“Qualcuno si ricorderà di noi”, un testo teatrale di Alessia Pizzi

Alessia Pizzi, Qualcuno si ricorderà di noi, testo teatrale, Fusibilia Libri, 2020

Ispirandosi all’antichità greca, Alessia Pizzi ci conduce in una pièce di un solo atto a colloquio con tre poetesse di età ellenistica: Erinna, Anite e Nosside. Vittime di un ingiustificato oblio, l’autrice compie la lodevole operazione di portare all’attenzione dei lettori la loro arte lirica. Tuttavia ciò che caratterizza questa originale opera non è tanto lo sguardo al passato ma quello al futuro visto attraverso un presente alquanto incerto come quello che stiamo attualmente vivendo.

Nella pièce il risveglio delle tre poetesse da un letargo che ha tutto il sapore di una condanna storica, è segnato dall’incontro con un essere sconosciuto, un tipo bizzarro, un certo “Google”, nome ostico, e per questo malamente pronunciato dalle tre greche. Nella discussione è chiamata in causa anche Saffo, una delle poche poetesse antiche che non abbia ricevuto una damnatio memoriae, mentre a margine è protagonista il Coro, così come è tradizione in ogni testo teatrale antico.

Il tema centrale affrontato, in un linguaggio che di aulico ha – volutamente – poco, è quello relativo alla condizione femminile, dibattito sempre vivo dagli anni Sessanta in poi. Ma qui la prospettiva è diversamente critica; l’attenzione non verte soltanto sulla colpa di oblio di cui i secoli passati si sono macchiati nei confronti delle voci liriche femminili, bensì sulla ricezione del presente.

“Google”, il motore di ricerca invincibile e onnipotente segue ben altre logiche da quelle dettate dall’amore per la cultura essendo altri gli algoritmi a cui deve rispondere. Ancora una volta le tre poetesse ellenistiche vengono tradite: non più condannate all’oblio ma a un destino fatto di superficialità, stereotipi, incomprensioni. È come se Alessia Pizzi, tra le righe, mettesse in evidenza quanto sia ancora difficile un confronto sereno tra passato, presente e in un certo senso anche futuro. Forse solo nelle aule universitarie o nei circoli dotti sembra che sia maggiormente possibile raggiungere una conoscenza “pura”, ovvero scevra da sovrastrutture e “chiacchiere da social” a cui purtroppo anche i temi più nobili sono soggetti.

La pièce presenta il problema, lo pone in maniera ironica ma chiaramente non dà soluzioni. Quelle spettano a noi lettori, fruitori della cultura e partigiani della difesa della stessa.

Alessia Pizzi, nata a Roma nel 1988, si è laureata in Filologia Classica presso l’Università di Roma Tre dopo un soggiorno di ricerca ad Oxford dedicato allo studio delle voci femminili in età ellenistica. Attualmente scrive per alcune testate giornalistiche e lavora per un’agenzia di comunicazione. Nel 2015 ha fondato un sito dedicato interamente alla cultura, Culturamente.it. Ha pubblicato Teorema del Corpo-Donne scrivono l’eros (2015) e Haiku tra meridiani e paralleli-Terza stagione (2016) con Fusibilia Libri. Sempre con Fusibilia Libri ha pubblicato nel 2020 il testo teatrale Qualcuno si ricorderà di noi.

a cura di Chiara Rantini

COCCI DI BOTTIGLIA, silloge di Benedetto Ghielmi

Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, 2000diciassette ed., 2020

Cocci di bottiglia è la prima raccolta poetica di Benedetto Ghielmi, autore molto attivo nel panorama degli scrittori emergenti.

Già dal titolo, si ha la sensazione di entrare in un mondo frantumato dove però, l’intenzione del poeta è quella di ricomporre ciò che è andato in pezzi. I cocci di bottiglia sono i frammenti del vissuto personale che si allarga a un collettivo, seguendo la caratteristica propria della poesia cioè quella di essere universale. La lettura suscita molte immagini tra cui ricorrente è quella del trovarsi in cammino, un cammino fisico ma soprattutto interiore. La ricerca di un senso in un mondo che sembra divertirsi a relativizzare tutto, rendendo instabile anche ciò che è sempre stato considerato stabile, è una costante esplicitata in alcune poesie come ad esempio, Cammino e Catarsi.

In quest’ultima poesia l’insofferenza nei confronti della condizione esistenziale sta tutta nell’immagine dei “lacci” che impediscono al poeta di essere libero:

lotto per slegarmi dai lacci della umana condizione

Il senso della catarsi è quello di un rinnovamento, una ricomposizione dei cocci “esistenziali” che passa attraverso un percorso di ricerca: una ricerca che è, essenzialmente, attesa, come Benedetto scrive nella poesia Brandelli di luce

attendo ciò che la vita mi serberà con animo sereno

ogni singolo frammento è attesa

L’autore attende che la luce possa indicare la via ma prima che questo avvenga non è possibile evitare di passare attraverso la delusione e il disappunto verso il mondo esteriore.

vogliono che scelga il tutto

(Delusione)

Non diversamente il poeta deve passare dal crogiolo del dubbio prima che possa sgomberare il campo da ogni possibile intralcio nel suo personale processo di crescita nella ricerca della verità e di avvicinamento all’Assoluto

Dondolo tra questi estremi

sussulto di vitalità

forza di incominciare la ricerca

(Dubbio)

Lo svelamento avviene nella scoperta di una verità essenziale ovvero nel fatto che già esistere, in questa vita che ci è stata data, ha un significato in sé e rimanda a qualcosa di superiore che permette l’esserci e il senso di quest’ultimo.

colui che custodisce l’essenza del tutto

(Esistere)

Chi è il poeta? Benedetto definisce sé stesso un cercatore, un esploratore, un uomo mite. Un eremita, un musicista (Essere una persona)

La sua è una poesia che guarda all’incontro con l’altro, una poesia di avvicinamento dove la ricerca del senso non è qualcosa di solipsistico ma nasce da un confronto continuo.

Al di là del mare c’è un luogo

dove desidero ardentemente incontrarti fratello

dove il mio e il tuo senso

si incontreranno comunicando serenità e pace

(Dove sta il mio oltre)

Ma la ricerca del silenzio e dell’assoluto non è un percorso senza ostacoli; dentro di sé è necessario superare una lacerazione e questo duplice aspetto si riscontra in questa poesia

cammino senza meta assaporandone il piacere

saltello arrampicandomi sui distributori della felicità

canto parole prive di apparente senso

inciampo

svengo

mi sveglio

era un sogno..

(Lacerazione)

Leggere questa silloge poetica è come percorrere un cammino: c’è la strada buona ma anche i sentieri impervi, i burroni, le discese improvvise ma ad ogni sosta, ad ogni difficoltà non viene mai meno la luce della speranza che Benedetto rende visibile nella poesia Mattina, una delle più belle di questa notevole raccolta, con la speranza in un nuovo cominciare.

A cura di Chiara Rantini

Il mattino di Caspar David Friedrich

Parole Migranti, antologia di voci dalla diaspora

Autori Vari, Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi, PAV edizioni, 2020

Un senso di nostalgia pervade il lettore sin dai primi versi di questa raccolta di poesie, racconti, lettere, diari e annotazioni, opera di numerose autrici accomunate dal fatto di essere donne e di vivere o di aver vissuto all’estero.

“Parole migranti” infatti è un bel libro, pubblicato da PAV edizioni e curato da Barbara Gabriella Renzi, che affronta il tema del vissuto emozionale delle donne che non abitano più la madre patria.

Nella prima sezione, le poetesse sembrano prendere per mano il lettore per condurlo nello spazio liquido e privo di confini dell’essere fuori dalla propria terra di origine, nel luogo, difficile da descrivere, della malinconia e della memoria. Si tratta di un “aldilà” in cui poter dare spazio ai ricordi, riconsiderando il proprio passato alla luce di un presente a tratti luminoso, a tratti incerto.

Nella seconda sezione, quella relativa ai racconti, il lettore non avverte in modo brusco il cambiamento di registro. La prosa infatti è, in molti casi, punteggiata da suggestioni poetiche volte a ricostruire un’identità messa a dura prova dai continui déplacement, contro i quali occorre avere una valigia colma di ricordi concreti, oggetti, volti che siano vivi nel presente e dove sia possibile metaforicamente mettere “la propria casa” in una scatola di biscotti, proprio perché la memoria necessita, talvolta, di un contenitore materiale che possa diventare simbolo e antidoto contro il vuoto generato dalla mancanza.

Nell’ultima sezione dedicata alla prosa epistolare e memorialistica ecco che tornano i ricordi d’infanzia, la condizione dello sradicamento che non sempre ha un’accezione negativa, in quanto predispone verso la pluralità e l’apertura verso un multiculturalismo che è il tratto caratteristico della nostra società.

(…) Il vento mi guarda

Lo saluto.

Sono respiro e altalena

E foglie sul ramo

E gocce d’acqua

Sono l’aspro della notte

Sono silenzio e rumore d’anima (…)

scrive Barbara Gabriella Renzi nella sua poesia Vento e credo che sia un’immagine simbolica della condizione di chi vive in un luogo che non è quello natio: un mondo popolato di ricordi, di sensazioni, emozioni, silenzi dell’anima e respiri errabondi.

Le autrici:

Barbara Gabriella Renzi, Grazia Fresu, Maria Filì, Viviana Fiorentino, Anna Fresu, Liliana Leshaj, Amazona Hajdaraj, Emma Fenu, Paola Casadei, Caterina Donzelli, Maria Luisa Malerba, Laura Saija, Giovanna Pandolfelli, Laura Cavalcante, Silvia Lazzarini, Ramona Parenzan

Recensione a cura di Chiara Rantini

I Giusti. Storia di un salvataggio

Jan Brokken, I giusti, Iperborea, Milano, 2020

Secondo la tradizione ebraica talmudica, nel mondo ci sono sempre almeno 36 Giusti in qualsiasi momento della storia e sono questi i Giusti tra le nazioni.

In questo libro si parla di Giusti. Uomini giusti, infatti, furono coloro che misero a repentaglio la propria vita per soccorrere e aiutare migliaia di persone che, per salvare la vita, dovevano lasciare i territori sul Baltico invasi dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica. Questo salvataggio che si prolungò per alcuni anni, tra il 1940 e il 1941 principalmente, fu opera di uomini che, pur non ricoprendo cariche importanti dal punto di vista politico, si adoperarono per mettere in salvo persone che altrimenti sarebbero finite in campi di concentramento.

Il primo giusto di cui narra Brokken è Jan Zwanrtendijk, direttore della filiale della Philips a Kaunas in Lituania. Dopo essere stato nominato console per lo stato Baltico, il giovane olandese, in collaborazione con il console giapponese Sugihara, mette in piedi un’operazione di salvataggio per migliaia di ebrei. Zwanrtendijk ha un’idea geniale: concedere loro un visto di espatrio per Curaçao, piccolo dominio sconosciuto a tutti, dal momento che era impossibile concedere visti per altre nazioni come gli USA o l’Australia. In realtà queste migliaia di persone non raggiunsero mai Curaçao, ma, tramite viaggi lunghissimi, trovarono la salvezza facendo scalo prima in Giappone e poi a Shangai.

Zwanrtendijk e il console giapponese furono coloro che materialmente posero i timbri sui visti di chi fuggiva dall’orrore dell’olocausto. Intere famiglie trovarono la salvezza in questo modo. Il fatto sorprendente fu che Zwanrtendijk e il console giapponese agirono d’istinto e non operarono in modo coordinato, per quanto agissero totalmente all’unisono.

Il libro di Brokken si fonda su basi storiche e la parte finale del testo è completamente dedicata alle fonti e alla documentazione. Tuttavia l’immane operazione di salvezza rimase per molti anni, seppure terminata la guerra, ignota : Zwanrtendijk tornò al suo vecchio lavoro sino al pensionamento non rivelando a nessuno ciò che aveva fatto. Al console giapponese, inizialmente andò peggio perché fu destituito dalla sua carica e costretto a svolgere umili lavori per poter dare un futuro ai propri figli. Solo in un secondo tempo gli furono riconosciuti i meriti di aver salvato migliaia di vite umane e per questo gli fu corrisposta una pensione da parte dello Stato. Zwanrtendijk invece, solo negli ultimi anni di vita venne a conoscenza di aver effettivamente salvato delle vite umane mentre i riconoscimenti ufficiali arrivarono solo dopo lunghe trattative da parte del figlio e comunque sempre troppo tardi rispetto alla data della morte dell’ex console di Kaunas. Zwanrtendijk per tutta la sua vita si era a lungo tormentato chiedendosi se avesse agito per un buon fine e se effettivamente l’immane operazione avesse dato al salvezza a migliaia di persone. Solo poco prima di morire venne a sapere che molti di coloro che avevano ricevuto il visto per Curaçao erano scampati alla morte e si erano rifatti una vita lontano dall’Europa.

Corredato di bellissime foto in bianco e nero, il libro di Brokken cattura l’attenzione fin dalle prime pagine per l’interesse che suscita la vicenda ma anche per il linguaggio sospeso tra narrazione storica e finzione letteraria.

Vorrei portare all’attenzione del lettore due citazioni molto interessanti.

“Ogni persona è un mondo intero, chi salva una vita, salva il mondo intero”, dice il Talmud e Zwanrtendijk, pur non essendo di religione ebraica, sembra aver effettivamente messo in pratica questo precetto, poiché agì senza chiedersi quante persone avrebbe potuto salvare dal momento che anche la salvezza di una sola vita sarebbe stata sufficiente a dare un segno di speranza per il mondo intero.

L’altro brano che merita una riflessione è quello che si trova all’interno del paragrafo dove si descrive la tomba di Zwanrtendijk. L’ex console della Lituania è sepolto in un cimitero anonimo vicino Rotterdam . Sulla lastra sepolcrale, i visitatori, perlopiù discendenti di coloro che furono salvati, hanno lasciato dei sassolini, come è tipico nella tradizione ebraica. A questo proposito Brokken scrive: “I sassi rappresentano l’incorruttibilità, il rispetto eterno, il legame con il morto. Le pietre resistono alle intemperie, sono incorruttibili come l’amore, eterne come la fede, i fiori appassiscono mentre i sassi rimangono.”

Dietro a questa tradizione c’è un simbolo di eternità, qualcosa che resta nella memoria, così tanto importante nella tradizione ebraica.

Zwanrtendijk aveva capito che le persone a cui aveva offerto la salvezza costituivano questa stessa memoria, la memoria di un mondo che rischiava l’estinzione a causa la follia del nazismo. Molti tra coloro che furono salvati infatti erano studenti delle jeshiva dell’est europeo, le più prestigiose scuole che ancora custodivano il sapere rabbinico, quello degli hassidim e la lingua yiddish. Zwanrtendijk intuì che queste persone rappresentavano un patrimonio culturale che non poteva essere perso: comprese e agì senza porsi troppe domande.

Recensione a cura di Chiara Rantini

I RACCONTI DI KAZAKÒV

Jurij Kazakòv, Alla stazione e altri racconti, Einaudi, Torino, 1964

Recensione a cura di Chiara Rantini

Questi racconti sono stati scritti nella seconda metà degli anni ’50 del Novecento e sono di un autore che non è molto noto in Occidente. Risalgono quindi a un periodo in cui la letteratura in Russia era sotto il controllo del potere politico. Kazakòv, tuttavia, pur rispettando i canoni imposti relativamente alla scrittura di storie che dovevano avere il popolo come protagonista assoluto, ci presenta dei personaggi che sembrano tratti dalla tradizione letteraria russa del secolo precedente; i riferimenti sono a Cechov, Dostoevskij e Gogol.

L’ambientazione è tipicamente rurale ma non è una campagna idillica e bucolica quella che descrive Kazakòv, piuttosto è il risultato della dura lotta dell’uomo contro le avversità del clima. Difatti la maggior parte dei racconti sono ambientati nel nord della Russia, nelle zone più prossime al circolo polare artico tra il mar Bianco e il mar Baltico. Protagonista è anche il mare perché all’interno della raccolta ci sono racconti in cui sono protagonisti anche pescatori, marinai, guardiani di faro, traghettatori di uomini e merci.

Le vicende sono accompagnate da bellissime descrizioni: la campagna viene colta nella sua prorompente capacità di mutare e questo processo influenza non poco il comportamento dei personaggi . Il dialogo tra uomo e natura è costante; la città invece – identificata spesso in Mosca, la grande capitale – è vista come un luogo desiderato, una meta agognata dai più giovani ( e questo è solo uno dei tanti tratti caratteristici che sottolineano la differenza generazionale) e tuttavia, per la maggior parte di loro, resta una meta immaginata e irraggiungibile nella realtà, mettendo così in evidenza l’eterno dissidio tra civiltà rurale e urbana.

Il linguaggio in cui sono stati scritti questi racconti è assai ricco, descrittivo e dotato di un bel ritmo che non annoia il lettore.

Parlavamo di gap generazionale: gli anziani protagonisti dei racconti sono ancora molto legati alla tradizioni religiose e a un concetto di sacralità della terra e della vita, mentre i più giovani rappresentano una rottura con il passato essendo già proiettati in un mondo futuro regolato dal lavoro e dalla materia. Tuttavia si avverte un velato senso di nostalgia per un mondo ormai quasi perduto.

Nel racconto intitolato “La casa sull’argine” , una ragazza vive insieme alla madre in una vecchia casa vicino all’argine di un fiume. Tutto in questa abitazione ricorda un mondo vecchio, stantio, stanco, a partire dal credo religioso della madre ( I Vecchi Credenti) a cui la figlia vorrebbe sottrarsi. Un giovane bibliotecario proveniente dalla città, al suo primo incarico, prende una camera in affitto presso di loro. Inizialmente egli sembra rappresentare la possibilità di riscatto per la giovane oppressa ma il suo ruolo di “liberatore” dura poco meno di una sera. Sarà lui infatti ad andarsene alle prime luci dell’alba (e non la ragazza come avrebbe voluto, sognando di essere portata via da un moderno cavaliere) lasciando nel lettore la consapevolezza che il mondo del passato è alquanto difficile da archiviare. Non diversamente, nel racconto “Il pellegrino”, il protagonista che pare uscito dalla tradizione popolare ottocentesca, mostra come il mondo del passato male si accordi col presente materialista e ateo. Per quanto il pellegrino non sia santo e innocente come molti dei suoi predecessori, e per quanto appartenga alla schiera di coloro che dubitano e vacillano, l’epilogo nuovamente ci mette davanti una realtà ben definita: i due mondi, l’antico e il moderno, continueranno a coesistere, guardandosi in tralice ma senza giungere mai ad un annientamento reciproco.

Già dalle vicende presenti in questi due racconti sopra citati, si nota una certa differenza tra personaggi maschili e femminili. Le donne sono sempre molto presenti e spesso sono viste come un elemento salvifico, apportatore dell’equilibrio che manca alla parte maschile. Viene in mente il racconto “La mite” di Dostoevskij e molti altri racconti della tradizione letteraria russa dove la donna viene vista come un essere superiore all’uomo per sensibilità, capacità di comprensione, profondità e tuttavia costretta a subire i soprusi, le mancanze, la brutalità.

Nei racconti “Man’ka” e “La ragazza brutta” , le due protagoniste credono di poter uscire dalla loro condizione di solitudine e di esclusione grazie all’interessamento di due uomini ma in realtà vanno incontro a una grande delusione. Gli uomini spesso sono visti nel loro essere primitivi, brutali, istintivi e fanno eccezione solo in pochi: l’io narrante e il medico nell’ultimo racconto “Arturo, cane da caccia”, il bibliotecario, in parte, ne “La casa sull’argine” , non a caso personaggi che hanno un particolare rapporto con la cultura.

Altre figure di rilievo nei racconti di Kazakòv sono le persone anziane, in particolare le donne. In “Una del Pomor’e” l’anziana del paese che, nella sua vita, ha visto tutte le nefandezza del secolo XX perdendo i cari durante la guerra, è un personaggio estremamente positivo, dotato di una forza fisica e interiore veramente sbalorditiva per i suoi ottanta anni. Non c’è rassegnazione in questa figura che è l’immagine della buona “nonnina” russa. Sembra che Kazakòv riponga tutto l’eroismo della nazione proprio in questa signora ricurva, simbolo di una lotta indefessa.

Tra i racconti, proprio nell’ultimo, “Arturo, cane da caccia”, c’è anche spazio per una storia in cui è protagonista un cane. Arturo è un cane cieco, abbandonato perché inutile alla caccia o alla guardia, destinato a vagare per le vie di un paese, randagio alla ricerca di cibo. Tuttavia viene accolto da un medico in pensione, vicino di casa di colui che narra la vicenda. La vita sembra prendere una diversa piega per il cane che finalmente ha un luogo dove vivere e essere curato. Ma l’istinto alla libertà prevale e Arturo comincia a perlustrare la foresta nei dintorni, prima timidamente e con brevi escursioni, poi sempre più assiduamente in lunghe passeggiate che divengono assenze per più giorni. Il narratore, incuriosito da questo nuovo evento, segue il cane e scopre che è diventato abilissimo nella caccia, nonostante la sua menomazione. Si sparge la voce e tutti vorrebbero possedere il cane prodigioso. Ma il maestro non lo vuole cedere a nessuno finché del cane si perdono le tracce. Verrà ritrovato solo dopo molti anni, cadavere, ferito e tradito da un ramo sporgente e acuminato nella foresta. Questo racconto, di una delicatezza e poesia magistrali, può essere interpretato come una metafora dell’esistenza. Intanto definiamo i personaggi principali: il medico, anziano, rappresenta il mondo del passato più sensibile alle sventure, meno legato ad una visione utilitaristica della realtà. L’altro personaggio è il cane: Arturo non può essere un animale da salotto, il suo desiderio di libertà è più grande di qualsiasi accomodamento borghese o proletario come lo si voglia definire. La libertà che Arturo cerca è al di fuori di tutti gli schemi e gli stereotipi poiché costituisce un paradosso inammissibile per il senso comune (un cane da caccia cieco) e allo stesso tempo rappresenta la testimonianza che il desiderio di libertà è più forte di qualsiasi ostacolo.

ESTASI POST-NUCLEARE. UNA PASSEGGIATA NELLA ZONA di Markijan Kamyš

contentMarkijan Kamyš, Una passeggiata nella zona, trad. dall’ucraino di Alessandro Achilli, Keller ed., Rovereto (TN), 2019

Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš, giovane autore ucraino nato nel 1988, è una lettura che intriga, sorprende, conquista pur lasciando spazio a delle pause di riflessione tra un capitolo e un altro. La prima riflessione in realtà è una domanda: quale interesse può spingere un uomo a sacrificare gli anni migliori della propria vita per compiere un simile “viaggio di scoperta” proprio nei luoghi del terribile incidente nucleare del 1986?

Ho cercato una foto di Markijan: è magro, biondo con i capelli sottili, lisci e lunghi, il volto affilato. Il passo successivo è stato quello di leggere alcune informazioni biografiche. È nato due anni dopo il disastro di Chernobyl da un padre ingegnere atomico che fu tra coloro che dovettero “liquidare” il mostro. Markijan è rimasto orfano di padre all’età di 15 anni. Sappiamo che ha frequentato l’università a Kiev, laureandosi in Storia.

Nella Passeggiata scrive di sé al presente, del tempo in cui vive (tre giorni o un mese, non ha importanza) all’interno della zona proibita ma i riferimenti alla vita passata o anche a quella presente fuori dai confini dell’area contaminata si riducono ad alcuni vaghi cenni alla normalità urbana della capitale ucraina.

Il titolo del libro rievoca in me un’altra nota “passeggiata” letteraria, quella di Robert Walser. Tuttavia la differenza è enorme: se nella passeggiata dello scrittore svizzero il vagabondaggio era finalizzato all’incontro con altre grandi figure della letteratura, nel testo di Kamyš l’incontro è principalmente con se stesso, con quella parte del proprio essere liberata dalle scorie della vita convenzionale. Uscire dal tempo della vita quotidiana, dagli spazi socialmente controllati è sempre stato il tema del vagabondaggio letterario fin dal Romanticismo tedesco, passando per l’insurrezionalismo ambientalista di Thoreau fino alle forme di comunità autarchiche post sessantottine. Oltrepassare il filo spinato che separa la vita reale ma inautentica da quella sognata ma autentica costituisce una specie di rito della soglia (di cui Kamyš è un officiante) documentato nelle maggior parte delle religioni: l’iniziato depone l’uomo vecchio a favore di una nuova identità che vive una sorta di comunione estatica con la natura della zona. Tuttavia, a differenza del pensiero di un pioniere dell’ambientalismo come Emerson, il concetto di natura in Kamyš è più allargato e comprende anche il paesaggio industriale che ha subito il destino dell’abbandono. I palazzi di Pripijat commuovono per la loro nudità: quelli che erano luoghi di vita umana sono ora territori di conquista di altre specie vegetali e animali. Le foreste, le paludi e con esse i loro abitanti un tempo emarginati come lupi, cinghiali, linci paradossalmente sono le uniche creature sopravvissute al mito del progresso sovietico su cui Kamyš usa parole di scherno.

Nelle passeggiate nella zona riecheggia anche il mito di Ulisse, ovvero di colui che è costretto a viaggiare per ritornare a casa.

La vera felicità è che ci sarà il filo spinato …per andarsene il prima possibile e dimenticare tutto questo orrore. E scappare in qualche posto caldo, scrive Kamyš ed effettivamente il testo ripercorre un bisogno estremo di fuga a cui è necessario, come fattore d’equilibrio, la certezza del ritorno. La dimensione estatica raggiunta dallo scrittore ucraino, moderno sciamano, all’interno della zona proibita non può durare per sempre perché il rischio di perdersi totalmente sarebbe altissimo.

Sarà un nuovo reset. Tornerai a Kiev… Arriverai a casa e ti addormenterai come un bambino. Niente disturberà i tuoi sogni.

Kamyš si definisce un sognatore, forse uno degli ultimi in mondo che deve marciare serrato sotto i colpi frenetici del consumismo. Nella zona non esiste fretta, se non quella data dal fuggire dagli inseguimenti della polizia o dei branchi di lupi.

La trama della passeggiata è di una semplicità imbarazzante: cammini senza fretta e fantastichi su mille cose…Non c’è un motivo per perdersi nella pianura di Pripijat se non quello di farlo come gesto di ribellione e di riaffermazione della propria libertà e pace interiore.

Qui la mia anima si placa, si tranquillizza. Qui dormire, mangiare, condividere una magra cena a base di scatolette di carne e acqua del fiume contaminato è rispondere ad un’esigenza primaria e riscoprire gli stessi sentimenti che un tempo ebbero gli uomini delle caverne.

Che sia questo il nostro futuro, e Kamyš non sia una specie di profeta?

Chiara Rantini

BENESSERE IN NATURA

di Chiara Rantini

i beneficiIvan Genesio, I benefici delle esperienze in natura, Bambù edizioni, Firenze, 2019

 

Quale ruolo ha il tempo trascorso a contatto con la natura relativamente al benessere umano?

A tale domanda risponde l’autore in questo breve libro in cui si evidenziano i benefici delle esperienze fatte in ambienti naturali. Ivan Genesio spiega in modo semplice, esaustivo e accessibile a tutti, in cosa consistano tali benefici.

Nella nostra società consumistica l’idea di benessere è spesso collegata a un alto livello di vita ed è misurata in capacità di acquisto e disponibilità di beni materiali. Sappiamo bene però che questi indicatori non dicono niente del nostro benessere interiore.

Il libro si divide in due parti: la prima mette in evidenza i fenomeni percettibili che avvengono nel nostro corpo e nella nostra psiche ad ogni nuova immersione nella natura; nella seconda parte sono trattati i fenomeni impercettibili. SDC12042

Dei fenomeni percettibili, tutti legati ai cinque sensi è abbastanza intuitivo scrivere anche se purtroppo non è mai abbastanza per convincere la maggior parte dell’umanità a cambiare stile di vita, ma dei fenomeni impercettibili è interessante approfondire alcuni aspetti. Ivan Genesio che nella vita è un fisico e una guida ambientale, analizza tutti quegli elementi che in natura contribuiscono a migliorare la nostra condizione psico-fisica senza che noi possiamo esserne consapevoli. Ecco allora che il lettore verrà condotto alla scoperta del “forest bathing” e della conseguente azione benefica dei fitoncidi, composti organici volatili con azione antimicrobica. Scopriremo inoltre quale importante ruolo abbia nel rafforzamento del nostro sistema immunitario e sul miglioramento dell’umore, la carica di elettricità nell’aria e la biodiversità intestinale che possiamo sperimentare solo negli ambienti naturali. Stare lontano dalla natura porta ad uno stato di squilibrio generale che predispone il nostro corpo ma anche la nostra psiche ad essere preda di malattie e condizioni di profondo malessere.

“Secondo gli esperti ci restano solo due generazioni per salvare il pianeta” ci ricorda l’autore del libro, sottolineando quanto siano importanti pubblicazioni di questo tipo per sensibilizzare la popolazione a un diverso approccio all’ambiente naturale perché non ci si limiti solo alla tutela ma alla partecipazione attiva ed esperienziale nei molteplici contesti che la natura può offrire.

Preghiera per Černobyl’, voci dall’inverno nucleare.

preghiera per chernobyldi Chiara Rantini

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni e/o, Roma, 2018

Svetlana Aleksievič è una giornalista ucraina nata nel 1948. È una scrittrice appassionata della realtà e per questo non ha avuto vita facile nell’ex-Unione Sovietica.

Durante la sua carriera viene più volte ostacolata in virtù della sua sete di verità e solo nel periodo della perestrojka riesce a pubblicare i suoi libri migliori, romanzi in cui la realtà dei fatti è l’unica grande protagonista, spesso una realtà dura, vissuta da chi è stato dimenticato dalla storia.

Preghiera per Černobyl’ è stato scritto circa dieci anni dopo il terribile disastro alla centrale nucleare. Nel 1997 viene pubblicato e poi tradotto in molteplici lingue. Nel 2001 l’autrice ha compiuto una revisione del testo da cui è stata tratta l’edizione italiana.

Questo libro non è un reportage perché non possiede la freddezza tipica dello stile giornalistico ma non è un saggio perché non ha alcuna pretesa scientifica di spiegare le cause del disastro nucleare. Giusto sarebbe definirlo un “monumento scritto alla memoria” perché esso raccoglie le testimonianze di coloro che hanno visto entrare nella loro vita il “mostro” nucleare.ce

La Terra è improvvisamente diventata piccola. Abbiamo perso l’immortalità: ecco cosa ci è capitato. Abbiamo perso il senso dell’eternità. (Testimonianza di un insegnante)

Svetlana ha ascoltato tutte le voci, da quelle dei bambini a quelle degli anziani, riuscendo persino a far parlare la natura, gli alberi, gli animali e gli oggetti inanimati, autentici custodi della memoria.

Da ciò è nato un romanzo corale di un mondo sofferente che non vuole essere dimenticato. Romanzo corale quindi, ma anche testo filosofico perché proprio a partire dalle testimonianze sorgono molti quesiti di natura esistenziale. Primo tra questi, ovviamente, il valore della vita umana. La parola che ricorre più frequentemente nei racconti di chi ha vissuto l’immane tragedia è guerra. Ci potrebbe stupire ma ciò che hanno vissuto milioni di abitanti di quelle zone è proprio qualcosa di paragonabile a uno stato di guerra. Vaste aree dell’Ucraina e della Bielorussia sono passate sotto il controllo militare e quel poco di libertà di cui i cittadini potevano godere è stato sostituito dalla legge marziale in cui non c’è spazio per la comprensione degli eventi ma solo cieca obbedienza e obbligo di sottomissione.

Domande: “Che mezzi di protezione verranno distribuiti? Ci consegneranno delle tute speciali e dei respiratori?” La risposta era stata no. “È previsto che si scavi solo con i badili”. A parte due giovani insegnanti che si sono rifiutati, tutti gli altri hanno obbedito. (…) Ho forse mai insegnato qualcosa di diverso ai miei alunni? No, solo questo: andare dove occorre, gettarsi nel fuoco, difendere, sacrificarsi. La letteratura che ho insegnato non parlava della vita ma della guerra. (Testimonianza di un’insegnante)chernobyl-ruota-panoramica-maxw-824

Gli uomini giovani e forti (operai, elettricisti, camionisti ecc.) furono richiamati per essere inviati tra le fauci del mostro totalmente sprovvisti di protezioni necessarie sia a livello fisico che psicologico. Il pericolo veniva esorcizzato con la vodka e con una buona dose di propaganda per cui questi giovani erano eroi immolati sull’altare della patria sovietica. Furono definiti paradossalmente liquidatori perché inconsapevolmente stavano “liquidando” un intero paese, un sistema che nel disastro di Černobyl’ aveva raggiunto il suo apice di decadenza. Tutte le testimonianze sono concordi nel dire che dopo l’incidente nucleare nullaavrebbe potuto essere uguale a prima. Molti villaggi furono sepolti sotto molteplici strati di terrascomparendo per sempre dalle cartine geografiche. Questi uomini “liquidarono” la loro terra ma furono anche liquidati perché, una volta tornati alle loro case e alle loro occupazioni ebbe inizio una lunga agonia fatta di ricoveri, sofferenza, strazio per le famiglie.

chernobyl-pripyat_08Abbiamo tutti quanti partecipato …a un crimine…A una congiura. (Testimonianza di un ispettore per la protezione della natura)

Combattere una guerra con le armi e gli eserciti tradizionali sarebbe stato più semplice. Lottare contro un nemico silenzioso e invisibile penetrato in ogni istante e frangente della vita quotidiana ebbe un effetto devastante per la popolazione. Molti si arresero scegliendo di restare in uno stato di incoscienza nella consapevolezza che nessuno li avrebbe aiutati.

Quando perdi la sicurezza di una vita normale restano solo le radici a cui attaccarsi.

Preghiera per Černobyl è un libro che parla di un evento passato proiettato nel futuro: un futuro che potrebbe toccare ognuno di noi.

Quando morirò non seppellitemi al cimitero, il cimitero mi fa paura, ci sono soltanto morti e cornacchie. Seppellitemi nei campi… (Testimonianza di una bambina)
Il male, in sostanza, non è qualcosa a se stante, ma è privazione del bene, così come il buio non è altro che assenza di luce. (Testimonianza di un fuggitivo, un pellegrino, un folle-in-Cristo)

Simbologie e inconscio nel romanzo LA RESA DELLE OMBRE

di Arrighetta Casini

resadelleombreChiara Rantini, La resa delle ombre, Alcheringa ed., Anagni, 2018

Chiara Rantini esce con questo primo romanzo e già si presenta come una scrittrice matura sia per l’originalità della trama molto avvincente sia per la scrittura sapientemente articolata, ricca, piena di suggestioni, capace non solo di aderire alla psicologia dei personaggi, ma di esaltarla, anzi quasi di esasperarla man mano che la tensione emotiva cresce.

L’Autrice fin da subito mette in gioco tante “cose” dense di significato.

Prima di tutto l’immagine di copertina: una bella foto della stessa Autrice che subito coinvolge il lettore. A me ha fatto pensare alla selva oscura di dantesca memoria.

E’ la selva immersa in ombre ingigantite dalla debole luce di un sole malato che a stento si fa strada fra le nuvole in un sole di uniforme grigio.

Sono però le parole che colpiscono di più perchè dense di significato, prima di tutto la parola “ombra” che, oltre che nel titolo, ricorre molte volte nel testo.

Poi la parola “anima” anche questa usata molto usata con un significato vasto come nell’ex ergo di un filosofo presocratico, Eraclito:

“I confini dell’anima, nel tuo andare non potrai scoprirli, neppure percorrendo ogni strada, tanto profonda è la sua ragione”

Qui non è il caso di addentrarsi in una questione che ha attraversato la storia della filosofia, forse meglio ricordare la frase di Blaise Pascal: “Il cuore ha ragioni che la ragione non capisce”.

Molti ed attuali sono i significati simbolici dell’ombra. Simbolo e mito all’origine della conoscenza e della pittura. Il mito della caverna di Platone: solo ombre possiamo vedere noi esseri incatenati nella caverna. O il mito pliniano delle origini della pittura: l’atto di circoscrivere con un segno l’ombra di un uomo per crearne un’immagine.

Ma è sull’uomo, sulla sua psiche che il significato dell’ombra trova la sua espressione più immediata. Già Robert Louis Stevenson con il suo Dott. Jekill e mr. Hide aveva messo in evidenza il lato oscuro che si cela nell’animo umano .Poi la psicanalisi: l’archetipo dell’ombra elaborato da Jung è legato al concetto freudiano di inconscio.

Secondo Jung l’archetipo dell’ombra rappresenta il lato scuro della nostra personalità. Pensare di non possedere un’ombra è pura illusione, solo nell’oscurità più completa si può non avere ombra.

Per Jung l’ombra disconosciuta minaccia l’equilibrio psichico, ma se riconosciuta e vinta è fonte di energia psichica,

E’ questa la “resa delle ombre”?

Certamente Chiara ci propone un viaggio più articolato e complesso, più interessante e più vivo di una teoria psicanalitica, incarnato in personaggi che ingaggiano una lotta contro le “ombre” specialmente quelle più devastanti della follia in un clima di cupo romanticismo che fa pensare a tipologie nordiche.DSCN1474

Il libro si apre con un prologo che, in realtà, è un epilogo.. Ci dice che sì le ombre si possono vincere.

La protagonista ,Lena, ci è riuscita non grazie a sedute psicanalitiche, ma con la forza che solo la donna ha: quella di generare un nuovo essere, di dare la vita.

Si snoda allora il romanzo come un viaggio all’indietro che ci appare come una lunga discesa agli inferi ora attratta, ora respinta dalla fascinazione non solo dell’amore ma anche della pazzia.

Amore e pazzia è Janis.

Già il loro incontro è strano e denso di segni:

“Qualcosa di scuro mi passò vicino, ne vidi l’ombra confondersi con un’altra”

“Un’intuizione mi suggerì che qualcosa di insolito, di bello, di straordinariamente potente aveva incrociato la mia strada”

Ed ancora:
“Al terzo piano le porte si aprirono ed entrò un uomo avvolto in un cappotto di panno nero: Restai immobile paralizzata dallo stupore:L’ombra che era passata vicino a me il giorno precedente era entrata nell’ascensore. Vidi le dita scarne toccare i tasti e distendersi sulle pareti. Non avevo paura e tuttavia avvertivo un senso di mistero.”

Nasce così con “un carico enorme di emozione” un rapporto intenso e difficile, eppure Lena, ragazza che si trova in un bivio incerto della sua vita, in quel suo camminare per tutta la notte con lo sconosciuto prova “gioia”. Anzi molto di più:
“Compresi che la vita non si esauriva in me ma continuava in tutto ciò che mi circondava tramite connessioni segrete. Tutto era vicino, raccolto come in un punto e finalmente non aveva importanza dove mi trovassi e con chi: non ero più sola”

E’ una sensazione bellissima che ritorna dal passato grazie a Janis che Chiara presenta così:

“Lui era alto magrissimo, il volto affilato come quello di un lupo, i lineamenti perfetti incastonati in una carnagione luminosissima” La

Janis è un musicista, anche Lena è un’artista, dipinge.

Inquietante è anche la casa di Janis:
“Una sensazione di tristezza mi pervase l’anima: lo spazio della casa era solo un universo vuoto senza porte arricchito da pochi essenziali mobili e moltissime stoffe con tende, cuscini, tappeti, arazzi”

Ma il “il doppio” di Janis non è solo una condizione interiore luce-ombra, ma anche fisica: Janis ha un fratello maggiore Adrian con il quale vive quasi in simbiosi , un’unità che si è formata di fronte all’indifferenza e alla povertà affettiva della famiglia.

Lena si troverà nel mezzo, protetta in un certo senso dalla presenza di Adrian che sempre si trova fra i due.

I personaggi del romanzo sono pochi e vivono in un loro mondo che non è tipizzato quanto a tempo e spazio, l’ambiente è proiezione di stati d’animo.

Lena, Janis e Adrian occupano quasi per intero la scena, appare appena Marta, ama Adrian ma sta in disparte conscia che la gran parte della vita di Adrian è occupata da Janis. C’è poi un personaggio sfuggente che appare poco è Alma che si configura come colei che può curare, che sa.

Lena è la protagonista, racconta in prima persona, il susseguirsi delle esperienze ad alta tensione emotiva fino alla drammaticità nelle quali si è gettata con tutta se stessa per sfuggire ad una famiglia apprensiva e appiattita nella più squallida normalità.

Per contrasto l’amore per Janis ha subito i caratteri dell’eccezionalità, una quotidianità che è sempre sopra le righe, dove il sublime, il terribile, l’angoscioso, il tragico si alternano senza trovare una pur minima composizione in una possibile normalità.

Mi sembra che la scrittura di Chiara esalti tutto questo e crei un clima di tensione romantica che rimanda a certi stilemi cari allo Sturm un Drang.

Prima di tutto tratteggiando un paesaggio che non è solo sfondo degli avvenimenti, ma riflette, accompagna, talvolta amplifica gli stati d’animo.

E’ un paesaggio immaginario, Himmelort non esiste, ma ha le caratteristiche di una città del nord: il freddo, i canali, il bosco. Spesso ha i caratteri della fiaba dove tempo e luogo rimangono indeterminati.SDC13493h

“Percorremmo una strada stretta, fangosa che tagliava il centro di uno sparuto villaggio di case contadine dai tetti di paglia…..

L’elemento acqua ha molta importanza in questo paesaggio dell’anima: la pioggia purificatrice, l’acqua morta dei canali o quella oscura e ferma del lago che sembra voler inghiottire Lena e Janis, ma è il mare, ora quieto che appare in uno scorcio, ora in tempesta, ma sempre esaltante e liberatorio.

Vorrei ritornare sulla parola “anima” che spesso ritorna nella narrazione.

La storia di Lena e Janis che Chiara racconta è una storia d’amore nella quale si parla pochissimo di corporeità. Il corpo non appare mai nel godimento dei sensi ma nel dolore, il pianto, la malattia. Questo amore si muove in un’altra dimensione, quella dell’anima, come a voler comprendere nella relazione l’intero individuo esaltando la parte emozionale e psicologica, ancora di più: c’è la volontà di scavare a fondo nell’irrazionalità e nella pericolosità di questa situazione amorosa, di questo amore “misterioso e inaccessibile”

Già Lena aveva intravisto questo percorso difficile:

“In lui avevo visto come in uno specchio un destino di profonda sofferenza e di gioia estatica”

Solo una parola “amore” per indicare tante storie.

Nel romanzo Alma, la donna sapiente, indica tre vie dell’amore:
“La prima segue un percorso pianeggiante finisce di perdersi in un nebbioso orizzonte. La seconda si arrampica per un pendio terminando contro una parete rocciosa. La terza segue una via d’acqua per poi dileguarsi in una vastità luminosa che avrei potuto indifferentemente indicare come cielo o come mare”

Ancora l’acqua in cui la vita è nata e si rigenera potrà portare alla “ resa delle ombre”?

PASSAGGIO A SUD, un cammino lungo l’Appennino

passaggioAntonio Gonnella, Passaggio a sud, Ali&noeditrice, Perugia, 2019

recensione di Chiara Rantini

Nel cammino risiede la gentilezza, il cammino è un atto pacifico, la lentezza permette la comprensione, la conoscenza. In un mondo che fa della velocità un vanto, il cammino è un vero atto politico, dirompente, per molti disarmante, è un’azione rivoluzionaria. Il cammino è cambiamento profondo, il proprio.

Basterebbe fermarsi qui, meditando queste parole, per capire che affrontare un cammino non è esaudire un capriccio bensì un qualcosa che nasce prima dal cuore, dalla mente e infine si rende concreto sulla strada. Ed è proprio con questo spirito che Antonio Gonnella costruisce il suo cammino che dalle Marche lo conduce a sud, fino in Irpinia.

Nelle pagine introduttive di Passaggio a sud, Antonio parla di sé, del suo innato amore per la montagna, della curiosità giovanile che lo ha portato a confrontarsi con le maestose Alpi, maestose ma incredibilmente lontane dal suo cuore. L’Appennino, questa variopinta cordigliera che attraversa l’Italia da nord a sud, Antonio lo ha sempre davanti (abita in Toscana, nel Valdarno, per quanto le sue origini siano pugliesi) e irresistibilmente chiama. Così dopo aver percorso il Tratturo Magno, da L’Aquila a Foggia, sulle antiche vie della transumanza, nasce l’idea di continuare a vivere l’Appennino, a dispetto di coloro che lo abbandonano ogni giorno di più. Parte a luglio del 2017, destinazione Marche. Ovunque passa trova tracce del sisma del 24 agosto 2016: le città sono deserte ma gli abitanti non hanno perso la voglia di lottare e ogni giorno, per quanto sfollati in riviera, tornano nei loro paesi per farli rivivere con il lavoro in una sorta di “pendolarismo al contrario”. Fatica e sudore, questo è sempre stato l’Appennino per chi da millenni ci è vissuto e continua ostinatamente a viverci. Un luogo per conoscerlo, lo devi camminare, afferma Antonio scrivendo una grande verità perché per amare un territorio è necessario percorrerlo, prenderne possesso con lo sguardo, toccare la sua terra, aspirare il profumo dei suoi boschi e delle sue praterie, in modo quasi ferino, perché l’attaccamento e quindi il radicamento nascono da una relazione che non può essere assolutamente virtuale.

Questo è un libro che unisce gli italiani, così divisi da insulsi campanilismi, e fa dell’Appennino la comunità per eccellenza, il luogo del bene comune dove tutti si aiutano e rispettano l’ambiente in cui vivono. Sembra che la storia con la esse maiuscola non sia passata di qui e invece si scopre che, anche nei piccoli centri montani, ci sono vestigia dell’insediamento di antichissimi popoli, perlopiù genti dimenticate perché schiacciate e inglobate dai grandi imperi. Parlando di questo, Antonio ha continuato il suo cammino in Abruzzo, anch’esso martoriato dal sisma del 2009. Terra di parchi, di bellezze naturalistiche e artistiche di grandissimo spessore, è il luogo dove sono evidenti gli effetti del cambiamento climatico. Il ghiacciaio del Gran Sasso sta scomparendo, il dissesto idrogeologico avanza e tragedie come quella di Rigopiano sono la naturale conseguenza. Non è più solo una questione di difesa dell’ambiente, ma come scrive Antonio una questione di sopravvivenza. Non tanto per noi, quanto per le prossime generazioni a cui lasceremo un ambiente divenuto invivibile. Ecco allora che un cammino diviene un segno, un grido di protesta e di ribellione a questo stato di cose che moti danno per irreversibile, cullandosi nella propria incapacità di reazione. Camminare e non viaggiare, conoscere e non vedere superficialmente, prima che esperienze sono scelte di vita dettate da un’etica ben precisa. Non basta di dire “no”: i “no” vanno praticati e resi visibili a tutti. Passaggio a sud è un libro ricco di spunti da questo punto di vista e infatti molte delle sue pagine sono occupate da interessanti approfondimenti su vari aspetti del territorio: dallo smantellamento del Corpo Forestale alla banda del Matese, approfondimenti necessari per contestualizzare questo percorso.

E arriviamo all’ultima parte del Cammino. Antonio giunge in Molise, terra di emigrazione per eccellenza: emigrazione interna ed esterna. Qui, qualcuno è tornato e più di coloro che non sono mai dovuti andare via, sa quanto è importante l’accoglienza. Antonio e Francesca vengono accolti come un tempo venivano accolti i viandanti, i pellegrini che per vari motivi, religiosi o lavorativi, avevano lasciato le proprie case, avventurandosi in luoghi lontani spesso senza avere un soldo in tasca, facendo affidamento sulla generosità e l’ospitalità dei popoli appenninici. La solidarietà dimostrata da queste genti di montagna è un altro tratto comune, come lo sono le faggete e la cultura alimentare legata alla pastorizia e alla coltivazione del castagno. Ma la montagna non è solo un bucolico idillio. La montagna e quindi l’Appennino, soffrono ( e più si scende a sud, maggiore è la sofferenza) per il disinteresse della politica verso le attività economiche locali, come l’agricoltura e la pastorizia. Incontrando le persone, parlando di questa terra, Antonio dà voce a questa silenziosa protesta che non perde mai il carattere dignitoso che è proprio dei suoi abitanti. Ecco allora che i volti delle donne e degli uomini che lottano ogni giorno perché venga riconosciuto il valore del loro lavoro (viticoltori, pastori, boscaioli) divengono delle immagini di resistenza verso le quali è difficile restare indifferenti. Dopo il Sannio, il cammino giunge alla meta: Irpinia, terra di sismi mai dimenticati, di ricostruzioni mai finite e terra di lupi.

Si dice che nel lupo l’uomo veda se stesso. Probabilmente è vero anche il contrario, che lo sguardo profondo del lupo sia fatto per scrutare e leggere le cose più nascoste che sono dentro di noi, così scrive Nazzarena Luchetti, contribuendo alla buona riuscita del libro di Gonnella. I lupi sono un altro elemento unificante degli Appennini e sono il segno di una possibilità di sopravvivenza, perché nell’età della decrescita felice, ciò di cui si deve occupare l’uomo non risponde alla parola “progresso”. Sopravvivenza, umanità, rispetto e solidarietà sono i concetti chiave in un’epoca che non può più aspettare il tempo delle ideologie.

Passaggio a sud è questo tentativo e un atto di amore per il nostro paese.