impegno di Brokken per aver raccolto tutte queste storie e averne fatto un unico libro raccontato con la mente e col cuore. Sì perché ciò che distingue questo testo da un qualsiasi volume di critica letteraria o di cahiers de voyages è proprio la partecipazione emotiva, l’attaccamento a San Pietroburgo che emerge da ogni singola pagina. Un monumento ad una delle più belle città d’Europa.

Le porte della foresta. Un romanzo di Elie Wiesel

le porte della foresta wieseldi Chiara Rantini

Elie Wiesel, Le porte della foresta, Giuntina, Firenze, 2017

Quattro sono le stagioni dell’anno, quattro le prove della vita che Gregor, in fuga dal delirio della persecuzione nazista deve affrontare. Gregor ha perso tutta la sua famiglia, non ha più una casa, non ha più una nazionalità. In lui il processo di sradicamento, di cui parlava Simone Weil ne La prima radice, ha raggiunto il suo apice tanto che il giovane ebreo dubita perfino della propria identità, sospesa in una terra di nessuno, la foresta appunto, e in una zona di confine dove quattro lingue si confondono tra di loro: rumeno, ungherese, yiddish e tedesco. Gregor rischierebbe di perdersi definitivamente e di finire nella mani dei nazisti che lo stanno cercando se non incontrasse, nascosto come lui in un anfratto della foresta, Gavriel, un vero amico che accetta di sacrificare se stesso perché Gregor possa continuare a vivere. E così, assunto il nome dell’amico perduto e dell’angelo guerriero, si unisce ai gruppi di ebrei resistenti che hanno la loro base nei luoghi più inaccessibili della foresta. Ma la via della liberazione è ancora lunga e tortuosa, dovendo passare ancora una volta per il sacrificio di un amico, membro della resistenza. Nell’ultima stagione, la persecuzione è finita, Gregor ha sposato la donna amata dall’amico perduto. La pace è solo un’apparenza perché la guerra continua a generare i suoi effetti nefasti nelle anime di chi l’ha vissuta. Ciò che Gregor, alias Elie Wiesel, continua a chiedersi ripetutamente è quale parte di responsabilità abbia avuto Dio nella tragedia ebraica. Di fronte a tanto e tale orrore, il protagonista sente di doversi ribellare, accusando Dio per la sua cecità. Nelle ultime pagine del libro, discutendo con un chassid, Gregor arriva a mettere in dubbio la fede, interrogandosi su come si possa ancora credere in Dio dopo ciò che è avvenuto. È l’incomprensibilità del dolore che fa scaturire questa domanda a cui, però, il saggio chassid, messo duramente alla prova, risponde con un pensiero che mette in luce il significato della sofferenza nella vita umana:

È disumano volersi chiudere nel dolore, nel ricordo, come in una prigione senza porte, senz’aria. La sofferenza deve aprirci al prossimo, non fare dell’altro un estraneo. Il Talmud dice che Dio soffre assieme all’uomo. Perché? Per rafforzare i legami tra la creazione e il creatore. Dio sceglie il dolore per capire meglio l’uomo e farsi capire meglio da lui. (…)

Colui che si sottopone a una prova difficile deve ringraziare tre volte l’Onnipotente: in primo luogo, di avergli dato la forza di sostenere la prova; poi, di avervi messo fine e, in terzo luogo, di aver istituito la prova stessa. (…) Alla fine della sofferenza, alla fine del mistero, c’è Dio. E all’inizio? Dipende solo dall’uomo che egli sia presente anche all’inizio.

Dio dunque è sempre presente ma spesso l’uomo non avverte la sua presenza. È questo il problema di Dio e dell’uomo su cui tanta saggistica e letteratura ebraica si è confrontata a partire dall’avvento della Shoah. Anche questo libro di Wiesel in definitiva parla del rapporto tra il divino e l’umano e lo fa usando un linguaggio tragico, passionale, a tratti poetico: uno stile comune a molti altri testi di Wiesel, a partire dai quali, i lettori possono continuare a riflettere sul periodo più buio della storia europea.

Nel giardino dei cosacchi. Brokken incontra Dostoevskij

20161108114257_271_coverdi Chiara Rantini

Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi, Iperborea, Milano, 2016

Dopo Anime baltiche, Brokken torna nuovamante ad oriente spingendosi fin nel cuore della Russia tra gli Urali e gli Altaj. Sospeso tra realtà storica e finzione letteraria Il giardino dei cosacchi è narrato in prima persona da Alexander von Wrangel, barone russo-baltico che appena ventenne assiste al plotone di esecuzione che avrebbe dovuto condannare a morte Dostoevskij. Il grande scrittore russo ricevette la grazia all’ultimo momento ma fu destinato ai lavori forzati in un luogo sperduto della Siberia. Qui, alcuni anni dopo, si ritrovano i due protagonisti, giudice l’uno, coscritto l’altro. Nasce tra di loro una profonda amicizia inizialmente fatta di interessi comuni – soffrivano moltissimo del loro isolamento culturale – ma che, in seguito, assume un carattere fortemente confidenziale. Entrambi innamorati di due donne sposate, trovano conforto cercando un po’ di pace ai loro affanni nella reciproca compagnia all’interno di un lussureggiante giardino strappato all’aridità della steppa asiatica, giardino che è l’emblema di rinascita e di civilizzazione.

Von Wrangel avrà un ruolo fondamentale nella riabilitazione di Dostoevskij sia come uomo che come scrittore. L’autore delle Notti bianche, per quanto debitore, manterrà viva la fedeltà verso l’amico  durante l’esilio in Siberia, salvo poi, a riabilitazione avvenuta, disconoscere questa stessa fedeltà per banali questioni finanziarie. Si tratta quindi di una grande amicizia che innalzatasi fino alle vette supreme della condivisione finisce miseramente nel fango della mediocrità quotidiana. Un triste epilogo che Brokken riesce a narrare magistralmente illustrandone le luci e le ombre.

Di seguito, vi lasciamo alcune citazioni tratte dal testo.

Buona lettura!

Spring seamless background with blooming branches of cherryA volte la speranza è un’esperienza più intensa dello stesso vissuto.

La maggior parte delle persone è superficiale nei propri sentimenti, lui era di una profondità infinita. Era come se mi mostrasse che l’amore è una questione di capacità di resistenza, come la vita stessa.

Di tutte le scuole, viaggiare non è forse la migliore – quella dev’essere l’amore – ma è sicuramente è la più varia.

 

La strada della vita. Una raccolta di poesie di Davide Bergamin

meglio tdi Chiara Rantini

Davide Bergamin, Meglio tardi, Centro tipografico livornese editore, Livorno, 2016

Circa quaranta poesie fanno parte di questa raccolta di un autore esordiente che scrive poesie da molto tempo ma che soltanto adesso, per una serie di circostanze favorevoli nella vita, ha deciso di rendere pubbliche le sue composizioni. Il titolo della raccolta sembra infatti fare riferimento a questa condizione: “Meglio tardi” che mai, si potrebbe dire, a proposito della scelta di uscire allo scoperto mettendo a nudo i propri pensieri. Questa sincerità è infatti la nota caratteristica di queste poesie che, nel loro stile semplice e diretto, parlano al cuore evocando emozioni e sensazioni. Molto forte si sente il legame con il territorio e non poche sono le suggestioni date dall’amore per la natura verso la quale l’autore rivolge uno sguardo infantile pieno di stupore e di sacralità come, ad esempio, si legge in Orizzonte dove il poeta lascia vagare i suoi occhi sugli eventinaturali (il volo delle anatre, il salto della rana) e ha non poche difficoltà a richiamarli all’ordine “adulto”.

Lo stesso incanto lo ritroviamo anche in una situazione apparentemente opposta, descritta in Dentro, dove gli occhi preferiscono restare chiusi perché solo nel sogno l’autore sembra ritrovare la purezza dell’anima e l’innocenza infantile.

C’è inoltre una particolare attenzione alla memoria, sia essa personale o collettiva. Ricordi di una comunità contadina di cui l’età contemporanea ha cancellato le tracce e ricordi personali come il componimento che l’autore dedica alla madre (Mia madre). Sembra di sentire in queste poesie la nostalgia per quel calore (il caldo della stufa in La valle dell’oro) e per quel senso di protezione che le antiche cinte murarie sapevano offrire agli abitanti del paese (Storia). Di tono minore sono invece, a mio parere, i componimenti che hanno il carattere dell’invettiva e che si popolano di una sovrabbondanza di punti esclamativi. Ma nel complesso ci aspettiamo ancora delle buone prove per questo nuovo autore.

LA PUREZZA DEL GIOCO DELLA VITA. IL “FAIR PLAY” DI TOVE JANSSON

fair playdi Chiara Rantini

Tove Jansson, Fair play, Iperborea, Milano, 2017

Due amiche. Due artiste. Lavorano a poca distanza l’una dall’altra vivendo in una casa comune su un’isola a largo di Helsinki, condividono delle passioni, si confrontano, a volte litigano ma tornano sempre a parlarsi. Questa è la loro vita narrata con una scrittura delicata, lieve e tuttavia concreta da Tove Jansson, autrice finlandese di lingua svedese maggiormente nota per essere l’ideatrice dei Mumin.

“Fair play” è una raccolta di brevi racconti che si possono leggere in continuità o separatamente; sono piccole schegge di vita, velatamente autobiografiche, in cui la scrittrice, attraverso le vicende di Mari e Jonna, racconta dei rapporti umani, dell’amicizia, della centralità del lavoro come realizzazione di sé e di come in tutto questo, giochi un ruolo fondamentale l’amore. Lavoro e amore sono gli imperativi della Jansson a cui cercò di essere fedele in tutta la sua vita. Non a caso questo libro fu pubblicato in tarda età, quando già erano passate per lei settantacinque estati, ovvero nel momento in cui, anche nella scrittura, si avverte la necessità di tracciare un resoconto della vita trascorsa, sul suo significato in mezzo ad un’apparente mescolanza di disordinati episodi.

Questo testo è anche il tentativo di rendere onore ad una amicizia che, nel caso della Jansson, durò per più di quaranta anni, un libro che è la prova di come sia difficile, ma non impossibile, curare le relazioni umane senza dover rinunciare a se stessi, senza doversi annullare nell’altro, senza perdere la capacità di essere empatici, compassionevoli, comprensivi.

Fa da sfondo a queste vicende di vita quotidiana la raffinata bellezza del mar Baltico, con la sua luce settentrionale, la purezza e la nitidezza delle forme che già di per sé sono un’opera d’arte. E l’arte non a caso ha un posto importante in questo libro e non solo perché una delle due protagoniste è pittrice e intagliatrice del legno. L’arte la si respira nelle parole, nelle descrizioni che la Jansson fa anche del più piccolo dettaglio, come ad esempio in un bellissimo brano, che chiude questa mia recensione, in cui Mari riceve un noto artista polacco. I soggetti della sua arte sono semplicemente “mani”, pensate e create però come se fossero il centro del corpo e lo specchio dell’anima. Così la Jansson ce le descrive:

Una dopo l’altra, le mani venero spacchettate e disposte davanti a Mari, che le osservò in silenzio.

Erano incredibilmente belle. Mani timide, mani avide, riluttanti, imploranti, indulgenti, mani che esprimevano rabbia o tenerezza. Mari le sollevò una a una.

Si era già fatto piuttosto tardi. Alla fine disse: «Sì. Capisco.» Esitò un istante, poi proseguì: «Qui c’è tutto. Perfino la pietà. (…)»

 

Quando avevamo ancora dei sogni. Vita e adolescenza nella Germania riunificata

di Chiara Rantini

clemens meyer eravamo dei grandissimiClemens Meyer, Eravamo dei grandissimi, Keller editore, Rovereto (Tn), 2016

 

Per approcciarsi a questo emozionante, complesso testo di Clemens Meyer consiglio di cominciare dal titolo in lingua originale. In tedesco “Als wir träumten” si traduce con “quando sognavamo” o meglio ancora con l’espressione “quando avevamo ancora dei sogni”. E sono proprio i sogni a costituire il motore della narrazione, la linfa di cui si alimentano i personaggi. Ci sono grandi sogni che toccano la collettività e piccoli sogni che coinvolgono il singolo individuo. In questo libro li incontriamo entrambi. Il testo di Clemens Meyer, infatti, ha il merito di essere riuscito a creare un’intesa tra ciò che la macro storia produce e ciò che si genera nella vita individuale. Non a caso, la narrazione si muove su capitoli non legati temporalmente. Questo andare continuamente avanti e indietro nel tempo serve a creare nel lettore quella giusta dose di incertezza necessaria a calarsi nel caos emotivo e storico generato dalla caduta del Muro di Berlino nelle città dell’ex-DDR. Ma entriamo nello specifico. Siamo a Lipsia, periferia est della città. Un gruppo di adolescenti, totalmente inconsapevole dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo sopra le proprie teste, affronta l‘esistenza di tutti i giorni come se fosse una guerra. I giovani si dividono in bande che si fronteggiano le une contro le altre per il controllo del territorio. Di una di queste bande fa parte il narratore, Daniel Lenz che racconta della propria vita dai momenti che seguirono il novembre del 1989 fino ai primi anni Novanta. Sono anni di grandi cambiamenti dove il venir meno di una struttura rigida e vigile quale era il sistema scolastico e sociale del regime di Honecker genera una situazione di impasse in cui, sotto la bandiera della libertà conquistata (ma forse soltanto desiderata), succede di tutto. Il tessuto sociale viene meno e in questo clima alla “Trainspotting” dove spaziano bande incontrollate di giovani teppisti, niente sembra più avere un valore se non quello dellamicizia e della fedeltà al gruppo di appartenenza. Daniel e i suoi amici vivono ogni giorno come se fosse l’ultimo, in uno stato di tensione costante animata da furti di auto, bevute colossali, risse sanguinose e soste nei riformatori. Ciò che colpisce è il soccombere dell’istituzione familiare (in particolare i padri che escono totalmente sconfitti dal confronto generazionale, tema assai caro alla letteratura tedesca moderna e contemporanea) e l’impotenza delle autorità (civili, ecclesiastiche e scolastiche) che intervengono solo per punire e sanzionare. Ciononostante, il romanzo di Clemens Meyer non è privo di speranza. Anzi, pare che sia proprio in mezzo alla crudeltà della vita che possano emergere iceberg di umanità. I personaggi sono degli anti-eroi che difendono i loro sogni di amore, fratellanza e lealtà contro una realtà che non comprendono e che li annienta come individui. Ed ecco quindi l’importanza del titolo. Tutti i cambiamenti generano dei sognatori perché nel passaggio a qualcosa di diverso tutti sperano di poter vedere realizzati i propri desideri. Daniel vorrebbe credere nei propri sogni di amore (nei confronti di una “pioniera”, Katja, che fugge senza preavviso all’Ovest, verso un’amica, Estrellita, che vede scivolare velocemente nella droga e nella prostituzione) ma la storia gli offre sempre il lato peggiore della realtà. E tuttavia Daniel continua a sognare e a sperare legandosi sempre di più a ciò che può dargli ancora amore, sia esso l’affetto degli amici o quello di un cane.

Da ciò pare evidente che lo scrittore voglia lasciare a noi lettori un chiaro messaggio, ovvero che non si può vivere senza il calore degli affetti e che, nella vita, c’è un’unica risposta alla durezza della realtà e un’unica via di uscita dalla spirale della violenza. L’amore.

Buona lettura!

UNA FUGA PER LA VITA. Istruzioni di fuga per principianti di Mirko Tondi

di Chiara Rantini

istruzioni-fuga-mirko-tondi-copertinaMirko Tondi, Istruzioni di fuga per principianti, Cafféorchidea Editore, Eboli (Salerno), 2017

Chi di noi non ha mai voluto, anche solo per un istante, lasciarsi tutto alle spalle e darsi alla fuga? E chi lo ha soltanto desiderato senza mai trovare il pretesto e il coraggio necessari?

Nella storia di Giacomo, protagonista di questo bel romanzo breve di Mirko Tondi, i lettori troveranno delle possibili risposte a questi interrogativi. D’altronde, come si evince dal titolo, si tratta di un libro di “istruzioni” per coloro che non sono esperti – principianti appunto – in questa particolare arte. Non sarà difficile perciò provare simpatia per il protagonista trentenne, montatore di mobili, personaggio vagamente donchisciottesco a cui la fortuna ha guardato poche volte in faccia. Privo di una compagna, schiacciato dai meccanismi di una società troppo dedita al culto della razionalità, Giacomo ha pochi punti di riferimento nella vita se non un lavoro che gli permette di poter entrare in modo discreto e autorizzato nelle “case della gente” (dal titolo di un altro fortunato romanzo di Mirko Tondi), una famiglia che si riduce all’affetto di una nonna anziana e malata, e infine, un’amica fedele dal nome improbabile Maria Vincenza, ipercritica e un po’ filosofa e tuttavia ben disposta all’ascolto.

Così, in questo quadro di ordinaria mediocrità, si inserisce la necessità di fuggire per mettere una distanza fisica e mentale da tutto ciò che Giacomo è costretto ad essere nella vita di tutti i giorni. Non tutto però, perché nella rocambolesca fuga attraverso la campagna della Maremma grossetana, il protagonista sceglie di portare con sé la nonna a cui è stata diagnosticata una malattia terminale.

Il pretesto per darsi alla fuga è dato da una valigetta nera che Giacomo sottrae nella casa di due loschi personaggi. Così, la fuga in sé non ha un preciso senso finché essa non diventa un’occasione per guardare dentro di sé, staccando dalla quotidianità temporale a favore di una nuova dimensione esistenziale libera dal dominio della razionalità e del numero. Rompere con il flusso ordinario della vita aiuta ad esorcizzare il timore della morte, consentendo paradossalmente la giusta preparazione ad un incontro con essa. Non è un caso quindi che Giacomo decide di trascinare in questa fuga la nonna morente percorrendo un viaggio di simbolica iniziazione che tocca i luoghi alti (il cielo del Monte Amiata) e quelli bassi, il mare, dove la terra perde la sua durezza e solidità per confondersi e mescolarsi nell’elemento liquido, approdo naturale del termine e dell’inizio della vita. E sarà proprio sulla spiaggia di Follonica, nella tenue luce dell’alba, che la nonna compirà il suo trapasso durante una gioiosa contemplazione del mare di cui il narratore ci dà la commovente immagine di un volto illuminato da un sorriso solare.

Allora capisco che tutto ha avuto un senso, doveva andare così e basta perché la nonna arrivasse fin qui, confessa Giacomo nelle ultime pagine del romanzo e tale affermazione racchiude in sé il senso di questo libro dando significato ad una fuga iniziata per caso, quasi come una sfida e terminata come una scoperta di sé, dell’altro e delle infinite connessioni che alimentano un irrinunciabile bisogno di amore.

Brevemente, qualche considerazione stilistica. Al di là dell’intreccio sempre molto coinvolgente e sostenuto, la scrittura di Mirko Tondi stupisce il lettore per la sua varietà di registri. A tratti caratterizzata da uno stile divertente e colloquiale, sa tingersi di suggestioni poetiche e di grande capacità descrittiva, con un’attenzione ai particolari che risente della passione dello scrittore per la cinematografia e per la musica.

Buona lettura, cari amici lettori!

Notizie bio-bibliografiche sull’autore:

Nato a Firenze nel 1977, Mirko Tondi è autore, editor e docente di corsi di scrittura. Per i suoi racconti ha ricevuto menzioni speciali e segnalazioni della giuria di importanti premi nazionali (Premio Troisi 2005, Premio Castelfiorentino 2014), oltre all’inserimento in riviste e in varie antologie. Tra le sue opere, il romanzo distopico Come fili che s’intrecciano (menzione speciale al premio “Autore di te stesso 2011”) e la raccolta di racconti Io, Carver e il taccuino di Chatwin. Nel 2014 pubblica la raccolta di racconti noir Killing Moon, nel 2015 il romanzo Nelle case della gente, nel 2016 un nuovo romanzo Nessun cactus da queste parti e infine nel febbraio di quest’anno Istruzioni di fuga per principianti.

“SENZA PIÙ DOVER SCENDERE A VALLE”. LE OTTO MONTAGNE DI PAOLO COGNETTI

di Chiara Rantini

Cognetti le otto montagnePaolo Cognetti, Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016

Candidato alla vittoria del prestigioso “Premio Strega”, Le otto montagne di Paolo Cognetti è un libro a cui non si può restare indifferenti poiché molteplici sono i livelli di lettura, dal più superficiale che si limita all’intreccio, tra l’altro molto ben costruito, a quello più profondo che tocca temi come la solitudine, l’amicizia e il senso della vita.

Leitmotiv della narrazione sono le montagne, le Alpi piemontesi in tutta la loro selvaggia bellezza. Anzi, possiamo dire, in questo caso, che senza le montagne non ci sarebbe stata alcuna storia dato che il rapporto che il protagonista Pietro, io-narrante, instaura, sin dall’infanzia, con questi giganti di pietra condiziona totalmente il corso della sua vita, nel bene e nel male. E non è il solo. Con lui, c’è l’amico di sempre, il piccolo montanaro Bruno. Insieme vanno alla ricerca di una dimensione esistenziale, confrontandosi, completandosi, interrogandosi a partire da ciò che la montagna comunica loro. La montagna può essere vita, gioia, appagamento ma anche morte, delusione, rabbia.

Sono gli anni del boom economico in Italia e il sogno di una vita comoda in città conquista gli abitanti della montagna. Progressivamente, come si legge nelle pagine di Cognetti, i paesi, gli alpeggi si spopolano mentre le vie di comunicazione di un tempo e le opere costruite con tanta fatica per contenere la furia degli agenti atmosferici si deteriorano lasciando alla natura, il potere di scatenarsi e di riconquistare a modo suo ciò che un tempo l’uomo aveva governato. Oltre a questa riflessione di natura ecologica, sembra però di percepire, nella voce narrante del protagonista, una sorta di accettazione di questa condizione come se solo di un destino dominato dalla supremazia della natura potessero alimentarsi la nostalgia e il desiderio di fare ritorno all’antica patria seguendo molteplici vie (i sentieri e i fuori-pista) che altro non sono che metafore della continua ricerca di se stessi.

Bruno e Pietro manterranno integra, come neve immacolata, la loro amicizia nonostante le avverse vicissitudini e i diversi stili di vita ma nessuno dei due riuscirà a salvare l’altro dal proprio destino, di morte per Bruno, di irrequieta erranza per Pietro perché come si legge nella chiusa del libro… in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare…e … non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.