Preghiera per Černobyl’, voci dall’inverno nucleare.

preghiera per chernobyldi Chiara Rantini

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni e/o, Roma, 2018

Svetlana Aleksievič è una giornalista ucraina nata nel 1948. È una scrittrice appassionata della realtà e per questo non ha avuto vita facile nell’ex-Unione Sovietica.

Durante la sua carriera viene più volte ostacolata in virtù della sua sete di verità e solo nel periodo della perestrojka riesce a pubblicare i suoi libri migliori, romanzi in cui la realtà dei fatti è l’unica grande protagonista, spesso una realtà dura, vissuta da chi è stato dimenticato dalla storia.

Preghiera per Černobyl’ è stato scritto circa dieci anni dopo il terribile disastro alla centrale nucleare. Nel 1997 viene pubblicato e poi tradotto in molteplici lingue. Nel 2001 l’autrice ha compiuto una revisione del testo da cui è stata tratta l’edizione italiana.

Questo libro non è un reportage perché non possiede la freddezza tipica dello stile giornalistico ma non è un saggio perché non ha alcuna pretesa scientifica di spiegare le cause del disastro nucleare. Giusto sarebbe definirlo un “monumento scritto alla memoria” perché esso raccoglie le testimonianze di coloro che hanno visto entrare nella loro vita il “mostro” nucleare.ce

La Terra è improvvisamente diventata piccola. Abbiamo perso l’immortalità: ecco cosa ci è capitato. Abbiamo perso il senso dell’eternità. (Testimonianza di un insegnante)

Svetlana ha ascoltato tutte le voci, da quelle dei bambini a quelle degli anziani, riuscendo persino a far parlare la natura, gli alberi, gli animali e gli oggetti inanimati, autentici custodi della memoria.

Da ciò è nato un romanzo corale di un mondo sofferente che non vuole essere dimenticato. Romanzo corale quindi, ma anche testo filosofico perché proprio a partire dalle testimonianze sorgono molti quesiti di natura esistenziale. Primo tra questi, ovviamente, il valore della vita umana. La parola che ricorre più frequentemente nei racconti di chi ha vissuto l’immane tragedia è guerra. Ci potrebbe stupire ma ciò che hanno vissuto milioni di abitanti di quelle zone è proprio qualcosa di paragonabile a uno stato di guerra. Vaste aree dell’Ucraina e della Bielorussia sono passate sotto il controllo militare e quel poco di libertà di cui i cittadini potevano godere è stato sostituito dalla legge marziale in cui non c’è spazio per la comprensione degli eventi ma solo cieca obbedienza e obbligo di sottomissione.

Domande: “Che mezzi di protezione verranno distribuiti? Ci consegneranno delle tute speciali e dei respiratori?” La risposta era stata no. “È previsto che si scavi solo con i badili”. A parte due giovani insegnanti che si sono rifiutati, tutti gli altri hanno obbedito. (…) Ho forse mai insegnato qualcosa di diverso ai miei alunni? No, solo questo: andare dove occorre, gettarsi nel fuoco, difendere, sacrificarsi. La letteratura che ho insegnato non parlava della vita ma della guerra. (Testimonianza di un’insegnante)chernobyl-ruota-panoramica-maxw-824

Gli uomini giovani e forti (operai, elettricisti, camionisti ecc.) furono richiamati per essere inviati tra le fauci del mostro totalmente sprovvisti di protezioni necessarie sia a livello fisico che psicologico. Il pericolo veniva esorcizzato con la vodka e con una buona dose di propaganda per cui questi giovani erano eroi immolati sull’altare della patria sovietica. Furono definiti paradossalmente liquidatori perché inconsapevolmente stavano “liquidando” un intero paese, un sistema che nel disastro di Černobyl’ aveva raggiunto il suo apice di decadenza. Tutte le testimonianze sono concordi nel dire che dopo l’incidente nucleare nullaavrebbe potuto essere uguale a prima. Molti villaggi furono sepolti sotto molteplici strati di terrascomparendo per sempre dalle cartine geografiche. Questi uomini “liquidarono” la loro terra ma furono anche liquidati perché, una volta tornati alle loro case e alle loro occupazioni ebbe inizio una lunga agonia fatta di ricoveri, sofferenza, strazio per le famiglie.

chernobyl-pripyat_08Abbiamo tutti quanti partecipato …a un crimine…A una congiura. (Testimonianza di un ispettore per la protezione della natura)

Combattere una guerra con le armi e gli eserciti tradizionali sarebbe stato più semplice. Lottare contro un nemico silenzioso e invisibile penetrato in ogni istante e frangente della vita quotidiana ebbe un effetto devastante per la popolazione. Molti si arresero scegliendo di restare in uno stato di incoscienza nella consapevolezza che nessuno li avrebbe aiutati.

Quando perdi la sicurezza di una vita normale restano solo le radici a cui attaccarsi.

Preghiera per Černobyl è un libro che parla di un evento passato proiettato nel futuro: un futuro che potrebbe toccare ognuno di noi.

Quando morirò non seppellitemi al cimitero, il cimitero mi fa paura, ci sono soltanto morti e cornacchie. Seppellitemi nei campi… (Testimonianza di una bambina)
Il male, in sostanza, non è qualcosa a se stante, ma è privazione del bene, così come il buio non è altro che assenza di luce. (Testimonianza di un fuggitivo, un pellegrino, un folle-in-Cristo)

Simbologie e inconscio nel romanzo LA RESA DELLE OMBRE

di Arrighetta Casini

resadelleombreChiara Rantini, La resa delle ombre, Alcheringa ed., Anagni, 2018

Chiara Rantini esce con questo primo romanzo e già si presenta come una scrittrice matura sia per l’originalità della trama molto avvincente sia per la scrittura sapientemente articolata, ricca, piena di suggestioni, capace non solo di aderire alla psicologia dei personaggi, ma di esaltarla, anzi quasi di esasperarla man mano che la tensione emotiva cresce.

L’Autrice fin da subito mette in gioco tante “cose” dense di significato.

Prima di tutto l’immagine di copertina: una bella foto della stessa Autrice che subito coinvolge il lettore. A me ha fatto pensare alla selva oscura di dantesca memoria.

E’ la selva immersa in ombre ingigantite dalla debole luce di un sole malato che a stento si fa strada fra le nuvole in un sole di uniforme grigio.

Sono però le parole che colpiscono di più perchè dense di significato, prima di tutto la parola “ombra” che, oltre che nel titolo, ricorre molte volte nel testo.

Poi la parola “anima” anche questa usata molto usata con un significato vasto come nell’ex ergo di un filosofo presocratico, Eraclito:

“I confini dell’anima, nel tuo andare non potrai scoprirli, neppure percorrendo ogni strada, tanto profonda è la sua ragione”

Qui non è il caso di addentrarsi in una questione che ha attraversato la storia della filosofia, forse meglio ricordare la frase di Blaise Pascal: “Il cuore ha ragioni che la ragione non capisce”.

Molti ed attuali sono i significati simbolici dell’ombra. Simbolo e mito all’origine della conoscenza e della pittura. Il mito della caverna di Platone: solo ombre possiamo vedere noi esseri incatenati nella caverna. O il mito pliniano delle origini della pittura: l’atto di circoscrivere con un segno l’ombra di un uomo per crearne un’immagine.

Ma è sull’uomo, sulla sua psiche che il significato dell’ombra trova la sua espressione più immediata. Già Robert Louis Stevenson con il suo Dott. Jekill e mr. Hide aveva messo in evidenza il lato oscuro che si cela nell’animo umano .Poi la psicanalisi: l’archetipo dell’ombra elaborato da Jung è legato al concetto freudiano di inconscio.

Secondo Jung l’archetipo dell’ombra rappresenta il lato scuro della nostra personalità. Pensare di non possedere un’ombra è pura illusione, solo nell’oscurità più completa si può non avere ombra.

Per Jung l’ombra disconosciuta minaccia l’equilibrio psichico, ma se riconosciuta e vinta è fonte di energia psichica,

E’ questa la “resa delle ombre”?

Certamente Chiara ci propone un viaggio più articolato e complesso, più interessante e più vivo di una teoria psicanalitica, incarnato in personaggi che ingaggiano una lotta contro le “ombre” specialmente quelle più devastanti della follia in un clima di cupo romanticismo che fa pensare a tipologie nordiche.DSCN1474

Il libro si apre con un prologo che, in realtà, è un epilogo.. Ci dice che sì le ombre si possono vincere.

La protagonista ,Lena, ci è riuscita non grazie a sedute psicanalitiche, ma con la forza che solo la donna ha: quella di generare un nuovo essere, di dare la vita.

Si snoda allora il romanzo come un viaggio all’indietro che ci appare come una lunga discesa agli inferi ora attratta, ora respinta dalla fascinazione non solo dell’amore ma anche della pazzia.

Amore e pazzia è Janis.

Già il loro incontro è strano e denso di segni:

“Qualcosa di scuro mi passò vicino, ne vidi l’ombra confondersi con un’altra”

“Un’intuizione mi suggerì che qualcosa di insolito, di bello, di straordinariamente potente aveva incrociato la mia strada”

Ed ancora:
“Al terzo piano le porte si aprirono ed entrò un uomo avvolto in un cappotto di panno nero: Restai immobile paralizzata dallo stupore:L’ombra che era passata vicino a me il giorno precedente era entrata nell’ascensore. Vidi le dita scarne toccare i tasti e distendersi sulle pareti. Non avevo paura e tuttavia avvertivo un senso di mistero.”

Nasce così con “un carico enorme di emozione” un rapporto intenso e difficile, eppure Lena, ragazza che si trova in un bivio incerto della sua vita, in quel suo camminare per tutta la notte con lo sconosciuto prova “gioia”. Anzi molto di più:
“Compresi che la vita non si esauriva in me ma continuava in tutto ciò che mi circondava tramite connessioni segrete. Tutto era vicino, raccolto come in un punto e finalmente non aveva importanza dove mi trovassi e con chi: non ero più sola”

E’ una sensazione bellissima che ritorna dal passato grazie a Janis che Chiara presenta così:

“Lui era alto magrissimo, il volto affilato come quello di un lupo, i lineamenti perfetti incastonati in una carnagione luminosissima” La

Janis è un musicista, anche Lena è un’artista, dipinge.

Inquietante è anche la casa di Janis:
“Una sensazione di tristezza mi pervase l’anima: lo spazio della casa era solo un universo vuoto senza porte arricchito da pochi essenziali mobili e moltissime stoffe con tende, cuscini, tappeti, arazzi”

Ma il “il doppio” di Janis non è solo una condizione interiore luce-ombra, ma anche fisica: Janis ha un fratello maggiore Adrian con il quale vive quasi in simbiosi , un’unità che si è formata di fronte all’indifferenza e alla povertà affettiva della famiglia.

Lena si troverà nel mezzo, protetta in un certo senso dalla presenza di Adrian che sempre si trova fra i due.

I personaggi del romanzo sono pochi e vivono in un loro mondo che non è tipizzato quanto a tempo e spazio, l’ambiente è proiezione di stati d’animo.

Lena, Janis e Adrian occupano quasi per intero la scena, appare appena Marta, ama Adrian ma sta in disparte conscia che la gran parte della vita di Adrian è occupata da Janis. C’è poi un personaggio sfuggente che appare poco è Alma che si configura come colei che può curare, che sa.

Lena è la protagonista, racconta in prima persona, il susseguirsi delle esperienze ad alta tensione emotiva fino alla drammaticità nelle quali si è gettata con tutta se stessa per sfuggire ad una famiglia apprensiva e appiattita nella più squallida normalità.

Per contrasto l’amore per Janis ha subito i caratteri dell’eccezionalità, una quotidianità che è sempre sopra le righe, dove il sublime, il terribile, l’angoscioso, il tragico si alternano senza trovare una pur minima composizione in una possibile normalità.

Mi sembra che la scrittura di Chiara esalti tutto questo e crei un clima di tensione romantica che rimanda a certi stilemi cari allo Sturm un Drang.

Prima di tutto tratteggiando un paesaggio che non è solo sfondo degli avvenimenti, ma riflette, accompagna, talvolta amplifica gli stati d’animo.

E’ un paesaggio immaginario, Himmelort non esiste, ma ha le caratteristiche di una città del nord: il freddo, i canali, il bosco. Spesso ha i caratteri della fiaba dove tempo e luogo rimangono indeterminati.SDC13493h

“Percorremmo una strada stretta, fangosa che tagliava il centro di uno sparuto villaggio di case contadine dai tetti di paglia…..

L’elemento acqua ha molta importanza in questo paesaggio dell’anima: la pioggia purificatrice, l’acqua morta dei canali o quella oscura e ferma del lago che sembra voler inghiottire Lena e Janis, ma è il mare, ora quieto che appare in uno scorcio, ora in tempesta, ma sempre esaltante e liberatorio.

Vorrei ritornare sulla parola “anima” che spesso ritorna nella narrazione.

La storia di Lena e Janis che Chiara racconta è una storia d’amore nella quale si parla pochissimo di corporeità. Il corpo non appare mai nel godimento dei sensi ma nel dolore, il pianto, la malattia. Questo amore si muove in un’altra dimensione, quella dell’anima, come a voler comprendere nella relazione l’intero individuo esaltando la parte emozionale e psicologica, ancora di più: c’è la volontà di scavare a fondo nell’irrazionalità e nella pericolosità di questa situazione amorosa, di questo amore “misterioso e inaccessibile”

Già Lena aveva intravisto questo percorso difficile:

“In lui avevo visto come in uno specchio un destino di profonda sofferenza e di gioia estatica”

Solo una parola “amore” per indicare tante storie.

Nel romanzo Alma, la donna sapiente, indica tre vie dell’amore:
“La prima segue un percorso pianeggiante finisce di perdersi in un nebbioso orizzonte. La seconda si arrampica per un pendio terminando contro una parete rocciosa. La terza segue una via d’acqua per poi dileguarsi in una vastità luminosa che avrei potuto indifferentemente indicare come cielo o come mare”

Ancora l’acqua in cui la vita è nata e si rigenera potrà portare alla “ resa delle ombre”?

PASSAGGIO A SUD, un cammino lungo l’Appennino

passaggioAntonio Gonnella, Passaggio a sud, Ali&noeditrice, Perugia, 2019

recensione di Chiara Rantini

Nel cammino risiede la gentilezza, il cammino è un atto pacifico, la lentezza permette la comprensione, la conoscenza. In un mondo che fa della velocità un vanto, il cammino è un vero atto politico, dirompente, per molti disarmante, è un’azione rivoluzionaria. Il cammino è cambiamento profondo, il proprio.

Basterebbe fermarsi qui, meditando queste parole, per capire che affrontare un cammino non è esaudire un capriccio bensì un qualcosa che nasce prima dal cuore, dalla mente e infine si rende concreto sulla strada. Ed è proprio con questo spirito che Antonio Gonnella costruisce il suo cammino che dalle Marche lo conduce a sud, fino in Irpinia.

Nelle pagine introduttive di Passaggio a sud, Antonio parla di sé, del suo innato amore per la montagna, della curiosità giovanile che lo ha portato a confrontarsi con le maestose Alpi, maestose ma incredibilmente lontane dal suo cuore. L’Appennino, questa variopinta cordigliera che attraversa l’Italia da nord a sud, Antonio lo ha sempre davanti (abita in Toscana, nel Valdarno, per quanto le sue origini siano pugliesi) e irresistibilmente chiama. Così dopo aver percorso il Tratturo Magno, da L’Aquila a Foggia, sulle antiche vie della transumanza, nasce l’idea di continuare a vivere l’Appennino, a dispetto di coloro che lo abbandonano ogni giorno di più. Parte a luglio del 2017, destinazione Marche. Ovunque passa trova tracce del sisma del 24 agosto 2016: le città sono deserte ma gli abitanti non hanno perso la voglia di lottare e ogni giorno, per quanto sfollati in riviera, tornano nei loro paesi per farli rivivere con il lavoro in una sorta di “pendolarismo al contrario”. Fatica e sudore, questo è sempre stato l’Appennino per chi da millenni ci è vissuto e continua ostinatamente a viverci. Un luogo per conoscerlo, lo devi camminare, afferma Antonio scrivendo una grande verità perché per amare un territorio è necessario percorrerlo, prenderne possesso con lo sguardo, toccare la sua terra, aspirare il profumo dei suoi boschi e delle sue praterie, in modo quasi ferino, perché l’attaccamento e quindi il radicamento nascono da una relazione che non può essere assolutamente virtuale.

Questo è un libro che unisce gli italiani, così divisi da insulsi campanilismi, e fa dell’Appennino la comunità per eccellenza, il luogo del bene comune dove tutti si aiutano e rispettano l’ambiente in cui vivono. Sembra che la storia con la esse maiuscola non sia passata di qui e invece si scopre che, anche nei piccoli centri montani, ci sono vestigia dell’insediamento di antichissimi popoli, perlopiù genti dimenticate perché schiacciate e inglobate dai grandi imperi. Parlando di questo, Antonio ha continuato il suo cammino in Abruzzo, anch’esso martoriato dal sisma del 2009. Terra di parchi, di bellezze naturalistiche e artistiche di grandissimo spessore, è il luogo dove sono evidenti gli effetti del cambiamento climatico. Il ghiacciaio del Gran Sasso sta scomparendo, il dissesto idrogeologico avanza e tragedie come quella di Rigopiano sono la naturale conseguenza. Non è più solo una questione di difesa dell’ambiente, ma come scrive Antonio una questione di sopravvivenza. Non tanto per noi, quanto per le prossime generazioni a cui lasceremo un ambiente divenuto invivibile. Ecco allora che un cammino diviene un segno, un grido di protesta e di ribellione a questo stato di cose che moti danno per irreversibile, cullandosi nella propria incapacità di reazione. Camminare e non viaggiare, conoscere e non vedere superficialmente, prima che esperienze sono scelte di vita dettate da un’etica ben precisa. Non basta di dire “no”: i “no” vanno praticati e resi visibili a tutti. Passaggio a sud è un libro ricco di spunti da questo punto di vista e infatti molte delle sue pagine sono occupate da interessanti approfondimenti su vari aspetti del territorio: dallo smantellamento del Corpo Forestale alla banda del Matese, approfondimenti necessari per contestualizzare questo percorso.

E arriviamo all’ultima parte del Cammino. Antonio giunge in Molise, terra di emigrazione per eccellenza: emigrazione interna ed esterna. Qui, qualcuno è tornato e più di coloro che non sono mai dovuti andare via, sa quanto è importante l’accoglienza. Antonio e Francesca vengono accolti come un tempo venivano accolti i viandanti, i pellegrini che per vari motivi, religiosi o lavorativi, avevano lasciato le proprie case, avventurandosi in luoghi lontani spesso senza avere un soldo in tasca, facendo affidamento sulla generosità e l’ospitalità dei popoli appenninici. La solidarietà dimostrata da queste genti di montagna è un altro tratto comune, come lo sono le faggete e la cultura alimentare legata alla pastorizia e alla coltivazione del castagno. Ma la montagna non è solo un bucolico idillio. La montagna e quindi l’Appennino, soffrono ( e più si scende a sud, maggiore è la sofferenza) per il disinteresse della politica verso le attività economiche locali, come l’agricoltura e la pastorizia. Incontrando le persone, parlando di questa terra, Antonio dà voce a questa silenziosa protesta che non perde mai il carattere dignitoso che è proprio dei suoi abitanti. Ecco allora che i volti delle donne e degli uomini che lottano ogni giorno perché venga riconosciuto il valore del loro lavoro (viticoltori, pastori, boscaioli) divengono delle immagini di resistenza verso le quali è difficile restare indifferenti. Dopo il Sannio, il cammino giunge alla meta: Irpinia, terra di sismi mai dimenticati, di ricostruzioni mai finite e terra di lupi.

Si dice che nel lupo l’uomo veda se stesso. Probabilmente è vero anche il contrario, che lo sguardo profondo del lupo sia fatto per scrutare e leggere le cose più nascoste che sono dentro di noi, così scrive Nazzarena Luchetti, contribuendo alla buona riuscita del libro di Gonnella. I lupi sono un altro elemento unificante degli Appennini e sono il segno di una possibilità di sopravvivenza, perché nell’età della decrescita felice, ciò di cui si deve occupare l’uomo non risponde alla parola “progresso”. Sopravvivenza, umanità, rispetto e solidarietà sono i concetti chiave in un’epoca che non può più aspettare il tempo delle ideologie.

Passaggio a sud è questo tentativo e un atto di amore per il nostro paese.

Nel segno della falsificazione storica

 


di Daniele Marletta

Catherine Nixey, Nel nome della croce. La distruzione del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018

Un libro dal titolo commercialmente accattivante, ma che è nei contenuti addirittura peggiore delle aspettative. Nel risvolto di copertina si dice che chi lo ha scritto avrebbe studiato “Storia e Letteratura Classica a Cambridge”, e questo ci fa rivalutare i tanto disprezzati atenei italiani. Il libro, caso raro, sa essere insieme pedante e pedestre: cita un dovizioso numero di fonti, mescolandole però tra loro, e soprattutto confondendo spesso (volutamente?) le fonti tardoantiche con le tardomedievali, in un potpourri di frasi fatte, luoghi comuni, veri e propri travisamenti. Un profluvio di citazioni decontestualizzate e di improbabili aneddoti fatti passare per verità storiche inoppugnabili.

Il libro si apre con la narrazione a tinte fosche della spoliazione e distruzione del Tempio di Atena a Palmira nell’anno 385, e di simili narrazioni è costellato in quasi tutti i capitoli. L’autrice vuole forse mostrare visivamente nella distruzione dei templi la distruzione dell’Era Classica stessa, dimenticando però un fatto essenziale a cui sarà bene fare accenno. Noi uomini del XXI secolo siamo abituati a vedere nella distruzione dei templi un certo fanatismo, soprattutto islamico: vengono in mente, in particolare le grandi statue del Buddha distrutte in Afghanistan dai talebani, o, in anni più recenti, l’operato dell’Isis in Medio Oriente. In effetti, a leggere questo libro, sembra che l’intento dell’autrice sia più che altro quello di mostrare che i cristiani della tarda antichità e del medioevo si sono mostrati fanatici allo stesso livello. L’autrice dimentica forse che il Cristianesimo non si è diffuso nel XXI secolo e che la distruzione del Tempio di Atena a Palmira risale a un’epoca in cui distruggere e depredare i templi altrui era considerato perfettamente normale. Gli stessi romani (la cui tolleranza e civiltà vengono ampiamente decantate nel corso del libro) lo fecero parecchie volte. Ancora oggi gli ebrei di Gerusalemme pregano presso il “Muro del Pianto”, ciò che rimane del loro grande Tempio distrutto e spogliato dei suoi tesori nel 70 d.C. da quel Tito che Svetonio ebbe a definire “amore e delizia del genere umano”. Era il cosiddetto “Secondo Tempio”: il primo, il Tempio di Salomone, era stato distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C.
Per quanto riguarda il rispetto per i templi altrui (ed è tutto quello che il libro riesce effettivamente a dimostrare) i cristiani non seppero essere al di sopra dei loro contemporanei. Fu una colpa? Dal loro punto di vista certamente sì, dal punto di vista dei contemporanei non fu né colpa né merito. Tutto il libro, per il rimanente, segue questa falsariga: si accusano i cristiani di cose che facevano anche i “classici”.

A questo punto è necessario porsi una domanda e fare una riflessione: come mai è tanto di moda il disprezzo del Cristianesimo? Viviamo, ed è sotto gli occhi di tutti, in un’epoca che si pone a tutti gli effetti come post-cristiana. In quasi tutto il mondo occidentale sono in vigore leggi assolutamente contrarie all’ethos cristiano (aborto ed eutanasia, tra le altre). I simboli cristiani spariscono dalle scuole, dagli ospedali e dagli altri luoghi pubblici. Le chiese si spopolano sempre più. Per molti versi si può dire che al mondo occidentale di cristiano non sia rimasto che il nome. Resta comunque il fatto che il Cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale proprio nella formazione di quella che chiamiamo “civiltà occidentale”, ed è un ruolo che è stato indubitabilmente positivo. Per intenderci, anche un documento come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ha dei principi ispiratori cristiani. Cose come la “libertà individuale” o la “libertà di pensiero” sono state teorizzate in un mondo che si professava cristiano, non islamico o buddista.. Ciononostante, misconoscere il ruolo del Cristianesimo nella nostra cultura è un atteggiamento sempre più frequente. Gli intellettuali, per vezzo o per convinzione, tendono sempre più a dichiararsi “laici”, e i pochi che continuano a dichiararsi cristiani sono spesso ridicolizzati o emarginati. I giornalisti (o gli storici dell’arte come la signora Nixey) prestati alla divulgazione storica si dedicano con certosina pazienza al compito di screditare la fede cristiana e la storia del Cristianesimo.

Per chiunque abbia fatto studi storici seri la verità storica è ben diversa da quella presentata in questo libro. La Civiltà Classica non fu affatto distrutta dai cristiani (che al contrario la conservarono in varie forme, sia culturali che istituzionali). Certo, la storia del Cristianesimo non è stata tutta “rose e fiori”, non sono mancate la pagine oscure. Non furono i cristiani, però, a distruggere il mondo classico. Questo, molto più semplicemente, morì di morte naturale, con l’implosione della parte occidentale dell’Impero Romano, per continuare a vivere ancora per qualche secolo (sebbene in forma modificata) nella parte orientale. Può sembrare un paradosso, o magari uno strano segno dei tempi, ma il fatto è che in una cultura come la nostra, sempre pronta a idolatrare l’oggettività scientifica, solo per la fede cristiana si faccia deroga a tale oggettività.

UN PARADISO PER ICARO di Chiara Rantini – riflessioni di Gabriella Becherelli

cover paradisoChiara Rantini, Un paradiso per Icaro, Alter Affluenti Poesia, Ed. Ensemble, Roma, 2018

Dalla notte dei tempi i miti ancora oggi raccontano la nostra essenza, il nostro modo di essere e di affrontare la vita. Icaro rappresenta l’impulso primordiale di salvezza, un forte anelito verso il desiderio di libertà, incarna quello slancio vitale così forte e prorompente che non conosce la via di mezzo. Icaro è caduto in volo per troppo entusiasmo, la stella suprema con il suo calore ha sciolto le sue ali di cera facendolo precipitare e morire. La sua buona intenzione però merita comunque un paradiso, un luogo di pace per ritrovare se stesso nell’armonia. Il titolo di questa silloge di poesie di Chiara Rantini è perfetto, perché il suo modo di fare poesia dona a Icaro un paradiso, attraverso la compassione. Lei rappresenta il suo volo dolcemente sopra i luoghi che portano gradatamente verso il cielo. Il suo percorso è svolgimento necessario, ragionamento amorevole che sfiora le cose e non le travolge. E’ componimento ponderato e sentimentale, formato da dettagli determinanti e forti per comprenderne meglio l’ essenza. La sua compassione esistenziale la guida sempre e la spinge con delicatezza a guardarsi intorno, poi sosta e regala sul filo della malinconia quel paradiso di liberazione. I suoi testi trattengono le emozioni, in seguito le libera con discrezione e rispetto verso quei sentimenti che potrebbero travolgere.

icaro

Prosegue nel viaggio delle pure emozioni guidate dal tempo, che prende forma sul nostro modo di intenderlo. Lei pratica la poesia, nella semplificazione dell’ascolto, dell’osservazione profonda che dall’esterno s’inoltra nell’interiorità. “Partenze” e “Ritorni”, sono i primi due titoli della silloge, fanno parte del suo percorso dentro la natura, presenza costante nei sentimenti del divenire. L’Atman è lontano e privo di confini ma si può intuire ,sentire, respirare attraverso la natura del vivere, attraverso i fenomeni. L’Atman non ha ali di cera, è volo immobile che si manifesta costantemente e fa parte della nostra esistenza sulla terra rossa. Dopo un lungo viaggio rimangono i “Fragmenta”, la parti più preziose, da cui attingere in contemplazione.

Un dono definito nelle tinte del ricordo, da cui Icaro può trovare il suo paradiso.

Gabriella Becherelli

 

 

Vederci doppio

Recensione di Chiara Rantini

Mirko Tondi, Vederci doppio, Robin edizioni, Torino, 2018

 

vederci doppioAccolgo con grandissimo entusiasmo questa nuova fatica letteraria di Mirko Tondi. Questa volta non si tratta di un romanzo ma di una raccolta di racconti molto singolare.

Quarantadue racconti divisi in blocchi e alternati da trilogie tematiche. Mirko Tondi propone al lettore qualcosa di nuovo anche nella struttura e nella fruibilità. Sì, perché, come l’autore stesso scrive nella breve prefazione, questi racconti, nati nel corso di sette anni in situazioni spesso fortuite e non proprio canoniche, andrebbero letti ovunque, in ogni luogo, anche il più bizzarro. E certo per la loro brevità e intensità si prestano bene a questo tipo di operazione. Ma pur, leggendoli singolarmente e in tempi diversi, occorre non perdere di vista il tema che li racchiude. Lo si evince chiaramente dal titolo.

“Vederci doppio” significa non considerare un unico piano della realtà.

Come gli scrittori sanno bene, quella che ci appare come l’autenticità dei fatti, di solito, è il frutto di una visione univoca. Scrivere aiuta a rendere la vista più acuta e capace di muoversi a 360 gradi. Perciò, i protagonisti dei racconti narrati in questa raccolta, in prima e in terza persona, vivono e riflettono questo sfasamento della realtà. Si presentano in un determinato modo ma potrebbero essere anche tutt’altro.

Visioni, incubi, situazioni oniriche conducono il lettore in un universo immaginario dove i confini tra la ragione e la follia vanno a braccetto. E tuttavia, per quanto in modo ironico e talvolta sarcastico, tra le pagine di questo libro si affrontano temi importanti come, ad esempio, la ricerca di una possibile convivenza pacifica (Mormorii e tenebre) o il senso di incompletezza che caratterizza l’uomo e il suo paradossale amore per questa condizione di “mancanza”.

Scrive Mirko, a tale proposito, nel racconto Caffè sul gas, uno dei più belli di questa raccolta:

Ho sempre amato i corpi imperfetti, i cieli nuvolosi, i dipinti astratti e i film col finale aperto; ho sempre amato ciò che era in divenire, la sua parvenza di sorprendente mutevolezza. Questa staticità dalle solida fondamenta invece mi blocca qua, tra i muri bianchi e vuoti di casa mia, dove avrei potuto appendere quadri e mensole, foto e poster, ma dove non ho messo niente, perché è più che mai vero che la propria casa riflette se stessi, e noi siamo incompleti, entrambi.

Atmosfere kafkiane si respirano in molti testi come, ad esempio, in Tutto si risolverà per il peggio, dove Mirko sembra divertirsi a provocare il lettore dialogando con esso su bizzarre storie a finale tragi-comico, toccando note di un sarcasmo auto-distruttivo di notevole spessore e che non può non richiamare alla mente anche altri autori della letteratura anglo-americana.

Leggendo questi racconti, spesso si ha la sensazione di trovarsi a teatro o al cinema (quello buono d’essai e un po’ d’annata) perché pare di essere spettatori di un dramma o di una commedia dove chi legge, suo malgrado, è chiamato in causa per la facilità con cui è possibile immedesimarsi in determinate situazioni. È il caso del racconto La tempestività della pioggia dove la pioggia costituisce la linea di confine tra ciò che è considerato un elemento di sicurezza (l’essere all’asciutto) e ciò che è ritenuto elemento di caos (la mancanza di visibilità). E di nuovo Tondi, con un linguaggio che abbraccia la poesia, fa risentire nell’anima la tragicità dell’esistenza, il fatto di essere casualmente da una parte della barricata piuttosto che dall’altra, all’asciutto piuttosto che sotto la pioggia, l’incertezza che caratterizza ogni nostro passo nella vita ma che tuttavia esercita una potente fascinazione a cui è impossibile sottrarsi.

LA BELLEZZA CHE NON POSSIAMO SOPPORTARE. Pensieri sparsi sulla poesia di Alberto Blanco

radicedi Chiara Rantini

Alberto Blanco, La radice quadrata del cielo, Ensemble ed., Roma, 2017

Ho avuto la fortuna di incontrare Alberto Blanco, poeta messicano molto noto all’estero e ora pubblicato in Italia da Ensemble, a maggio di quest’anno nell’ambito della presentazione, al Caffè letterario Le Murate di Firenze, del suo libro “La radice quadrata del cielo”.

Classe 1951, laureato in chimica, sinologo e studioso di filosofia del linguaggio, Blanco è approdato alla poesia con la stessa semplicità e naturalezza che sono proprie della sua arte.

La sua infatti è una poetica dell’essenzialità, della precisione ed esattezza geometrica, di un’architettura sobria e perfetta in cui razionale e irrazionale, mente e spirito si muovono in totale armonia.

La raccolta si apre con una Dichiarazione dei principi in cui Blanco presenta se stesso. Si definisce un uomo di scienza ma non per questo ha la pretesa di fare del suo pensiero un postulato universale. Ogni scienziato ha le equazioni che si merita, e con ciò Blanco predispone il lettore ad accogliere visioni divergenti su ciò che potrebbe sembrare indiscutibile come il fatto che 1+1 = 2. Stabilito questo principio di “umiltà”, il libro si articola in tre parti: Lezioni di geometria, Teorie e Mappe. Leggendo i titoli delle sezioni, il lettore potrebbe pensare di avere tra le mani un testo che affronta temi astratti, freddi, lontani dalla vita umana. Non è così.

La voce di Blanco, che possiede la forza della parola profetica, parla dell’uomo all’uomo. Innanzitutto, in modo asciutto e immediato, ci ricorda un fatto fondamentale: il nostro essere qui nel mondo.

Non abbiamo altro corpo.

Siamo qui.

Solo qui.

Qui

(Teoria dello spazio)

 

Siamo dunque in questo mondo e siamo sottoposti alle leggi della fisica e tuttavia il nostro essere è un paradosso e un’eccezione rispetto al fatto che

tutto tende al disordine

tranne la nostra vita

(Prima teoria termodinamica)

 

blancoCiò che si avverte sin da una prima lettura è l’idea che la vita umana è qualcosa di irripetibile, di prezioso di cui il poeta non può fare altro che prendersene cura tramite l’uso di una parola purificata, ripulita dai sottofondi e dai volumi impazziti della nostra società urlante.

Quanto dolore possono sopportare le parole (storpiate, deturpate, violentate), si chiede Blanco? Ecco allora che il poeta interviene sul linguaggio, lo accoglie nella sua casa, lo nutre e, una volta salvato, lo restituisce come medicamento ad una società malata. Da ciò nasce la parola poetica, frammentario segmento rivolto alla vita.

Nelle mappe non si è percorso nulla.

Nella poesia non c’è nulla di scritto.

(VIII mappa)

 

Così, la poesia, pur non percorrendo uno spazio preciso, è movimento, un movimento rapidissimo che ci tocca interiormente senza lasciare traccia della sua traiettoria.

Le poesie sono rapidissime.

Non possiamo conoscere – allo stesso tempo – la loro forma e il loro contenuto.

E se conosciamo la forma di una poesia

mai sapremo esattamente

di cosa parla.

(Teoria dell’incertezza)

e ancora, secondo la teoria quantistica

può esistere movimento

senza traiettoria, senza percorso e senza orbita.

O almeno, senza un cammino noto

e – ciò che è più importante –

senza un cammino che si possa conoscere.

Non è questo la poesia?

(Teoria quantistica)

 

Dunque, rispetto a questa inconoscibilità della materia poetica, cosa ne è dell’uomo, del poeta stesso che è qui, in un mondo regolato da leggi fisiche e matematiche? È forse condannato ad un’esistenza schizofrenica? Blanco sembra rispondere a questo interrogativo e lo fa proprio a partire dalla geometria.

Qui si lotta e si sa, si ama e si tace, scrive nella Quarta lezione di geometria perché il nostro corpo occupa un volume, anzi è un volume e come tale ha un numero infinito di punti (Seconda teoria di geometria). E dato che il corpo umano ha in sé la qualità dell’infinito, è chiaro che non esiste separazione tra esso e la poesia.

Potrei dilungarmi ancora su ogni singola parola di questa raccolta poetica perché in ognuna si troverebbe un seme da cui far germogliare un albero di concetti, ma lascio al lettore l’emozione della scoperta.

Vorrei dedicare la conclusione di questa breve recensione all’ultima parte del libro (Mappe) svestendo i panni della blogger per indossare quelli della persona umana la cui sensibilità è stata risvegliata da immagini, evocate dal poeta, che hanno fanno parte di un proprio vissuto interiore. Chi mi conosce, sa quanto sono appassionata di mappe, reticolati geografici, cartine escursionistiche e simili. È una passione che mi riconduce all’infanzia e ai tanti mondi immaginari che si materializzavano per me nei grafici delle mappe. Non voglio aggiungere altro, sperando soltanto che altri lettori possano cogliere l’emozione che mi ha dato la lettura di questi versi:

Che cosa sono i colori di una mappa se non un sogno?

Il ricordo anestetizzato della nostra infanzia.

Le finestre aperte nell’ufficio del cartografo.

Una sorgente della più pura e semplice felicità.

(VII Mappa)