KYRÖ E L’ANNO DEL CONIGLIO

anno del conigliodi Chiara Rantini

Tuomas Kyrö, L’anno del coniglio, Iperborea, Milano, 2013

Ho conosciuto Tuomas Kyrö, classe 1974, al Pisa Book Festival in occasione della presentazione del suo libro L’anno del coniglio, primo romanzo dell’autore finlandese pubblicato in Italia. È entrato nella grande sala accompagnato dalla traduttrice camminando a passi veloci. Raggiunta la poltrona, si è guardato attorno con aria timida quasi stupendosi di avere davanti una platea così numerosa. Quando è cominciata la conferenza, gli sono state poste molte domande sul libro e sulla società finlandese. È stato molto interessante ascoltarlo per capire quanta fosse la distanza tra la cultura latina a cui apparteniamo e quella nordica, propria dei paesi scandinavi. Precisando che la Finlandia è un po’ un’eccezione rispetto agli altri paesi della penisola come Norvegia e Svezia, mi sono accorta che tutto sommato le differenze si vedono e si sentono solo se non ci limitiamo a considerare gli aspetti superficiali della vita e della cultura di una nazione. Il sistema economico capitalista ha omologato tutto l’Occidente e quando qualcuno tra il pubblico ha chiesto a Kyrö se il suo libro avrebbe potuto vedere la luce anche in un qualsiasi altro paese europeo, ha risposto affermativamente. Ma, attenzione, qui entra in gioco la bravura dell’autore nel caratterizzare i personaggi con tutte le loro peculiarità finlandesi. E di bravura, in questo senso, Kyrö ne ha avuta molta. Di fatto, il romanzo narra le vicende un po’ picaresche e amare di Vatanescu, clandestino fuggito da una Romania povera e senza prospettive nel tentativo di sbarcare il lunario nel ricco Occidente e precisamente in Finlandia. Disgraziatamente finisce però nelle mani di un losco personaggio ex-agente del KGB russo che ha pensato bene di cambiare mestiere guadagnando sullo sfruttamento dei malcapitati mendicanti di cui si fa, a parole, garante. Cominciano così le disavventure di Vatanescu attraverso le città e gli infiniti spazi della Lapponia.

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L’autore al Pisa Book Festival del 2017

Il tono del romanzo, pur toccando un argomento molto sentito come quello dell’immigrazione, non è mai tragico né moraleggiante. Kyrö si limita ad usare l’ironia per smascherare tutte le ipocrisie del mondo occidentale, dal burocratismo dietro al quale parte della società si nasconde per non dover giustificare il proprio comportamento razzista e classista, al finto “buonismo”, al finto “ambientalismo” che non sa riconoscere le priorità dell’individuo rispetto alla tutela dell’ambiente. Tra i tanti personaggi, solo i più poveri e gli emarginati mantengono una loro autenticità, una purezza di pasoliniana memoria. Come una bella favola, il romanzo si chiude con il superamento di ogni difficoltà da parte di Vatanescu che ottiene la sua rivincita sulle tante umiliazioni raggiungendo l’obiettivo per il quale si era dato alla clandestinità: comprare un paio di scarpe da calcio per il proprio figlio Miklos. E, con questo “happy end”, noi non possiamo altro che augurarci che ci siano presto nuove traduzioni dei libri di Kyrö. Kiitos Tuomas!

 

UNA FUGA PER LA VITA. Istruzioni di fuga per principianti di Mirko Tondi

di Chiara Rantini

istruzioni-fuga-mirko-tondi-copertinaMirko Tondi, Istruzioni di fuga per principianti, Cafféorchidea Editore, Eboli (Salerno), 2017

Chi di noi non ha mai voluto, anche solo per un istante, lasciarsi tutto alle spalle e darsi alla fuga? E chi lo ha soltanto desiderato senza mai trovare il pretesto e il coraggio necessari?

Nella storia di Giacomo, protagonista di questo bel romanzo breve di Mirko Tondi, i lettori troveranno delle possibili risposte a questi interrogativi. D’altronde, come si evince dal titolo, si tratta di un libro di “istruzioni” per coloro che non sono esperti – principianti appunto – in questa particolare arte. Non sarà difficile perciò provare simpatia per il protagonista trentenne, montatore di mobili, personaggio vagamente donchisciottesco a cui la fortuna ha guardato poche volte in faccia. Privo di una compagna, schiacciato dai meccanismi di una società troppo dedita al culto della razionalità, Giacomo ha pochi punti di riferimento nella vita se non un lavoro che gli permette di poter entrare in modo discreto e autorizzato nelle “case della gente” (dal titolo di un altro fortunato romanzo di Mirko Tondi), una famiglia che si riduce all’affetto di una nonna anziana e malata, e infine, un’amica fedele dal nome improbabile Maria Vincenza, ipercritica e un po’ filosofa e tuttavia ben disposta all’ascolto.

Così, in questo quadro di ordinaria mediocrità, si inserisce la necessità di fuggire per mettere una distanza fisica e mentale da tutto ciò che Giacomo è costretto ad essere nella vita di tutti i giorni. Non tutto però, perché nella rocambolesca fuga attraverso la campagna della Maremma grossetana, il protagonista sceglie di portare con sé la nonna a cui è stata diagnosticata una malattia terminale.

Il pretesto per darsi alla fuga è dato da una valigetta nera che Giacomo sottrae nella casa di due loschi personaggi. Così, la fuga in sé non ha un preciso senso finché essa non diventa un’occasione per guardare dentro di sé, staccando dalla quotidianità temporale a favore di una nuova dimensione esistenziale libera dal dominio della razionalità e del numero. Rompere con il flusso ordinario della vita aiuta ad esorcizzare il timore della morte, consentendo paradossalmente la giusta preparazione ad un incontro con essa. Non è un caso quindi che Giacomo decide di trascinare in questa fuga la nonna morente percorrendo un viaggio di simbolica iniziazione che tocca i luoghi alti (il cielo del Monte Amiata) e quelli bassi, il mare, dove la terra perde la sua durezza e solidità per confondersi e mescolarsi nell’elemento liquido, approdo naturale del termine e dell’inizio della vita. E sarà proprio sulla spiaggia di Follonica, nella tenue luce dell’alba, che la nonna compirà il suo trapasso durante una gioiosa contemplazione del mare di cui il narratore ci dà la commovente immagine di un volto illuminato da un sorriso solare.

Allora capisco che tutto ha avuto un senso, doveva andare così e basta perché la nonna arrivasse fin qui, confessa Giacomo nelle ultime pagine del romanzo e tale affermazione racchiude in sé il senso di questo libro dando significato ad una fuga iniziata per caso, quasi come una sfida e terminata come una scoperta di sé, dell’altro e delle infinite connessioni che alimentano un irrinunciabile bisogno di amore.

Brevemente, qualche considerazione stilistica. Al di là dell’intreccio sempre molto coinvolgente e sostenuto, la scrittura di Mirko Tondi stupisce il lettore per la sua varietà di registri. A tratti caratterizzata da uno stile divertente e colloquiale, sa tingersi di suggestioni poetiche e di grande capacità descrittiva, con un’attenzione ai particolari che risente della passione dello scrittore per la cinematografia e per la musica.

Buona lettura, cari amici lettori!

Notizie bio-bibliografiche sull’autore:

Nato a Firenze nel 1977, Mirko Tondi è autore, editor e docente di corsi di scrittura. Per i suoi racconti ha ricevuto menzioni speciali e segnalazioni della giuria di importanti premi nazionali (Premio Troisi 2005, Premio Castelfiorentino 2014), oltre all’inserimento in riviste e in varie antologie. Tra le sue opere, il romanzo distopico Come fili che s’intrecciano (menzione speciale al premio “Autore di te stesso 2011”) e la raccolta di racconti Io, Carver e il taccuino di Chatwin. Nel 2014 pubblica la raccolta di racconti noir Killing Moon, nel 2015 il romanzo Nelle case della gente, nel 2016 un nuovo romanzo Nessun cactus da queste parti e infine nel febbraio di quest’anno Istruzioni di fuga per principianti.

“SENZA PIÙ DOVER SCENDERE A VALLE”. LE OTTO MONTAGNE DI PAOLO COGNETTI

di Chiara Rantini

Cognetti le otto montagnePaolo Cognetti, Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016

Candidato alla vittoria del prestigioso “Premio Strega”, Le otto montagne di Paolo Cognetti è un libro a cui non si può restare indifferenti poiché molteplici sono i livelli di lettura, dal più superficiale che si limita all’intreccio, tra l’altro molto ben costruito, a quello più profondo che tocca temi come la solitudine, l’amicizia e il senso della vita.

Leitmotiv della narrazione sono le montagne, le Alpi piemontesi in tutta la loro selvaggia bellezza. Anzi, possiamo dire, in questo caso, che senza le montagne non ci sarebbe stata alcuna storia dato che il rapporto che il protagonista Pietro, io-narrante, instaura, sin dall’infanzia, con questi giganti di pietra condiziona totalmente il corso della sua vita, nel bene e nel male. E non è il solo. Con lui, c’è l’amico di sempre, il piccolo montanaro Bruno. Insieme vanno alla ricerca di una dimensione esistenziale, confrontandosi, completandosi, interrogandosi a partire da ciò che la montagna comunica loro. La montagna può essere vita, gioia, appagamento ma anche morte, delusione, rabbia.

Sono gli anni del boom economico in Italia e il sogno di una vita comoda in città conquista gli abitanti della montagna. Progressivamente, come si legge nelle pagine di Cognetti, i paesi, gli alpeggi si spopolano mentre le vie di comunicazione di un tempo e le opere costruite con tanta fatica per contenere la furia degli agenti atmosferici si deteriorano lasciando alla natura, il potere di scatenarsi e di riconquistare a modo suo ciò che un tempo l’uomo aveva governato. Oltre a questa riflessione di natura ecologica, sembra però di percepire, nella voce narrante del protagonista, una sorta di accettazione di questa condizione come se solo di un destino dominato dalla supremazia della natura potessero alimentarsi la nostalgia e il desiderio di fare ritorno all’antica patria seguendo molteplici vie (i sentieri e i fuori-pista) che altro non sono che metafore della continua ricerca di se stessi.

Bruno e Pietro manterranno integra, come neve immacolata, la loro amicizia nonostante le avverse vicissitudini e i diversi stili di vita ma nessuno dei due riuscirà a salvare l’altro dal proprio destino, di morte per Bruno, di irrequieta erranza per Pietro perché come si legge nella chiusa del libro… in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare…e … non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.