BOSCHI, TERRE E PORCI AL PASCOLO. UNA PASSEGGIATA NELLA STORIA

di Chiara Rantini

Passeggiando in un bosco o lungo un sentiero che costeggia una prateria, vi siete mai chiesti se quello che vedete sia sempre stato così, in quella forma e con quei colori? Sappiamo bene che il paesaggio è il risultato di un processo storico e ci sono molte pubblicazioni su questo argomento  ma finché non sono i nostri piedi a percorrere quel luogo, la teoria resta molto astratta.

Così ho voluto verificare di persona.

Sono andata in Alto Mugello. Dal passo del Giogo di Scarperia scende un sentiero fino a un piccolo gruppo di case, Osteto. Tutto intorno si trova un castagneto da frutto curato e ben pulito. Non sono più molti sull’Appennino i castagneti accuditi con tale zelo. Fino agli anni ’60 del XX secolo, era la regola perché si trattava di un’economia di sussistenza. Oggi la castagna è un prodotto di nicchia, quasi elitario, venduto a caro prezzo. castagneto a osteto

Uscendo dal borgo, mi chiedo se è sempre stato così o se sia esistita un’epoca che precedeva la coltura del castagno. Con questi pensieri arrivo alla Badia di Moscheta. Il nome è preso a prestito dall’abbazia vallombrosana che qui sorse per opera di Giovani Gualberto nell’XI secolo.

Al tempo era frequente che i nobili signori governatori della zona (i conti Guidi, gli Ubaldini furono i più importanti) concedessero in dono alcune terre per la fondazione di comunità monastiche; così, fu anche nel caso di Giovanni. Il monastero ebbe vita prospera e felice fino al XVIII secolo, quando le riforme in materia religiosa del Granduca Pietro Leopoldo ne provocarono la soppressione. I beni furono venduti all’asta e la proprietà passò alla famiglia Martini che la governò a mezzadria.

Ancora oggi, l’abbazia conserva un po’ di questo spirito rurale e dell’antico afflato mistico non rimane molto. moscheta-2015

Oggi è diventata una meta del turismo escursionistico e una rete di sentieri la collega al resto del Mugello montano. Mi incammino su uno di questi sentieri, soggiogata dalla bellezza del paesaggio quasi invernale. Anche qui ci sono castagneti ma non molto curati e quasi soffocati dall’avanzata della faggeta. Più in alto scorgo sento il frusciare di un’abetaia. È noto che i monaci, soprattutto quelli appartenenti alla regola benedettina e alle sue filiazioni, erano abili fautori dell’incremento della foresta in territori montani. Ma non sarebbe stato più produttivo fare spazio alle coltivazioni tradizionali come le patate, l’orzo, il grano piuttosto che far crescere una fitta foresta?

Mentre penso a questo, vedo sbucare una capretta: scende il pendio sassoso del bosco e sparisce tra gli alberi in pochi istanti. Ecco la soluzione! Niente è casuale. Per un momento mi sento trasportata in un altro tempo quando il bosco da pascolo costituiva il tipico paesaggio appenninico. Potrei essere finita nell’età della dominazione longobarda allorché i terreni dediti alle coltivazioni erano stati abbandonati a causa del calo demografico e si trovavano invasi dalla vegetazione spontanea. I Longobardi furono gli unici barbari che si stabilirono in modo stanziale in queste zone, radicandosi fortemente nel territorio. La pastorizia era la loro attività principale e oltre agli ovini era diffuso l’allevamento dei porci che pascolavano liberi nel bosco. I boschi da pascolo rispondevano a esigenze precise: la mitigazione delle alte temperature estive, la possibilità di un riparo al gregge, la produzione di frutti quali la castagna e la faggiola. L’età dell’Illuminismo seguì la via della produttività e, cacciati i monaci che in qualche modo furono i custodi della tradizione “longobarda”, si ritenne opportuno trasformare questi luoghi in ampi spazi coltivati, complice anche l’aumento vertiginoso della popolazione.

Ora, a causa dello spopolamento della montagna. sono ricomparsi i boschi, i faggi e gli abeti con i loro silenzi. E anche se apparentemente potrebbe sembrare un ritorno al passato barbarico, la situazione è diversa perché si tratta di un bosco non coltivato, un bosco che rinasce spontaneamente e riconquista selvaggiamente i suoi spazi. Piuttosto che ai Longobardi, il paragone è più evidente con l’implosione dell’impero romano d’Occidente, con un’età di decadenza in cui l’uomo è più impegnato a combattere contro se stesso piuttosto che a pensare alle future generazioni.

Carica di questi pensieri, torno verso ciò che resta dell’antica abbazia e mi lascio incantare da un turbine di foglie del colore del fuoco cadute a terra.

E poi c’è chi dice che dal passeggiare nei boschi si impara solo a bighellonare…

ETTY HILLESUM, un’oasi di serenità nell’impero del male.

etty-hillesumdi Chiara Rantini

Se dovessi descrivere Etty a chi non la conosce, userei un’immagine e un pensiero. L’immagine, un prato sconfinato disseminato di fiori sotto un sole gentile e tiepido, il pensiero, ciò che la stessa Hillesum scrisse quando si trovava nel campo di lavoro di Westerbork:

“Provo grande stupore per gli uomini che non conoscono limite al male.”

Luce, pace, stupore quasi infantile sono le qualità che la caratterizzano all’inizio della terribile esperienza di Westerbork, anticamera per Auschwitz, qualità che miracolosamente restano in lei intatte fino al termine della sua vita terrena.

Nel luglio del 1942, mentre in Europa infuria la guerra, Etty non cerca un rifugio (in quanto ebrea era in costante pericolo) lontano dagli orrori continentali ma si offre volontaria per assistere le migliaia di ebrei e profughi tedeschi politicamente sgraditi al Reich nel campo di lavoro di Westerbork. Ogni giorno si aggira instancabilmente tra le baracche distribuendo generi alimentari (quel poco che è disponibile) e confortando con una parola o con uno sguardo coloro che, separati dai propri cari e dalla propria vita, soffrono indicibilmente. Ma lei non si lascia sedurre dalla disperazione. Volge gli occhi al cielo, annota il tempo del giorno, e con una forza straordinaria, tenta di vedere oltre la situazione contingente “trasformando in fiabesca realtà la sconvolgente atroce condizione di Westerbork.”

Attingendo alla sapienza talmudica e hassidica, Etty sa che il dolore provato nel campo è maggiore di quanto un essere umano possa tollerare e che la vita non è un bene che deve essere conservato ad ogni costo, a dispetto della dignità e dell’umanità di ciascuno. E tuttavia sa anche che il seme che muore non è invano: porterà frutto, rappresentando così il segno di un tempo nuovo, un tempo di rinascita. Sembra assurdo, illusorio, consolatorio sviluppare questo genere di pensiero in un luogo dove la minima libertà personale è azzerata, ma per Etty questo è il contenuto della propria fede e lo scopo ultimo dell’esistenza: vivere per volgere il male in bene. “Ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende inospitale” scrive mentre intorno a lei il male prende forma e si diffonde come un veleno nel cuore delle persone.

Di famiglia non osservante, Etty aveva incontrato Dio nella sua vita grazie a Julius Spier. Maestro, amante, fratello, amico, Julius, devoto junghiano, era per lei come un intermediario con Dio. Leggendo i Vangeli e soprattutto gli scritti di san Paolo, la Hillesum trovò nel cristianesimo la formula migliore per rendere perfetta la vita dell’uomo. Facendo riferimento al contenuto nel capitolo 13 della Lettera ai Corinti, diceva che la terra potrebbe essere un luogo di pace se per tutti avessero un valore le parole usate da san Paolo nel suo Inno all’Amore. Secondo il pensiero della Hillesum, infatti, “non esiste nesso casuale tra il comportamento delle persone e l’amore che si nutre per il prossimo”, ovvero l’Amore è svincolato dal suo oggetto e si posa indistintamente su tutti e su tutto. Per quanto vivesse come una prigioniera, Etty non percepì mai di essere stata privata della libertà perché il suo concetto di libertà andava ben oltre l’idea di una possibilità di movimento o di espressione autonoma. Simile all’idea che i martiri avevano della libertà, sapeva bene che la violazione operata dal male nei confronti del corpo e dell’anima non poteva avere conseguenze se ostinatamente l’uomo continuava a amare la vita e a attendere con fiducia “l’avvenire custodito da Dio”.

“Marchiati dal dolore per sempre eppure la vita è meravigliosamente buona se custodiamo Dio nelle nostre mani” avrebbe detto insieme a un altro martire dei campi di concentramento Dietrich Bonhoeffer.

Il 7 settembre del 1943, dopo un anno trascorso a Westerbork, Etty salì sul treno diretto a Auschwitz. Nell’ultima cartolina ritrovata molto tempo dopo la sua partenza, tra i saluti e la consapevolezza di essere destinata alla morte, scrive queste parole di congedo citando il testo del salmo 30 (31) versetto 4:

“Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, per il Tuo nome dirigi i miei passi”.

I passi mortali di Etty si perdono la mattina del 30 novembre 1943 ma essi continuano a risuonare nei suoi scritti, tra le pagine del diario e nell’anima degli spiriti liberi che vi prestano ascolto.

westerbork

 

UN PO’ DI BIOGRAFIA

Esther Hillesum nasce in una famiglia ebraica liberale. Suo padre, Louis Hillesum, è un dottore di lettere classiche e preside della scuola media di Deventer. Sua madre, Rebecca Bernstein, era fuggita dai pogrom russi nel 1907. Etty Hillesum ha due fratelli, Jaap che studierà medicina e Mischa che studierà pianoforte. Etty consegue la laurea in Giurisprudenza nel 1939 e poi approfondisce lo studio della lingua e della letteratura russa. Il 10 maggio 1940, le truppe naziste invadono i Paesi Bassi.

Etty, in quel periodo, si guadagna da vivere dando lezioni private di russo. Ha amanti molto più grandi di lei. Il 3 febbraio 1941, Etty Hillesum inizia una terapia con Julius Spier. Rifugiato nei Paesi Bassi per sfuggire alle leggi antisemite naziste in Germania, è un noto chirologo, seguace del pensiero di Carl Gustav Jung. Spier è circondato da un gruppo di ammiratori. Diventa il suo maestro spirituale, lei lo chiama “la levatrice della mia anima”. Poco dopo l’incontro con Spier, Etty inizia a scrivere, il 9 marzo 1941, un diario. Dodici mesi, scrive: “Sono venuta al mondo il 3 febbraio” e celebra il suo primo anno con Spier, definendolo “l’anno più bello” della sua vita.

Nel suo diario, riferisce l’inesorabile spirale delle restrizioni dei diritti e delle persecuzioni che portano in massa gli ebrei olandesi nei campi di transito, e poi alla deportazione. Anche Etty non sfugge a questo destino e, da Westerbork, campo di transito situato nel nord-est dei Paesi Bassi, scrive le più belle pagine del suo diario. Nel campo di Westerbork, è responsabile della registrazione dei nomi delle persone deportate.

I genitori e Etty stessa moriranno a Auschwitz nel 1943. Jaap, indebolito dall’atroce vita nei campi, non sopravviverà all’evacuazione di Bergen-Belsen nel 1945. Sono gli scritti di Etty che daranno una posterità a questa famiglia, per il loro grande valore storico, spirituale ma anche letterario.

BIBLIOGRAFIA essenziale:

Diario 1941-1943 – Edizione integrale, Milano, Adelphi, 2012

Lettere 1942-1943 (a cura di Chiara Passanti; prefazione di Jan Geurt Gaarlandt), Milano, Adelphi, 1990.

Etty Hillesum. Pagine mistiche (a cura di Cristiana Dobner), Milano, Àncora, 2007

Lettere inedite, in Comunità di Ricerca Etty Hillesum, Con Etty Hillesum, Sant’Oreste, Apeiron Editori, 2009

CALCARE. RIFLESSIONI SU UN RACCONTO DI ADALBERT STIFTER.

kalksteindi Chiara Rantini

Il calcare è una roccia sedimentaria che si è formata nei millenni da fossili stratificati. È quindi una roccia che ci potrebbe narrare molte storie. Calcare è anche il titolo di un racconto di Adalbert Stifter inserito nella raccolta Bunte Steine, Pietre colorate.

Kalkstein è un testo scritto con grande maestria e credo che non esista narrazione più discreta e, allo stesso tempo, audace nell’indagare l’animo umano.

Feci una prima lettura anni fa e subito mi colpì per la sua estrema semplicità e linearità. Inizialmente, l’impressione che ebbi fu quella di un bel racconto ma niente di più. Ora, sono giunta alla terza o quarta rilettura e comincio a scoprire le stratificazioni più profonde. La trama è molto semplice. Il testo narra la storia di un uomo che, nato in una famiglia di operosi imprenditori industriali, cresce e diventa adulto seguendo la via tracciata per lui dal padre. Ha un fratello gemello che partecipa dello stesso destino seppure in modo completamente diverso. Ma questa è solo la parte iniziale del testo che guarda a ritroso nel passato del protagonista. Il nucleo del racconto invece è incentrato sulla tarda maturità e sulla vecchiaia di quest’uomo che ha scelto di vivere, contrariamente a ciò che il destino “borghese” aveva previsto per lui, in solitudine e povertà, adempiendo al ministero ecclesiale in un piccolissimo paese della Stiria circondato da una terra brulla e sterile di aridi calanchi calcarei. L’uomo nasconde un segreto che sarà rivelato solo dopo la sua morte ma non è su questo aspetto dell’intreccio che vorrei dilungarmi. Ciò che è importante e che dà senso a tutta la narrazione è quello che segna una svolta nella vita di quest’uomo.

Il parroco del Kar, così viene chiamato il protagonista , pur obbedendo ai dettami paterni, non era mai riuscito a trarre profitto né dagli studi né dall’esperienza lavorativa nell’impresa di famiglia. Studiava senza apprendere, lavorava senza comprendere il senso del proprio lavoro. Quante volte abbiamo fatto anche noi questo stesso genere di esperienza, senza riuscire però a trovare un rimedio, andando avanti per inerzia e con una buona dose di superficialità! Ma il protagonista del racconto di Stifter fa qualcosa di sorprendentemente rivoluzionario: non abbandona la casa paterna per lanciarsi in una qualche peregrinazione romantica come sarebbe facile pensare, bensì decide coraggiosamente di fare tabula rasa e di ripartire dall’inizio, dalle prime nozioni rimaste incomprese fin da bambino, e da lì ripercorrere tutto il corso degli studi quasi fosse tornato indietro di molti anni. Dopo tale svolta, il protagonista cessa di essere un individuo qualunque e diventa un uomo in cui armonicamente convivono una dimensione intellettuale e una spirituale. Diviene perciò un uomo completo e in pieno possesso del suo futuro. Del proprio avvenire vuole fare un servizio alla comunità di coloro che non hanno voce nella società, ovvero dei bambini e dei più poveri. Perciò, non per diventare ricco e potente, mette a frutto la sapienza riconquistata con coraggio e dedizione ma per essere un uomo giusto e utile al prossimo. La dignità con la quale conduce la sua misera esistenza non può lasciare indifferente il lettore. Così come la morte, che in lui non ha niente di spaventoso, tingendosi di un’aurea di mistica attesa, come un epilogo necessario e affatto doloroso.

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Ricominciare da capo non ha quindi il senso di una sconfitta se questa azione è mossa dal desiderio di raggiungere una maggiore consapevolezza del proprio posto in questo mondo. E dato che le letture dovrebbero sempre arricchire la nostra vita credo che questo sia l’insegnamento più importante che possiamo trarre dal racconto di Stifter; non perseguire una via che per noi resta estranea ma avere il coraggio di lasciarsi alle spalle quel poco di sicurezza che ci può dare l’abitudine per intraprendere una via autentica e significativa.

Con tale augurio, vi invito a leggere e rileggere questa grande perla della letteratura mondiale.

VIAGGIO NELLA LETTERATURA: IL ROMANZO DI FORMAZIONE (parte prima)

goethe_lehrjahre03_1795_0009_400pxdi Chiara Rantini

Il romanzo di formazione è un genere letterario che ha le sue origini nella letteratura tedesca del XVIII secolo. Esso tratta della crescita e maturazione di un personaggio dall’età giovanile a quella adulta. Il termine tedesco è Bildungroman dove la parola Bildung si traduce con costruzione o formazione; nel contesto letterario, indica dunque un processo che prevede la “costruzione” di una persona, o meglio la sua formazione. Può quindi designare tanto il processo di formazione in sé quanto il contenuto di ciò che è stato costruito, l’edificio che è il risultato di tale processo. Al centro del Bildungsroman c’è sempre un protagonista che, attraverso molte difficoltà, riesce ad instaurare un rapporto positivo con il mondo, ovvero riesce a conciliare ciò che alberga nel suo intimo con la realtà esteriore. Il personaggio principale, infatti, attraverso la Bildung, si rende consapevole della complessità della vita; in lui, ogni nuova esperienza può essere intesa come un gradino di una scala che porta a un completamento nel processo di maturazione verso l’età adulta.

Il Bildungsroman, come abbiamo detto, nasce in Germania ma si diffonde anche in altre realtà europee ed extra-europee con diverse sfumature. Perciò possiamo considerare il Wilhelm Meister Lehrjahre di Goethe come il capostipite del genere. Wilhelm è un giovane aspirante attore che fa della sua vita un apprendistato. È importante focalizzare l’attenzione sulla giovane età del protagonista. Infatti, la grande novità del Bildungroman rispetto ai generi letterari del passato è data proprio da un nuovo modo di considerare la “giovinezza”. L’”apprendistato” che la caratterizza non è più l’ereditare e il perpetuare la professione e lo stile di vita paterni, ma un tentativo di creare il futuro con le proprie mani; le certezze del destino vengono meno e la vita diviene un viaggio e un’avventura, in cui il protagonista sperimenta situazioni di tutti i generi, vagabondando da un luogo all’altro prima di trovare una collocazione all’interno della società. L’esplorazione quindi si rende necessaria; necessaria perché le nuove leggi economiche del mondo capitalistico rendono poco probabile la continuità generazionale e impongono un nuovo modo di vivere in cui l’individuo deve farsi strada da sé spesso mettendosi in contrasto con gli avi che lo hanno preceduto. Sono questi gli eroi o anti-eroi del Romanticismo, perennemente inquieti e in viaggio. Non è a caso quindi che i protagonisti del Bildungroman siano giovani. In quanto emblema di tale dinamismo e mobilità, cosa se non la gioventù può meglio incarnare le incertezze e le tensioni della società moderna di cui lo stesso giovane protagonista fa parte? Non può sfuggire tuttavia l’elemento contraddittorio insito nella funzione del Bildungroman; contrasto che si acuisce con la rapida evoluzione della tecnica e il formarsi di nuovi equilibri politici ed economici che creano spaesamento nell’individuo. Di fronte a questa realtà in movimento l’idea originaria del Bildungsroman, ovvero la funzione di armonizzazione e di integrazione delle aspirazioni del singolo con i valori della società che lo circonda, viene meno. Tale inadeguatezza si esaspera già nel corso del XIX secolo raggiungendo il suo apice con l’inizio del XX secolo. L’evoluzione del concetto di Io e il suo incontro con la realtà di una crescente industrializzazione non possono più seguire un percorso lineare fatto di tappe progressive. Con l’affermarsi della psicoanalisi e della filosofia nichilista si assiste ad una disintegrazione del soggetto e una rarefazione della realtà che è ben visibile in romanzi come, ad esempio, Der Mann ohne Eigenschaften di Robert Musil. Tuttavia non viene meno il tentativo di cercare una possibile armonia tra soggetto e realtà circostante, una soluzione travagliata che, attraverso un percorso di sofferenza, conduca comunque ad una crescita individuale, in cui il soggetto sia nuovamente un protagonista, malgrado tutto, nella/della società.

Nella prossima parte dedicata al romanzo di formazione che seguirà questa prima introduzione di stampo teorico, tratteremo più da vicino alcuni testi scelti tra i tanti che la letteratura di questi ultimi tre secoli ha prodotto relativamente al Bildungroman.

Le figlie di Eco. Amori impossibili tra letteratura e vita. Parte prima: Adèle Hugo e la ricerca di un’identità.

portrait_presumed_adele_hugo_hidi Chiara Rantini

Comincia con una breve riflessione sulla vita della figlia del celebre scrittore francese, questo itinerario letterario alla scoperta di tre donne che sperimentarono il fascino e il peso della letteratura in prima persona attraverso le loro tormentate relazioni con importanti scrittori e pensatori del XIX e del XX secolo.

Nei prossimi articoli, le protagoniste saranno Felice Bauer, fidanzata e promessa sposa di Franz Kafka e Regine Olsen, fidanzata di Søren Kierkegaard. Adèle Hugo sembra essere un caso a parte, non per la sfortunata relazione, ma per il soggetto del suo amore che non fu un letterato né un uomo di pensiero. Tuttavia, questo amore impossibile fu ciò che maggiormente la portò sul labile confine tra finzione letteraria e vita reale.

journal«Questa cosa incredibile da fare, che una giovane donna, schiava al punto di non poter andare a comprare della carta, vada sul mare, passi dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, questa cosa qui, io la farò. Questa cosa incredibile da fare che una giovane donna che oggi non ha altro che un pezzo di pane datogli in elemosina dal padre, abbia in quattro anni, nelle tasche solo un po’ di denaro giusto per lei, questa cosa io la farò.» (estratto dal “Journal”; trad. mia)

Adèle Hugo nacque a Parigi nel 1830, quinta figlia del celebre scrittore Victor Hugo. Fin da piccola dimostrò particolare disposizione verso la musica e le arti letterarie. Ebbe un’infanzia felice improvvisamente turbata dalla morte, nel 1843, della sorella Léopoldine. Questo lutto segnò particolarmente Adèle e tutta la famiglia. Circa in quello stesso periodo, la madre visse uno stato di depressione e Adèle ne fu particolarmente colpita. Di carattere schivo e riservato fin da piccola, il suo carattere divenne ancora più ombroso in seguito ad un episodio di febbre altissima che fece disperare per la sua vita. Nel 1852 seguì il padre in esilio a Guernesey, ma ben presto fu colta da una profonda depressione che la costrinse al rientro in Francia nel 1858. Nel 1861 si recò in Inghilterra insieme alla madre, nella speranza che la fine dell’isolamento a cui era stata costretta dall’esilio, potesse migliorare la sua situazione psicologica. In Inghilterra incontrò il tenente Pinson di cui s’innamorò totalmente, ma senza speranza poiché non si rivelò un amore profondo e sincero. Pinson fu sedotto dalla bellezza e dall’intelligenza di Adèle ma per lui non fu che un divertissement passeggero; Adèle tuttavia non intese arrendersi tanto facilmente, così seguì Pinson fino ad Halifax in Canada, dove il tenente era stato assegnato. Purtroppo i suoi tentativi di riconquistare l’affetto del suo amato fallirono e, dopo essere stata ripetutamente rifiutata, sprofondò nella follia. Dopo essere passata per le isole Barbados, sempre sulle tracce di Pinson, rientrò in Francia nel 1872 e il padre fu costretto ad internarla nell’ospedale psichiatrico di Saint-Mandé, quindi all’ospedale di Suresnes dove morirà nel 1915, unica tra i figli di Hugo a sopravvivere al padre.

Adèle era la secondogenita di Victor. Non fu mai troppo considerata in famiglia e visse sempre all’ombra del padre (lei avrebbe preferito avere un padre sconosciuto) e della sorella maggiore, la preferita di Victor. Quando essa morì annegata, il padre scrisse la celebre poesia “Demain, dès l ́aube” e Adèle, che era stata gelosa di Léopoldine, finì per essere assalita dai più terribili rimorsi. Il sentirsi rifiutata da tutti e prima ancora dalla sua stessa famiglia, fu una costante della vita di Adèle. Addirittura, per non rovinare la reputazione del padre scrittore, il fratello Charles tenne nascosta l’esistenza della sorella alla futura moglie per tutto il lungo periodo che Adèle trascorse lontano dalla patria. Facciamo però un passo indietro. Quando Adèle giunse ad Halifax era in incognito e, durante il suo soggiorno, cambiò continuamente identità. Ufficialmente questo stratagemma le serviva per non farsi scoprire da Pinson; in realtà, Adèle cancellando la vera identità, stava avviando un processo di annullamento della propria persona. Avere un’identità definita non le serviva più.

Quando Adèle lasciò la Francia, conosceva già il responso della sua storia d’amore. Pinson non la voleva e aveva fatto di tutto per fuggire da lei. Tuttavia non vi fu alcun segno di scoraggiamento da parte della figlia di Hugo: anzi più la realtà sembrava essere contraria alle sue aspettative, maggiore risultava la spinta ad andare avanti. C’è da chiedersi se Adèle fosse ancora veramente innamorata di Pinson o cercasse piuttosto di affermare qualcosa di sé, una sua eccellenza così come il padre aveva fatto nel campo della letteratura, sacrificando anche parte della propria vita privata.

Vista dall’esterno, la storia d’amore di Adèle si caratterizza come un monologo interiore perché nel rapporto con Pinson non esiste alcuna corrispondenza: non potrebbe essere diversamente, dato che la differenza culturale e sociale tra i due amanti è considerevole. Non è con lui che la giovane donna vuole relazionarsi: il riferimento costante di Adèle è la famiglia che è rimasta in Francia. È infatti alla madre e al padre che Adèle deve rendere conto e lo si capisce dalla fitta corrispondenza che intrattiene con loro. Ma c’è un’altra relazione ben più importante, che è rappresentata dal continuo e quasi narcisistico dialogo con se stessa, ben visibile nelle migliaia di pagine scritte nei diari. Pinson, a questo punto, potrebbe anche non esistere più o essere soltanto un’idea perché non è lui, come uomo in particolare, ciò che interessa la giovane figlia di Hugo. Ecco dunque che la vita di Adèle perde il contatto con la realtà e diventa essa stessa letteratura.

La storia di Adèle Hugo fu scoperta nel 1955 quando furono ritrovati per caso i suoi diari. Da questi diari che scrisse con cura maniacale per tutta la sua lunga esistenza, esce il ritratto di una donna che ebbe grande talento nella scrittura ma che non trovò le condizioni storiche e familiari giuste per potersi liberare dalle ombre che turbavano la sua mente. Resta di lei una mole enorme di pagine scritte, alcune foto in bianco e nero e pochi ritratti a cui si aggiunge la superba interpretazione cinematografica a posteriori da parte di Isabelle Adjani nell’indimenticabile film di F. Truffaut “Adèle H. Une histoire d’amour” del 1975. Buona lettura.

Charles Baudelaire, una vita oltre il limite

Charles Baudelaire nacque a Parigi il 09/04/1821 e qui morì il 31/08/1867. Charles_Baudelaire_1855_Nadar
Fu il grande poeta del diciannovesimo secolo, noto per il suo stile di vita bohémien. Autore controverso, pubblicò il capolavoro della letteratura ottocentesca, Les Fleurs du Mal. Questa raccolta di poesie venne condannata e censurata al momento della sua pubblicazione, perché si scontrava fortemente con la morale borghese del tempo. Baudelaire metteva in evidenza la dualità tra bene e male, bruttezza e bellezza, inferno e paradiso.
Rimasto orfano all’età di soli sei anni, non accettò mai il nuovo coniuge della madre e da lì ebbe origine il suo carattere ribelle.
A stento riuscì ad ottenere il suo diploma di maturità. Poi, deliberatamente scelse una vita vagabonda.
La sua famiglia, che poco apprezzava la vita dissoluta del giovane, lo invitò a imbarcarsi nel 1841 a bordo di un vapore per le Indie. Questo suo viaggio ai confini del mondo, ispirò molte delle sue opere.
Baudelaire tornò a Parigi nel 1842 e incontrò Jeanne Duval che divenne la sua amata. Dissipò tutta l’eredità ricevuta dal padre, fatto che spinse la famiglia a metterlo sotto tutela giudiziaria. È questo il periodo in cui comincia a scrivere alcune poesie dei Fleurs du Mal.
Nel 1847 Baudelaire scoprì lo scrittore americano Edgar Allan Poe. Come lui, condivise una stessa concezione dell’arte. Tradusse molte opere dell’autore per farlo conoscere al pubblico francese.
Nel luglio 1857, Baudelaire pubblicò il suo lavoro principale: Les Fleurs du Mal. Questa raccolta di poesie venne subito condannata, costringendo Baudelaire e il suo editore a pagare una somma in denaro. Ci fu una nuova edizione nel 1861, dalla quale vengono cancellate sei poesie per evitare una nuova denuncia ma solo nel maggio 1949 sarà definitivamente annullata la precedente condanna.
Non potendo pagare i debiti, Baudelaire si recò in Belgio a lavorare. In un primo momento fu pieno di speranza per questo nuovo inizio, ma fu rapidamente deluso da questa esperienza. In Belgio cominciarono i primi gravi problemi di salute causati dalla sifilide.
Tornò a Parigi nel luglio del 1866. Morì un anno dopo, all’età di quarantasei anni, per le conseguenze della sifilide, dall’abuso di alcool e di altri farmaci. Cénotaphe de Baudelaire
Baudelaire, che condusse una vita in totale opposizione ai codici morali del suo tempo, è l’immagine stessa del poeta decadente. Non riconosciuto durante la sua vita, fu poi acclamato dai suoi successori: veritable dieu secondo Rimbaud, il primo surrealista per il Breton e il più importante tra i poeti per Valéry.

 

 

 

Lo ricordiamo, nel giorno dell’anniversario della morte, con una delle sue più belle poesie:

L’uomo e il mare

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro

segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

Il destino dell’umanità nell’ultimo Cassola

cassoladi Enrica Aliboni

In occasione del centenario della nascita di Carlo Cassola (17 marzo 1917), vorrei ricordarlo non con i classici testi che me lo hanno fatto conoscere ed amare nell’adolescenza, ma con l’ultima parte della sua produzione, meno nota al grande pubblico e che forse lo potrebbe far tornare dall’ingiusto dimenticatoio in cui è stato relegato.
Ad un certo punto della sua parabola di scrittore e persona Cassola ha sentito, come molti altri, il pericolo che l’umanità stava correndo,purtroppo oggi attuale più che mai; quello di andare incontro alla propria autodistruzione. Autodistruzione attraverso una guerra con armi fuori controllo che avrebbero cancellato la razza umana all’improvviso, in brevissimo tempo. Per raccontare la follia degli uomini Cassola ha dato parola ed azione agli animali.
A distruzione avvenuta, probabilmente per una esplosione atomica, la cui origine non è e non può essere chiara perché il protagonista non può averne conoscenza, narra ciò che accade tra gli unici sopravvissuti,gli animali.libri cassola
“Il superstite” (1978) ha come protagonista un cane che prende coscienza di essere rimasto solo, e per sua natura animale domestico e sociale si spinge a fare amicizia con altre specie, volatili,pesci, che però stanno morendo a causa dell’esplosione. Proprio all’opposto della razza umana che è arrivata all’autodistruzione per mancanza di socialità, il cane arriverà a lasciarsi morire non rassegnandosi a restare solo.
“Il paradiso degli animali”(1979) ancora una volta ipotizza la scomparsa della razza umana per autodistruzione, unici superstiti gli animali che si ricostituiscono in società e si evolvono con le stesse tappe dell’umanità dopo la scelta fondamentale del vegetarianesimo come unica possibilità di sopravvivenza per tutti. Saranno in grado questi animali, guidati dai gatti e dai cani umanizzati, di fermarsi prima di arrivare all’autodistruzione come ha fatto la razza umana?
“La morale del branco”(1980) è una raccolta di racconti,protagonisti gli animali che vivono sempre dopo la scomparsa della razza umana. La cifra è quella del pessimismo perché anche gli animali hanno riprodotto l’atteggiamento degli uomini.
Per il lettore che ha amato il Cassola tratteggiatore di indimenticabili personaggi femminili in tutte le loro sfaccettature non sarà difficile ritrovarlo qui nelle descrizioni dei luoghi, la val di Cecina e la sua campagna, a lui, a me e spero a voi tanto cari.