Nel giardino dei cosacchi. Brokken incontra Dostoevskij

20161108114257_271_coverdi Chiara Rantini

Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi, Iperborea, Milano, 2016

Dopo Anime baltiche, Brokken torna nuovamante ad oriente spingendosi fin nel cuore della Russia tra gli Urali e gli Altaj. Sospeso tra realtà storica e finzione letteraria Il giardino dei cosacchi è narrato in prima persona da Alexander von Wrangel, barone russo-baltico che appena ventenne assiste al plotone di esecuzione che avrebbe dovuto condannare a morte Dostoevskij. Il grande scrittore russo ricevette la grazia all’ultimo momento ma fu destinato ai lavori forzati in un luogo sperduto della Siberia. Qui, alcuni anni dopo, si ritrovano i due protagonisti, giudice l’uno, coscritto l’altro. Nasce tra di loro una profonda amicizia inizialmente fatta di interessi comuni – soffrivano moltissimo del loro isolamento culturale – ma che, in seguito, assume un carattere fortemente confidenziale. Entrambi innamorati di due donne sposate, trovano conforto cercando un po’ di pace ai loro affanni nella reciproca compagnia all’interno di un lussureggiante giardino strappato all’aridità della steppa asiatica, giardino che è l’emblema di rinascita e di civilizzazione.

Von Wrangel avrà un ruolo fondamentale nella riabilitazione di Dostoevskij sia come uomo che come scrittore. L’autore delle Notti bianche, per quanto debitore, manterrà viva la fedeltà verso l’amico  durante l’esilio in Siberia, salvo poi, a riabilitazione avvenuta, disconoscere questa stessa fedeltà per banali questioni finanziarie. Si tratta quindi di una grande amicizia che innalzatasi fino alle vette supreme della condivisione finisce miseramente nel fango della mediocrità quotidiana. Un triste epilogo che Brokken riesce a narrare magistralmente illustrandone le luci e le ombre.

Di seguito, vi lasciamo alcune citazioni tratte dal testo.

Buona lettura!

Spring seamless background with blooming branches of cherryA volte la speranza è un’esperienza più intensa dello stesso vissuto.

La maggior parte delle persone è superficiale nei propri sentimenti, lui era di una profondità infinita. Era come se mi mostrasse che l’amore è una questione di capacità di resistenza, come la vita stessa.

Di tutte le scuole, viaggiare non è forse la migliore – quella dev’essere l’amore – ma è sicuramente è la più varia.

 

LA PUREZZA DEL GIOCO DELLA VITA. IL “FAIR PLAY” DI TOVE JANSSON

fair playdi Chiara Rantini

Tove Jansson, Fair play, Iperborea, Milano, 2017

Due amiche. Due artiste. Lavorano a poca distanza l’una dall’altra vivendo in una casa comune su un’isola a largo di Helsinki, condividono delle passioni, si confrontano, a volte litigano ma tornano sempre a parlarsi. Questa è la loro vita narrata con una scrittura delicata, lieve e tuttavia concreta da Tove Jansson, autrice finlandese di lingua svedese maggiormente nota per essere l’ideatrice dei Mumin.

“Fair play” è una raccolta di brevi racconti che si possono leggere in continuità o separatamente; sono piccole schegge di vita, velatamente autobiografiche, in cui la scrittrice, attraverso le vicende di Mari e Jonna, racconta dei rapporti umani, dell’amicizia, della centralità del lavoro come realizzazione di sé e di come in tutto questo, giochi un ruolo fondamentale l’amore. Lavoro e amore sono gli imperativi della Jansson a cui cercò di essere fedele in tutta la sua vita. Non a caso questo libro fu pubblicato in tarda età, quando già erano passate per lei settantacinque estati, ovvero nel momento in cui, anche nella scrittura, si avverte la necessità di tracciare un resoconto della vita trascorsa, sul suo significato in mezzo ad un’apparente mescolanza di disordinati episodi.

Questo testo è anche il tentativo di rendere onore ad una amicizia che, nel caso della Jansson, durò per più di quaranta anni, un libro che è la prova di come sia difficile, ma non impossibile, curare le relazioni umane senza dover rinunciare a se stessi, senza doversi annullare nell’altro, senza perdere la capacità di essere empatici, compassionevoli, comprensivi.

Fa da sfondo a queste vicende di vita quotidiana la raffinata bellezza del mar Baltico, con la sua luce settentrionale, la purezza e la nitidezza delle forme che già di per sé sono un’opera d’arte. E l’arte non a caso ha un posto importante in questo libro e non solo perché una delle due protagoniste è pittrice e intagliatrice del legno. L’arte la si respira nelle parole, nelle descrizioni che la Jansson fa anche del più piccolo dettaglio, come ad esempio in un bellissimo brano, che chiude questa mia recensione, in cui Mari riceve un noto artista polacco. I soggetti della sua arte sono semplicemente “mani”, pensate e create però come se fossero il centro del corpo e lo specchio dell’anima. Così la Jansson ce le descrive:

Una dopo l’altra, le mani venero spacchettate e disposte davanti a Mari, che le osservò in silenzio.

Erano incredibilmente belle. Mani timide, mani avide, riluttanti, imploranti, indulgenti, mani che esprimevano rabbia o tenerezza. Mari le sollevò una a una.

Si era già fatto piuttosto tardi. Alla fine disse: «Sì. Capisco.» Esitò un istante, poi proseguì: «Qui c’è tutto. Perfino la pietà. (…)»

 

Quando avevamo ancora dei sogni. Vita e adolescenza nella Germania riunificata

di Chiara Rantini

clemens meyer eravamo dei grandissimiClemens Meyer, Eravamo dei grandissimi, Keller editore, Rovereto (Tn), 2016

 

Per approcciarsi a questo emozionante, complesso testo di Clemens Meyer consiglio di cominciare dal titolo in lingua originale. In tedesco “Als wir träumten” si traduce con “quando sognavamo” o meglio ancora con l’espressione “quando avevamo ancora dei sogni”. E sono proprio i sogni a costituire il motore della narrazione, la linfa di cui si alimentano i personaggi. Ci sono grandi sogni che toccano la collettività e piccoli sogni che coinvolgono il singolo individuo. In questo libro li incontriamo entrambi. Il testo di Clemens Meyer, infatti, ha il merito di essere riuscito a creare un’intesa tra ciò che la macro storia produce e ciò che si genera nella vita individuale. Non a caso, la narrazione si muove su capitoli non legati temporalmente. Questo andare continuamente avanti e indietro nel tempo serve a creare nel lettore quella giusta dose di incertezza necessaria a calarsi nel caos emotivo e storico generato dalla caduta del Muro di Berlino nelle città dell’ex-DDR. Ma entriamo nello specifico. Siamo a Lipsia, periferia est della città. Un gruppo di adolescenti, totalmente inconsapevole dei cambiamenti epocali che stanno avvenendo sopra le proprie teste, affronta l‘esistenza di tutti i giorni come se fosse una guerra. I giovani si dividono in bande che si fronteggiano le une contro le altre per il controllo del territorio. Di una di queste bande fa parte il narratore, Daniel Lenz che racconta della propria vita dai momenti che seguirono il novembre del 1989 fino ai primi anni Novanta. Sono anni di grandi cambiamenti dove il venir meno di una struttura rigida e vigile quale era il sistema scolastico e sociale del regime di Honecker genera una situazione di impasse in cui, sotto la bandiera della libertà conquistata (ma forse soltanto desiderata), succede di tutto. Il tessuto sociale viene meno e in questo clima alla “Trainspotting” dove spaziano bande incontrollate di giovani teppisti, niente sembra più avere un valore se non quello dellamicizia e della fedeltà al gruppo di appartenenza. Daniel e i suoi amici vivono ogni giorno come se fosse l’ultimo, in uno stato di tensione costante animata da furti di auto, bevute colossali, risse sanguinose e soste nei riformatori. Ciò che colpisce è il soccombere dell’istituzione familiare (in particolare i padri che escono totalmente sconfitti dal confronto generazionale, tema assai caro alla letteratura tedesca moderna e contemporanea) e l’impotenza delle autorità (civili, ecclesiastiche e scolastiche) che intervengono solo per punire e sanzionare. Ciononostante, il romanzo di Clemens Meyer non è privo di speranza. Anzi, pare che sia proprio in mezzo alla crudeltà della vita che possano emergere iceberg di umanità. I personaggi sono degli anti-eroi che difendono i loro sogni di amore, fratellanza e lealtà contro una realtà che non comprendono e che li annienta come individui. Ed ecco quindi l’importanza del titolo. Tutti i cambiamenti generano dei sognatori perché nel passaggio a qualcosa di diverso tutti sperano di poter vedere realizzati i propri desideri. Daniel vorrebbe credere nei propri sogni di amore (nei confronti di una “pioniera”, Katja, che fugge senza preavviso all’Ovest, verso un’amica, Estrellita, che vede scivolare velocemente nella droga e nella prostituzione) ma la storia gli offre sempre il lato peggiore della realtà. E tuttavia Daniel continua a sognare e a sperare legandosi sempre di più a ciò che può dargli ancora amore, sia esso l’affetto degli amici o quello di un cane.

Da ciò pare evidente che lo scrittore voglia lasciare a noi lettori un chiaro messaggio, ovvero che non si può vivere senza il calore degli affetti e che, nella vita, c’è un’unica risposta alla durezza della realtà e un’unica via di uscita dalla spirale della violenza. L’amore.

Buona lettura!

“SENZA PIÙ DOVER SCENDERE A VALLE”. LE OTTO MONTAGNE DI PAOLO COGNETTI

di Chiara Rantini

Cognetti le otto montagnePaolo Cognetti, Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016

Candidato alla vittoria del prestigioso “Premio Strega”, Le otto montagne di Paolo Cognetti è un libro a cui non si può restare indifferenti poiché molteplici sono i livelli di lettura, dal più superficiale che si limita all’intreccio, tra l’altro molto ben costruito, a quello più profondo che tocca temi come la solitudine, l’amicizia e il senso della vita.

Leitmotiv della narrazione sono le montagne, le Alpi piemontesi in tutta la loro selvaggia bellezza. Anzi, possiamo dire, in questo caso, che senza le montagne non ci sarebbe stata alcuna storia dato che il rapporto che il protagonista Pietro, io-narrante, instaura, sin dall’infanzia, con questi giganti di pietra condiziona totalmente il corso della sua vita, nel bene e nel male. E non è il solo. Con lui, c’è l’amico di sempre, il piccolo montanaro Bruno. Insieme vanno alla ricerca di una dimensione esistenziale, confrontandosi, completandosi, interrogandosi a partire da ciò che la montagna comunica loro. La montagna può essere vita, gioia, appagamento ma anche morte, delusione, rabbia.

Sono gli anni del boom economico in Italia e il sogno di una vita comoda in città conquista gli abitanti della montagna. Progressivamente, come si legge nelle pagine di Cognetti, i paesi, gli alpeggi si spopolano mentre le vie di comunicazione di un tempo e le opere costruite con tanta fatica per contenere la furia degli agenti atmosferici si deteriorano lasciando alla natura, il potere di scatenarsi e di riconquistare a modo suo ciò che un tempo l’uomo aveva governato. Oltre a questa riflessione di natura ecologica, sembra però di percepire, nella voce narrante del protagonista, una sorta di accettazione di questa condizione come se solo di un destino dominato dalla supremazia della natura potessero alimentarsi la nostalgia e il desiderio di fare ritorno all’antica patria seguendo molteplici vie (i sentieri e i fuori-pista) che altro non sono che metafore della continua ricerca di se stessi.

Bruno e Pietro manterranno integra, come neve immacolata, la loro amicizia nonostante le avverse vicissitudini e i diversi stili di vita ma nessuno dei due riuscirà a salvare l’altro dal proprio destino, di morte per Bruno, di irrequieta erranza per Pietro perché come si legge nella chiusa del libro… in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare…e … non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.

Le ferite della storia. Un romanzo di Sepp Mall

sepp malldi Chiara Rantini

Sepp Mall, Ai margini della ferita, Keller editore, Rovereto (TN), 2014

Affrontando tematiche di importanza storica, questo romanzo dello scrittore altoatesino Sepp Mall, si addentra nelle problematiche di convivenza tra popoli di lingue e culture diverse, italiani e sudtirolesi. Ma lo fa con un tocco commovente, facendo percepire al lettore le emozioni contrastanti dei protagonisti prigionieri di questa piega della storia italiana così drammatica e paradossale.

Il romanzo è costruito secondo una sapiente architettura in cui le vicende di una giovane infermiera dedita al lavoro e alla cura di Alex, il fratello balbuziente, si intrecciano con quelle di un bambino alle soglie dell’adolescenza il cui padre scompare misteriosamente nelle carceri milanesi. Su di esso e sul giovane Alex pende l’accusa di essersi macchiati del reato di terrorismo in una Bolzano travolta dal boom economico dei primi anni ’70.

Ciò che rende interessante il romanzo è dato dal fatto che i personaggi della storia non sembrano avere un ruolo attivo ma di fatto vivono una condizione di sottomissione a una sorta di esistenza schizofrenica dove le divisioni e le ghettizzazioni condizionano nel male la vita di ogni giorno. Non ci sono buoni o cattivi, né vittime né carnefici ma su tutti aleggia un senso di colpa ancestrale da cui riesce difficile liberarsi. Da questo meccanismo storico ben avviato sembra impossibile scegliere un’altra strada se non quella della solidarietà nel dolore e nell’amore tra chi è rimasto solo, orfano ribelle nei confronti della storia.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato e che lascia spazio a profonde riflessioni.

L’uomo delle passioni incompiute. Breve nota su un romanzo di Stig Dalager

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di Chiara Rantini

Stig Dalager, L’uomo dell’istante, un romanzo su Søren Kierkegaard, Iperborea, Milano, 2016

A metà strada tra la biografia e il romanzo, questo testo di Stig Dalager è piuttosto un tentativo ben riuscito di delineare un profilo nuovo del noto filosofo danese, un’immagine non convenzionale di un uomo che dedicò tutta la sua esistenza alla scrittura. Nel libro è lo stesso Kierkegaard a ricordare il proprio passato da un letto d’ospedale, dove, appena quarantaduenne, trascorre gli ultimi mesi di vita. Assistito da un’infermiera volontaria, la signorina Fibiger che per la dolcezza e la dedizione evoca l’immagine dell’amata Regine Olsen, Kierkegaard scivola in stati di incoscienza in cui riaffiorano episodi della sua vita di scrittore, di amante, di uomo religioso. Ne emerge un quadro frammentario di continui flash-back in cui l’elemento costante è il senso di incompiutezza.

Lo stesso Kierkegaard, nei suoi Diari, si definì un “amante infelice” perché nonostante la grande passione che lo animava non fu mai in grado di concretizzare le sue aspirazioni. Amò Regine per tutta la vita ricambiato ma si sottrasse al matrimonio perché si riteneva inadatto; scrisse migliaia di pagine di filosofia e non fu riconosciuto come filosofo dalla cultura danese del suo tempo; dedicò tutta la sua vita alla predicazione di un cristianesimo purificato dalle falsità borghesi e non divenne mai un pastore della chiesa così come avrebbe voluto il padre. Una vita fatta di contraddizioni dunque che Dalager mette a nudo così come mette a nudo la sofferenza fisica di un uomo non più intenzionato a vivere. Questo libro ci parla dell’umanità, del suo lato estetico e spirituale e del loro conseguente contrasto, del dolore e della gioia, della difficoltà di restare ancorati alla realtà terrena. Ne esce l’immagine di un uomo fatta di luci ed ombre e tuttavia straordinariamente familiare, un uomo che si assunse il compito di scandagliare l’esistenza umana pagandone in prima persona le conseguenze. Chissà che dopo questa lettura non sorga nei lettori il bisogno di un approfondimento filosofico sulla tematiche che fanno da sfondo al testo. Ce lo auguriamo vivamente.

Buona lettura!

Il piccolo universo fantastico di Louisa May Alcott

di Chiara Rantini

15338815_1182805988421289_627107103617229560_nLouisa May Alcott, Fiabe floreali, Elliot Edizioni, Roma, 2016

Di Louisa May Alcott tutti conoscono Piccole donne ma in pochi sanno che fu autrice di fiabe, qui raccolte, per la casa editrice Elliot, in un volume intitolato Fiabe floreali.

Il libro fu dedicato dalla scrittrice americana alla moglie di Ralph Waldo Emerson e raccoglie al suo interno le storie che la Alcott era solita raccontare ai figli di Ellen Emerson e agli altri bambini del vicinato.

Protagonisti di queste fiabe sono elfi, fate, spiriti del bosco e delle acque, impegnati nell’eterna lotta del bene contro il male. La morale che ammanta di fiabesca bellezza queste storie è quella che vede sullo sfondo una natura benevola che offre protezione e conforto a chi la ama e la sa rispettare.

Secondo tale visione, la felicità e il bene permeano tutto l’universo ma la sete di potere, l’egoismo e l’ingratitudine minacciano di oscurarne la presenza. Ecco allora che piccoli eroi, spiriti del bosco e delle acque, sono chiamati a ristabilire l’armonia e la pace perdute.

L’intento della Alcott era quello di invitare i piccoli lettori (e non solo i piccoli) a riflettere su qualità morali come il senso di responsabilità, la solidarietà, l’amore per la natura e il rispetto per tutte le creature, soprattutto le più fragili e indifese. Intento riuscitissimo grazie alla dolcezza della narrazione, allo spessore della scrittura che, con tocco lieve, trasporta il lettore in un mondo fantastico dove, superate mille difficoltà, il bene trionfa immancabilmente sul male.

Molto accurate e particolareggiate sono le descrizioni e le personificazioni del mondo vegetale e animale, sempre pervase da profonde suggestioni poetiche così come leggiamo in questo brevissimo brano estratto dall’ultima fiaba intitolata Ricciolo d’onda. Lo spirito dell’acqua.

Buona lettura a tutti!

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Così proseguì mestamente finché Inverno, cavalcando il potente Vento del Nord, fece irruzione impetuoso, con una scintillante corona di ghiaccio sui fluenti capelli, mentre da sotto il suo mantello cremisi, dove splendevano ricami di ghiaccio come fili d’argento, spargeva in lungo e in largo fiocchi di neve.  (…) Non avere paura di me; il mio cuore è caldo, anche se il mio aspetto è duro e freddo.

Vita e morte nella brughiera. Un romanzo breve di Frances Hogdson Burnett

di Chiara Rantini

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Frances Hodgson Burnett, Le anime bianche, Panesi Edizioni, Cogorno (Ge), 2015

Le anime bianche (The white people) è un breve romanzo di Frances Hodgson Burnett, la scrittrice anglo-americana vissuta a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Narrata in prima persona, la storia ha per protagonista Ysobel, una giovane ereditiera che ha perso i genitori alla nascita ed è stata allevata dai due tutori Jean, la governante e Angus, il bibliotecario. La piccola protagonista vive nel castello di Muircarrie in una remota regione nebbiosa delle Highlands scozzesi. Sin dalle prime battute del testo, appare subito la particolarità di Ysobel; essa non è come tutti gli altri bambini e si distingue per il suo carattere solitario che la porta a fare lunghe passeggiate nella brughiera, osservando la natura e tutti i suoi cambiamenti. Pur essendo consapevole della propria diversità non sembra soffrire della propria solitudine. Suoi compagni di gioco sono i libri della vasta biblioteca ereditata dal padre e una pallida fanciulla incontrata, un giorno, nella nebbiosa brughiera. Si tratta del suo primo incontro con un’anima bianca, ovvero con lo spirito di una bambina morta molti secoli prima, che Ysobel, inizialmente ignara del suo potere di vedere le anime dei defunti, crede una creatura viva. Nel corso degli anni, questo genere di contatti con presenze ultramondane si ripete spesso ma non assume mai l’aspetto di un evento inquietante o spaventoso; al contrario, le anime bianche che Ysobel incontra in svariate circostanze, si distinguono per la delicatezza, la bontà e il senso di pace interiore che sanno trasmettere in ogni loro atteggiamento. La vita di Ysobel sembrerebbe chiudersi in questa bolla di irrealtà se non fosse per l’incontro con un noto scrittore del tempo Hector MacNairn, per il quale Ysobel nutre una speciale venerazione. Per amore di lui e della sua affettuosa madre, accetta di reintegrarsi nella società mondana, per quanto solo momentaneamente poiché la sua vita riprende quasi subito a scorrere nella consueta solitudine, questa volta condivisa con madre e figlio MacNairn nella loro residenza di campagna. Il romanzo termina con un finale aperto dove Ysobel, finalmente consapevole del proprio dono, consacra definitivamente la propria vita a quel sentimento di amore e di dedizione nei confronti del prossimo che l’aveva caratterizzata sin dall’infanzia.
Da questa bellissima lettura emergono non soltanto il talento narrativo dell’autrice ma anche alcuni dettagli che rimandano al personale rapporto con il suo primogenito e con la spiritualità. Già, perché il libro è dedicato al figlio della Burnett, Lionel, scomparso a soli quindici anni a causa della tubercolosi, evento che ebbe conseguenze in tutto il resto della vita della scrittrice. Nella figura di Hector, che Ysobel descrive, sia per indole che per bellezza, simile ad un arcangelo, la scrittrice tratteggia l’immagine – rendendola eterna per mezzo della scrittura – del figlio che la morte gli ha crudelmente sottratto. Ed è proprio il tema della morte e della sua interpretazione all’interno della vita umana che potrebbe fare di questo testo il punto di partenza di una riflessione più profonda. Ysobel oltre a possedere il dono di vedere le anime dei defunti, ha una caratteristica non comune tra il genere umano: non teme la morte, o almeno non la teme in quanto ultima e definitiva fase
dell’esistenza. Di fronte all’ineluttabilità del destino di Hector segnato da una malattia incurabile, Ysobel non dispera affatto. Per bocca della giovane protagonista, la Burnett rivolge ai lettori il suo pensiero carico di speranza: la morte non segna la fine di un’esistenza ma il passaggio ad un’altra dimensione, ad un altro ordine di vita. Si tratta di un nuovo inizio, di una rinascita o meglio di un risveglio alla libertà come lo definisce l’autrice. Ysobel stessa parla di liberazione dalla schiavitù della morte, ovvero della liberazione da una paura infantile che tanto condiziona e determina ogni azione e condizione interiore nella nostra vita sulla terra. La morte quindi è colta come l’occasione di un grande cambiamento in cui ci si risveglia in un altro posto. Non sappiamo se questa convinzione di Ysobel sia all’origine della sua capacità di vedere il non visto o viceversa, ma la Burnett mette in evidenza l’esistenza di una stretta connessione tra l’aspetto teorico e quello pratico della questione.
Non poteva mancare un cenno all’estro dell’autrice nel descrivere al lettore l’ambiente della
brughiera che presta la sua bellezza mistica e misteriosa a scenario perfetto per lo svolgimento della storia. Ed è infatti con una citazione “descrittiva” che termina questa breve nota di segnalazione di un libro che merita davvero di essere letto e meditato. Buona lettura a tutti voi lettori!csm_1003-Lueneburger-Heide-Landschaft-Totengrund__c_Lüneburger_Heide_GmbH_55265d4712

La brughiera esibiva il suo lato più misterioso quando mi svegliai l’indomani mattina. Era molto
presto e si era nascosta nelle sue più soffici nevi di bianca e avvolgente foschia. Solo qua e là la
cima di qualche oscuro abete faceva capolino sopra di essa, e di tanto in tanto il candore si diradava, fluttuando altrove.

Il diritto al rispetto. Una finestra sul pensiero di Janusz Korczak

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di Chiara Rantini

Laura Giuliani, Korczak l’umanesimo a misura di bambino. Casa Editrice Il Margine, Trento, 2016

Di Janusz Korczak non è stato pubblicato molto in lingua italiana. Eppure, oltre ad illustre pedagogista, fu medico e scrittore di racconti e di romanzi per bambini e adulti. Con ciò, possiamo dire che fu un uomo in cui tutti i carismi furono posti al servizio di una grande causa: l’attenzione per l’infanzia perché Korczak fu un umanista nel vero senso della parola, in quanto il suo umanesimo non fu una pura teoria ma una prassi di vita.

Fin dalla sua infanzia, sperimentò un senso di empatia verso tutti coloro che, a causa della povertà, vivevano in condizione di svantaggio sociale e culturale. Da ciò, nacque il suo desiderio che,in età adulta, divenne una missione, di soccorrere e di assicurare un futuro migliore ai tanti innocenti colpiti dalla malasorte. Viaggiò molto informandosi sui metodi di cura studiati all’estero e quando fece ritorno nella sua amata Varsavia dette vita alla “Casa degli orfani”, dando così l’opportunità a centinaia di bambini di poter vivere in un ambiente in cui, oltre a ricevere cibo e accoglienza, potevano sperimentare una nuova concezione di teoria e di prassi educativa. La fedeltà del “vecchio dottore” all’infanzia si espresse sino alla fine della sua vita con l’ultimo viaggio che lo condusse insieme ai suoi bambini alla morte nel campo di concentramento di Treblinka.

Ma torniamo a parlare della sua vocazione all’amore per l’umanità e per il bambino nello specifico. Korczak non era un ebreo praticante, nel senso che non frequentava abitualmente la sinagoga e tuttavia la dedizione nei confronti dei bambini in lui fu espressione di una religiosità che permeò tutta la sua produzione pedagogica e letteraria.

Nel suo libro di preghiere intitolato A tu per tu con Dio dà voce all’umanità intera colta nel suo dialogo con Dio. E cosa si può chiedere a Dio se non la forza di perseverare nell’amore, di resistere al male, così come, con parole simili, testimoniava Etty Hillesum in quella sorta di “dialogo” con se stessa che fu il suo Diario? Alla base del concetto di cura per l’infanzia di Korczak c’è la convinzione che il bambino rappresenta il punto di partenza per la formazione di un’umanità degna di questo nome e per la costruzione di una nuova mentalità (un nuovo umanesimo dunque) capace di erigere una società più giusta. Perché questo processo potesse divenire una realtà e non più solo un’utopia, occorreva ripartire dal concetto di diritto ed estenderlo al bambino. Korczak non ammetteva che si potesse considerare l’infanzia come una fase della vita pensata in funzione dell’età adulta. Perciò l’immagine del bambino come persona in potenza doveva essere assolutamente respinta. Il pedagogista polacco rivendicava il diritto del bambino al presente, a vivere la propria età secondo il proprio sviluppo, libero da condizionamenti che, nel bene e nel male, gli avrebbero impedito di seguire la propria via, il proprio e unico corso delle esperienze. Ma il pensiero di Korczak non si limita solo a questo aspetto del diritto che oggigiorno viene riconosciuto senza grandi difficoltà. Ciò che ancora provoca stupore è l’estensione del concetto di diritto a qualcosa che, giuridicamente non è quantificabile né definibile: il rispetto. L’idea del diritto al rispetto dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri in una creatura così fragile e in formazione come è il bambino ci mette di fronte alla grandezza del pensiero del pedagogista polacco. Gli educatori, i maestri, i genitori e gli adulti in generale dovrebbero sempre tenere conto di questa realtà nei rapporti con i bambini perché il rispetto è il primo passo per stabilire una relazione di pace e di amore che durerà nel tempo. Negli anni in cui Korczak metteva nero su bianco le sue idee, praticandole oltremodo nella sua “Casa per gli orfani”, in Europa si seguivano altre vie, altri concetti di educazione diametralmente opposti che seminarono nelle giovani generazioni odio e disprezzo, amore per la morte e disperazione.

Il libro di Laura Giuliani, laureata in pedagogia e insegnante di ruolo, ricostruisce le tappe della vita e dell’opera di Korczak seguendo una divisione in quattro parti. Una prima parte biografica in cui oltre alla vita del pedagogista emerge il contesto storico, sociale e culturale della Varsavia della fine del secolo XIX e dell’inizio del XX; una seconda parte in cui viene analizzata la personalità di Korczak da un punto di vista religioso e politico e infine una terza e quarta parte dove l’autrice si sofferma maggiormente sulle questioni pedagogiche ed educative. Chiude il volume una postfazione di K. Biernacka-Licznar dell’università di Wroclaw in cui viene ribadita l’importanza della pedagogia korczakiana in Polonia e la sua ricaduta in Italia. Il merito del testo di Laura Giuliani è quello di aver reso fruibile il pensiero del grande pedagogista polacco anche per coloro che non sono addetti ai lavori, dando così la giusta valorizzazione ad un autore che ha radicalmente rivoluzionato l’immagine del bambino nella società moderna e civilizzata.

La casa nella brughiera

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di Chiara Rantini

Elizabeth Gaskell, La casa nella brughiera, Edizioni Croce, Roma, 2016

È con piacere che salutiamo la pubblicazione di questo breve romanzo di una scrittrice inglese non molto nota ai lettori italiani. Elisabeth Gaskell, (29 settembre 1810 – 12 Novembre 1865) è autrice di una vasta produzione di racconti e novelle. I suoi romanzi offrono un ritratto dettagliato della vita di molti strati della società vittoriana, in particolare della classe del proletariato. Il suo primo romanzo, Mary Barton, fu pubblicato nel 1848. Nel 1857 la Gaskell scrisse la prima biografia su Charlotte Brontë. Altri romanzi più noti sono Cranford (1851-1853), Nord e Sud, e Mogli e figlie (1865). Collaborò con Charles Dickens per una importante rivista inglese. Nelle sue storie non mancano le critiche alla società contemporanea, sottolineando il ruolo delle donne, con narrazioni complesse e personaggi femminili realistici. Nel luglio 1841 la Gaskell visita il Belgio e la Germania. La letteratura tedesca ebbe una forte influenza sui suoi racconti e ne troviamo traccia anche in alcune pagine de La casa nella brughiera.

La casa nella brughiera, commissionata come testo natalizio nel 1850, racconta la storia di Maggie Browne, figlia di un uomo del clero protestante che, morendo improvvisamente quando la protagonista è ancora bambina, lascia in lei un grande vuoto affettivo. Nella casa di campagna, di cui la Gaskell descrive con grande maestria l’ambiente solitario della brughiera che la circonda, Maggie continua la propria vita a fianco di un fratello maggiore, Edward, poco sensibile e molto tirannico nei suoi confronti e la madre, vedova del pastore, che ha un’evidente predilezione per il figlio maschio, trascurando di fatto la piccola Maggie. Vive con loro anche una domestica, Nancy, una vecchia che nutre un affetto sincero per Maggie, sostituendo così, in parte, l’amore assente della madre. In questo ménage familiare scandito dalla noia, si inserisce un evento fondamentale per il resto della storia. Un giorno la famiglia è invitata alla tenuta della ricca famiglia Buxton. Nella famiglia Buxton, Maggie incontra l’accettazione e l’amore. In particolare la bambina si affeziona alla signora Buxton che, invalida, è costretta a passare le sue giornate a letto. Maggie conosce anche Erminia, una bambina adottata dalla famiglia dopo la morte di un loro parente e Frank, il figlio dei Buxton. Tolta dall’ambiente familiare a cui era sottoposta ad ogni genere di privazione intellettuali e affettiva, Maggie svela la sua vera natura: da bambina considerata pressoché stupida si rivela essere molto intelligente, sensibile e altruista.
Dopo la morte della signora Buxton, il romanzo prosegue nel raccontare le vicende di Maggie e Frank adulti. Edward è diventato un avvocato e gestisce alcuni affari per il signor Buxton. I due amanti vorrebbero sposarsi, ma il padre di Frank si oppone. Frank medita di emigrare in Australia o in Canada ma Maggie non vuole assolutamente partire. Nondimeno i loro progetti sono spazzati via dalla bufera finanziaria che coinvolge lo scapestrato Edward, mettendo a rischio tutta la stabilità della famiglia. Maggie si offre dunque in aiuto del fratello, rinunciando momentaneamente alle nozze con Frank, decidendo di imbarcarsi per l’America con Edward al fine di dargli una nuova opportunità di vita. Il romanzo termina con un naufragio in cui troverà la morte Edward mentre i due sposi si salveranno e andranno a costituire un nuovo nucleo familiare.

Ciò che fa di questo libro un piccolo gioiello della letteratura di età vittoriana è la forte caratterizzazione dei personaggi. Traendo ispirazione dalla novellistica tedesca, la Gaskell ha saputo creare due figure totalmente antitetiche. Maggie e Edward, che, pur essendo fratelli, rappresentano due poli opposti: uno positivo e l’altro negativo. Ciò che per Maggie è un valore, per Edward è un disvalore e viceversa. Ma a differenza delle storie di Natale tradizionali, pensiamo al coevo Canto di Natale di Dickens, il testo della Gaskell non ha un epilogo di redenzione. Edward non solo non si pente dei propri errori ma fino all’ultimo si macchia di profondo egoismo allorché tenta di sfuggire al naufragio anteponendo la propria salvezza a quella di donne e bambini innocenti. Anche nei confronti della madre, l’esempio di vita irreprensibile incarnato da Maggie non ha l’effetto che ci si aspetterebbe. Nelle battute finali del romanzo, la madre non cambia atteggiamento, continuando a manifestare la sua irragionevole preferenza verso il figlio maschio. Poco le importa del sacrificio e dello scampato pericolo a cui si è esposta Maggie nel tentativo di salvare il fratello. E sono proprio l’abnegazione e il sacrificio di sé i tratti caratteristici della nostra eroina. Fin da bambina tollera la schiacciante presenza e la diuturna prepotenza del fratello, cercando, piuttosto che lo scontro diretto, una condizione di pace e di armonia familiare. Questa condizione fortunatamente viene da lei vissuta all’interno della famiglia Buxton, soprattutto grazie alla signora Buxton che, intuendo le qualità della piccola Maggie, le coltiva e in un certo senso le indirizza nella giusta direzione. Da adulta, Maggie alla sua dolcezza e capacità di sopportazione, aggiunge il coraggio e il forte senso di responsabilità, schierandosi apertamente contro l’ideale della ricchezza priva di un’etica, del porre il denaro al primo posto rispetto ai sentimenti e all’onestà.

Infine, qualche breve considerazione sulla seconda grande protagonista del romanzo: la brughiera. Esiste una sintonia tra Maggie e questo particolare ambiente della campagna inglese. Essa è per lei il luogo dove poter sognare e trovare conforto. La sua vasta estensione è in un qualche modo immagine dell’infinito e quindi di Dio. In essa e nella sua apparentemente muta solitudine, vicino all’unico arbusto, un biancospino che riesce a sopravvivere alla furia dei venti e in cui possiamo vedere il simbolo della croce, Maggie bambina e adulta trova le risposte alla sofferenza che la minaccia. La simbiosi con l’ambiente naturale è per lei fonte di salvezza e allo stesso tempo palestra dove esercitare la sua innata capacità introspettiva che le permette di vedere oltre le apparenze fino alla radice dei problemi.