ETTY HILLESUM, un’oasi di serenità nell’impero del male.

etty-hillesumdi Chiara Rantini

Se dovessi descrivere Etty a chi non la conosce, userei un’immagine e un pensiero. L’immagine, un prato sconfinato disseminato di fiori sotto un sole gentile e tiepido, il pensiero, ciò che la stessa Hillesum scrisse quando si trovava nel campo di lavoro di Westerbork:

“Provo grande stupore per gli uomini che non conoscono limite al male.”

Luce, pace, stupore quasi infantile sono le qualità che la caratterizzano all’inizio della terribile esperienza di Westerbork, anticamera per Auschwitz, qualità che miracolosamente restano in lei intatte fino al termine della sua vita terrena.

Nel luglio del 1942, mentre in Europa infuria la guerra, Etty non cerca un rifugio (in quanto ebrea era in costante pericolo) lontano dagli orrori continentali ma si offre volontaria per assistere le migliaia di ebrei e profughi tedeschi politicamente sgraditi al Reich nel campo di lavoro di Westerbork. Ogni giorno si aggira instancabilmente tra le baracche distribuendo generi alimentari (quel poco che è disponibile) e confortando con una parola o con uno sguardo coloro che, separati dai propri cari e dalla propria vita, soffrono indicibilmente. Ma lei non si lascia sedurre dalla disperazione. Volge gli occhi al cielo, annota il tempo del giorno, e con una forza straordinaria, tenta di vedere oltre la situazione contingente “trasformando in fiabesca realtà la sconvolgente atroce condizione di Westerbork.”

Attingendo alla sapienza talmudica e hassidica, Etty sa che il dolore provato nel campo è maggiore di quanto un essere umano possa tollerare e che la vita non è un bene che deve essere conservato ad ogni costo, a dispetto della dignità e dell’umanità di ciascuno. E tuttavia sa anche che il seme che muore non è invano: porterà frutto, rappresentando così il segno di un tempo nuovo, un tempo di rinascita. Sembra assurdo, illusorio, consolatorio sviluppare questo genere di pensiero in un luogo dove la minima libertà personale è azzerata, ma per Etty questo è il contenuto della propria fede e lo scopo ultimo dell’esistenza: vivere per volgere il male in bene. “Ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende inospitale” scrive mentre intorno a lei il male prende forma e si diffonde come un veleno nel cuore delle persone.

Di famiglia non osservante, Etty aveva incontrato Dio nella sua vita grazie a Julius Spier. Maestro, amante, fratello, amico, Julius, devoto junghiano, era per lei come un intermediario con Dio. Leggendo i Vangeli e soprattutto gli scritti di san Paolo, la Hillesum trovò nel cristianesimo la formula migliore per rendere perfetta la vita dell’uomo. Facendo riferimento al contenuto nel capitolo 13 della Lettera ai Corinti, diceva che la terra potrebbe essere un luogo di pace se per tutti avessero un valore le parole usate da san Paolo nel suo Inno all’Amore. Secondo il pensiero della Hillesum, infatti, “non esiste nesso casuale tra il comportamento delle persone e l’amore che si nutre per il prossimo”, ovvero l’Amore è svincolato dal suo oggetto e si posa indistintamente su tutti e su tutto. Per quanto vivesse come una prigioniera, Etty non percepì mai di essere stata privata della libertà perché il suo concetto di libertà andava ben oltre l’idea di una possibilità di movimento o di espressione autonoma. Simile all’idea che i martiri avevano della libertà, sapeva bene che la violazione operata dal male nei confronti del corpo e dell’anima non poteva avere conseguenze se ostinatamente l’uomo continuava a amare la vita e a attendere con fiducia “l’avvenire custodito da Dio”.

“Marchiati dal dolore per sempre eppure la vita è meravigliosamente buona se custodiamo Dio nelle nostre mani” avrebbe detto insieme a un altro martire dei campi di concentramento Dietrich Bonhoeffer.

Il 7 settembre del 1943, dopo un anno trascorso a Westerbork, Etty salì sul treno diretto a Auschwitz. Nell’ultima cartolina ritrovata molto tempo dopo la sua partenza, tra i saluti e la consapevolezza di essere destinata alla morte, scrive queste parole di congedo citando il testo del salmo 30 (31) versetto 4:

“Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, per il Tuo nome dirigi i miei passi”.

I passi mortali di Etty si perdono la mattina del 30 novembre 1943 ma essi continuano a risuonare nei suoi scritti, tra le pagine del diario e nell’anima degli spiriti liberi che vi prestano ascolto.

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UN PO’ DI BIOGRAFIA

Esther Hillesum nasce in una famiglia ebraica liberale. Suo padre, Louis Hillesum, è un dottore di lettere classiche e preside della scuola media di Deventer. Sua madre, Rebecca Bernstein, era fuggita dai pogrom russi nel 1907. Etty Hillesum ha due fratelli, Jaap che studierà medicina e Mischa che studierà pianoforte. Etty consegue la laurea in Giurisprudenza nel 1939 e poi approfondisce lo studio della lingua e della letteratura russa. Il 10 maggio 1940, le truppe naziste invadono i Paesi Bassi.

Etty, in quel periodo, si guadagna da vivere dando lezioni private di russo. Ha amanti molto più grandi di lei. Il 3 febbraio 1941, Etty Hillesum inizia una terapia con Julius Spier. Rifugiato nei Paesi Bassi per sfuggire alle leggi antisemite naziste in Germania, è un noto chirologo, seguace del pensiero di Carl Gustav Jung. Spier è circondato da un gruppo di ammiratori. Diventa il suo maestro spirituale, lei lo chiama “la levatrice della mia anima”. Poco dopo l’incontro con Spier, Etty inizia a scrivere, il 9 marzo 1941, un diario. Dodici mesi, scrive: “Sono venuta al mondo il 3 febbraio” e celebra il suo primo anno con Spier, definendolo “l’anno più bello” della sua vita.

Nel suo diario, riferisce l’inesorabile spirale delle restrizioni dei diritti e delle persecuzioni che portano in massa gli ebrei olandesi nei campi di transito, e poi alla deportazione. Anche Etty non sfugge a questo destino e, da Westerbork, campo di transito situato nel nord-est dei Paesi Bassi, scrive le più belle pagine del suo diario. Nel campo di Westerbork, è responsabile della registrazione dei nomi delle persone deportate.

I genitori e Etty stessa moriranno a Auschwitz nel 1943. Jaap, indebolito dall’atroce vita nei campi, non sopravviverà all’evacuazione di Bergen-Belsen nel 1945. Sono gli scritti di Etty che daranno una posterità a questa famiglia, per il loro grande valore storico, spirituale ma anche letterario.

BIBLIOGRAFIA essenziale:

Diario 1941-1943 – Edizione integrale, Milano, Adelphi, 2012

Lettere 1942-1943 (a cura di Chiara Passanti; prefazione di Jan Geurt Gaarlandt), Milano, Adelphi, 1990.

Etty Hillesum. Pagine mistiche (a cura di Cristiana Dobner), Milano, Àncora, 2007

Lettere inedite, in Comunità di Ricerca Etty Hillesum, Con Etty Hillesum, Sant’Oreste, Apeiron Editori, 2009

UN PARADISO PER ICARO di Chiara Rantini – riflessioni di Gabriella Becherelli

cover paradisoChiara Rantini, Un paradiso per Icaro, Alter Affluenti Poesia, Ed. Ensemble, Roma, 2018

Dalla notte dei tempi i miti ancora oggi raccontano la nostra essenza, il nostro modo di essere e di affrontare la vita. Icaro rappresenta l’impulso primordiale di salvezza, un forte anelito verso il desiderio di libertà, incarna quello slancio vitale così forte e prorompente che non conosce la via di mezzo. Icaro è caduto in volo per troppo entusiasmo, la stella suprema con il suo calore ha sciolto le sue ali di cera facendolo precipitare e morire. La sua buona intenzione però merita comunque un paradiso, un luogo di pace per ritrovare se stesso nell’armonia. Il titolo di questa silloge di poesie di Chiara Rantini è perfetto, perché il suo modo di fare poesia dona a Icaro un paradiso, attraverso la compassione. Lei rappresenta il suo volo dolcemente sopra i luoghi che portano gradatamente verso il cielo. Il suo percorso è svolgimento necessario, ragionamento amorevole che sfiora le cose e non le travolge. E’ componimento ponderato e sentimentale, formato da dettagli determinanti e forti per comprenderne meglio l’ essenza. La sua compassione esistenziale la guida sempre e la spinge con delicatezza a guardarsi intorno, poi sosta e regala sul filo della malinconia quel paradiso di liberazione. I suoi testi trattengono le emozioni, in seguito le libera con discrezione e rispetto verso quei sentimenti che potrebbero travolgere.

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Prosegue nel viaggio delle pure emozioni guidate dal tempo, che prende forma sul nostro modo di intenderlo. Lei pratica la poesia, nella semplificazione dell’ascolto, dell’osservazione profonda che dall’esterno s’inoltra nell’interiorità. “Partenze” e “Ritorni”, sono i primi due titoli della silloge, fanno parte del suo percorso dentro la natura, presenza costante nei sentimenti del divenire. L’Atman è lontano e privo di confini ma si può intuire ,sentire, respirare attraverso la natura del vivere, attraverso i fenomeni. L’Atman non ha ali di cera, è volo immobile che si manifesta costantemente e fa parte della nostra esistenza sulla terra rossa. Dopo un lungo viaggio rimangono i “Fragmenta”, la parti più preziose, da cui attingere in contemplazione.

Un dono definito nelle tinte del ricordo, da cui Icaro può trovare il suo paradiso.

Gabriella Becherelli

 

 

Un pensiero su La resa delle ombre

di Maria Pia Michelini

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Chiara Rantini, La resa delle ombre, Alcheringa, Anagni 2018

Lena, Janis e Adrian. Difficile individuare il protagonista principale di questa storia che, pagina dopo pagina rapisce il lettore in un viaggio dentro la mente e l’animo umano. Se Janis conduce i suoi passi su una strada contorta dove si combattono psicosi e innocenza, egoismo e volubilità, paura e fame di amore, Lena, attratta da quest’uomo più grande di lei, decide di non resistere a questo amore incondizionato per lui e accetta ogni conseguenza di questa assurda storia, dove anche Adrian, fratello di Janis è inscindibilmente coinvolto. Janis non può vivere senza Adrian e forse nemmeno il secondo senza il primo. Un legame a tre che più è sofferto più si rafforza, dando vita a un epilogo dove la luce vince sulle ombre.

Il linguaggio è la struttura del libro, pubblicato da Alcheringa edizioni, sono ben equilibrati, senza sbavature ed eccessi. Un libro che esce dalle solite strade battute dai narratori di storie. Un libro che attesta l’indefinibilità degli amori, dell’Amore.

IL PESO DELLA MEMORIA. UNA SILLOGE DI CLAUDIA MUSCOLINO

9788897409649_0_0_0_75di Chiara Rantini

Claudia Muscolino, Carichi dispersi, Edizioni Del Poggio, Poggio Imperiale (FG), 2017

Con piacere accogliamo questa nuova raccolta di poesie di Claudia Muscolino, poetessa e scrittrice fiorentina, che a distanza di cinque anni dalla pubblicazione della sua prima opera Il drago e le nuvole torna con questo ultimo lavoro.

A partire dalla lettura dell’epigrafe che cita un pensiero di Patty Smith “ricordavano ogni cosa, il passato, il presente e il futuro” in questa silloge ci viene subito incontro una poesia evocativa. Lo si intuisce anche dal titolo che l’autrice ha scelto: Carichi dispersi ovvero qualcosa che si è portato con fatica, con amore e che è stato parzialmente perduto; parti della vita che, come frammenti, si perdono durante il corso della vita. Allora cosa resta di questa dimensione del tempo? “Il futuro di ciò che c’era stato” come si legge in Retrospettiva, o un ricordo che rimane fisso come in un fermo-immagine “dove tu resti immobile coperto dalla polvere di gesso della memoria” (Memento). Tuttavia memoria e dispersione dei ricordi, per quanto apparentemente in contrasto, fanno un percorso parallelo benché anche la “mappa” del volto del “carico” amato “sbiadisca ogni giorno che passa” (Mappa).

Nella terza parte della silloge il riferimento al tempo perduto e che non ritorna si fa ancora più evidente con echi tratte dal pensiero dell’antichità classica che fanno da tema conduttore a Caro agli dei. Quest’ultimo carico d’amore sembra essere definitivamente uscito dalla vita di chi scrive ma non è così: frammento dopo frammento il ricordo della persona rimane impigliato nelle trame della memoria come “capelli rimasti appesi come ragni” (Primo frammento), ma quando alla perdita subentra l’assenza, il ricordo diventa ancora più intimo e immateriale: “So che presto volerai nella mia testa” (Secondo frammento), quasi si fosse stabilito un vincolo indissolubile tra chi ricorda e il soggetto ricordato che torna nella notte in forma di ombra e di voce (Quarto frammento).

Così quando il lettore giunge al termine della silloge sente di aver portato, anche solo per un tratto, parte di quei fardelli, poi non molto dissimili da quelli della vita di ciascuno di noi.

Un’ultima notazione a margine vuole sottolineare la cura che è stata data all’edizione: dalla bella carta, alla grafica ma soprattutto alla particolarità delle foto che accompagnano la silloge, dono di Alessandro Villanucci per una maggiore completezza dell’opera.

MAGIA E MISTERO SECONDO LEONARD POE.

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Toby Clemm, Quanti misteri Leonard Poe! Batriac e il libro magico, Aracne editrice, Canterano (RM), 2017

Non capita spesso di imbattersi in un libro per bambini la cui lettura risulti gradevole ed interessante anche per gli adulti. È il caso invece di questo breve testo di Toby Clemm che scorre facilmente e che, tuttavia, ha al suo interno degli ottimi spunti di riflessione su temi cari all’infanzia e all’adolescenza, tra i quali, uno molto importante come la dimensione della scoperta. I bambini dell’età del protagonista Leonard sentono infatti la necessità di conoscere ciò che è intorno a loro e conseguentemente di confrontarsi con il mondo adulto che spesso ai loro occhi appare misterioso e incomprensibile.

Leonard è un bambino che porta dentro di sé il grande dolore della scomparsa del padre senza tuttavia aver perso la spensieratezza tipica della sua età, quella sana irrequietezza che è alla base di ogni scoperta. Così, pur disobbedendo alla madre, Leonard incontra Batriac, un cagnolino molto particolare che lo metterà in contatto con un mondo magico. Ed è proprio nella dimensione magica che Leonard trova se stesso prendendo coscienza delle proprie paure, scoprendosi così un bambino coraggioso e capace di aiutare gli altri. Ovviamente il tramite tra il mondo magico e quello reale non potrebbe essere altro che un libro perché solo il libro ha il potere di rivelare verità che il mondo reale non riesce a vedere. Nella dimensione del sogno Leonard raggiunge perfino la Cina e dopo questa esperienza non sarà più lo stesso bambino di prima perché avrà acquisito maggiore sicurezza e capacità di perseguire i propri obiettivi. Non a caso, nelle ultime righe del libro, possiamo leggere che “quando Leonard Poe si mette in testa una cosa, niente può fermarlo.” Ed è proprio con questa immagine dell’infanzia caparbiamente curiosa della vita che invitiamo i lettori, grandi e piccoli che siano, a scoprire questo testo.

KYRÖ E L’ANNO DEL CONIGLIO

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Tuomas Kyrö, L’anno del coniglio, Iperborea, Milano, 2013

Ho conosciuto Tuomas Kyrö, classe 1974, al Pisa Book Festival in occasione della presentazione del suo libro L’anno del coniglio, primo romanzo dell’autore finlandese pubblicato in Italia. È entrato nella grande sala accompagnato dalla traduttrice camminando a passi veloci. Raggiunta la poltrona, si è guardato attorno con aria timida quasi stupendosi di avere davanti una platea così numerosa. Quando è cominciata la conferenza, gli sono state poste molte domande sul libro e sulla società finlandese. È stato molto interessante ascoltarlo per capire quanta fosse la distanza tra la cultura latina a cui apparteniamo e quella nordica, propria dei paesi scandinavi. Precisando che la Finlandia è un po’ un’eccezione rispetto agli altri paesi della penisola come Norvegia e Svezia, mi sono accorta che tutto sommato le differenze si vedono e si sentono solo se non ci limitiamo a considerare gli aspetti superficiali della vita e della cultura di una nazione. Il sistema economico capitalista ha omologato tutto l’Occidente e quando qualcuno tra il pubblico ha chiesto a Kyrö se il suo libro avrebbe potuto vedere la luce anche in un qualsiasi altro paese europeo, ha risposto affermativamente. Ma, attenzione, qui entra in gioco la bravura dell’autore nel caratterizzare i personaggi con tutte le loro peculiarità finlandesi. E di bravura, in questo senso, Kyrö ne ha avuta molta. Di fatto, il romanzo narra le vicende un po’ picaresche e amare di Vatanescu, clandestino fuggito da una Romania povera e senza prospettive nel tentativo di sbarcare il lunario nel ricco Occidente e precisamente in Finlandia. Disgraziatamente finisce però nelle mani di un losco personaggio ex-agente del KGB russo che ha pensato bene di cambiare mestiere guadagnando sullo sfruttamento dei malcapitati mendicanti di cui si fa, a parole, garante. Cominciano così le disavventure di Vatanescu attraverso le città e gli infiniti spazi della Lapponia.

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L’autore al Pisa Book Festival del 2017

Il tono del romanzo, pur toccando un argomento molto sentito come quello dell’immigrazione, non è mai tragico né moraleggiante. Kyrö si limita ad usare l’ironia per smascherare tutte le ipocrisie del mondo occidentale, dal burocratismo dietro al quale parte della società si nasconde per non dover giustificare il proprio comportamento razzista e classista, al finto “buonismo”, al finto “ambientalismo” che non sa riconoscere le priorità dell’individuo rispetto alla tutela dell’ambiente. Tra i tanti personaggi, solo i più poveri e gli emarginati mantengono una loro autenticità, una purezza di pasoliniana memoria. Come una bella favola, il romanzo si chiude con il superamento di ogni difficoltà da parte di Vatanescu che ottiene la sua rivincita sulle tante umiliazioni raggiungendo l’obiettivo per il quale si era dato alla clandestinità: comprare un paio di scarpe da calcio per il proprio figlio Miklos. E, con questo “happy end”, noi non possiamo altro che augurarci che ci siano presto nuove traduzioni dei libri di Kyrö. Kiitos Tuomas!

 

Solitudini montane. Tre racconti nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

di Chiara Rantini

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P. Ciampi, M. Vichi, P. Zannoner, La foresta del silenzio. In bicicletta nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Ediciclo ed., Portogruaro (VE), 2017.

Tre scrittori toscani narrano in questo libro il loro approccio ad uno dei luoghi più belli d’Italia. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è il grande protagonista di ciascuno di questi racconti. Lasciarsi coinvolgere dalla bellezza delle descrizioni e dalle sensazioni suscitate dal paesaggio è un tutt’uno con la lettura di questo breve testo di una centinaia di pagine. Pur nella loro diversità e originalità, le voci narranti sono accomunate dalla volontà di scoprire questo territorio aspro e selvaggio in ogni suo aspetto storico, culturale, sociale senza mai rinunciare però al proprio punto di vista, a ciò che emotivamente porta con sé l’esperienza del viaggio in bicicletta. Anche la scelta del mezzo tramite il quale esplorare un luogo ha infatti la sua importanza. Pur nutrendo inizialmente una certa diffidenza verso la cosiddetta e-bike, ovvero la bici con la pedalata assistita, i tre scrittori hanno saputo cogliere le particolarità del parco: prima fra tutte la dimensione del silenzio e della solitudine dei grandi spazi boscosi che si estendono da una parte all’altra del crinale tosco-romagnolo. Solo nella dimensione del silenzio, a cui gli abitanti delle città sono così poco avvezzi, infatti è possibile ascoltare le voci della natura e di chi da secoli ha lasciato una traccia nella storia. Abitanti silenziosi che contribuirono alla bellezza del luogo con il loro lavoro come, ad esempio, i monaci camaldolesi o l’amministratore forestale granducale Karl Siemon che lasciò la nativa Praga per trasferirsi tra questi boschi senza più fare ritorno in patria. A queste voci illustri si aggiungono quelle di coloro che abitando questi luoghi ne hanno raccontato, perlopiù in forma orale, le tradizioni e i segreti. Storie che si sono tramandate di generazione in generazione e che, nell’Ottocento, Emma Perodi raccolse nella sua goticheggiante raccolta di “racconti casentinesi”. Così anche per il lettore sarà facile navigare sulle pure acque del lago di Ridracoli seguendo il racconto di Paolo Ciampi, avventurarsi nelle pieghe della storia di questa antica terra ascoltando la voce di Paola Zannoner e magari sognare un’avventura fantastica popolata di fantasmi e apparizioni sui passi della narrazione di Marco Vichi.

Ed ora, per dare un assaggio di lettura, ecco qui tre piccoli estratti:

Il bosco fa di tutto per mettermi a suo agio. In questo preciso istante, ore tre del pomeriggio, non c’è uomo di città che possa invidiarmi. Ma soprattutto sono amici, gli alberi. Si fanno avanti in punta di piedi e portano in dono il loro silenzio. (Paolo Ciampi)

Il sole era già alto e scacciava i fantasmi. Presi una stradina secondaria che portava verso Badia Prataglia. La solitudine toglieva le briglie al pensiero, che si sentiva libero di girellare dove gli pareva accavallando ricordi, immaginazioni e sogni, come nei romanzi più belli. (Marco Vichi)

Qui, invece, è tutto a portata di mano. Per esempio, ora gli alberi sono carichi di ciliegie, mature al punto giusto, appena un po’ aspre. Le mangi e torni bambina al paese di nonna. (Paola Zannoner)

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