Preghiera per Černobyl’, voci dall’inverno nucleare.

preghiera per chernobyldi Chiara Rantini

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni e/o, Roma, 2018

Svetlana Aleksievič è una giornalista ucraina nata nel 1948. È una scrittrice appassionata della realtà e per questo non ha avuto vita facile nell’ex-Unione Sovietica.

Durante la sua carriera viene più volte ostacolata in virtù della sua sete di verità e solo nel periodo della perestrojka riesce a pubblicare i suoi libri migliori, romanzi in cui la realtà dei fatti è l’unica grande protagonista, spesso una realtà dura, vissuta da chi è stato dimenticato dalla storia.

Preghiera per Černobyl’ è stato scritto circa dieci anni dopo il terribile disastro alla centrale nucleare. Nel 1997 viene pubblicato e poi tradotto in molteplici lingue. Nel 2001 l’autrice ha compiuto una revisione del testo da cui è stata tratta l’edizione italiana.

Questo libro non è un reportage perché non possiede la freddezza tipica dello stile giornalistico ma non è un saggio perché non ha alcuna pretesa scientifica di spiegare le cause del disastro nucleare. Giusto sarebbe definirlo un “monumento scritto alla memoria” perché esso raccoglie le testimonianze di coloro che hanno visto entrare nella loro vita il “mostro” nucleare.ce

La Terra è improvvisamente diventata piccola. Abbiamo perso l’immortalità: ecco cosa ci è capitato. Abbiamo perso il senso dell’eternità. (Testimonianza di un insegnante)

Svetlana ha ascoltato tutte le voci, da quelle dei bambini a quelle degli anziani, riuscendo persino a far parlare la natura, gli alberi, gli animali e gli oggetti inanimati, autentici custodi della memoria.

Da ciò è nato un romanzo corale di un mondo sofferente che non vuole essere dimenticato. Romanzo corale quindi, ma anche testo filosofico perché proprio a partire dalle testimonianze sorgono molti quesiti di natura esistenziale. Primo tra questi, ovviamente, il valore della vita umana. La parola che ricorre più frequentemente nei racconti di chi ha vissuto l’immane tragedia è guerra. Ci potrebbe stupire ma ciò che hanno vissuto milioni di abitanti di quelle zone è proprio qualcosa di paragonabile a uno stato di guerra. Vaste aree dell’Ucraina e della Bielorussia sono passate sotto il controllo militare e quel poco di libertà di cui i cittadini potevano godere è stato sostituito dalla legge marziale in cui non c’è spazio per la comprensione degli eventi ma solo cieca obbedienza e obbligo di sottomissione.

Domande: “Che mezzi di protezione verranno distribuiti? Ci consegneranno delle tute speciali e dei respiratori?” La risposta era stata no. “È previsto che si scavi solo con i badili”. A parte due giovani insegnanti che si sono rifiutati, tutti gli altri hanno obbedito. (…) Ho forse mai insegnato qualcosa di diverso ai miei alunni? No, solo questo: andare dove occorre, gettarsi nel fuoco, difendere, sacrificarsi. La letteratura che ho insegnato non parlava della vita ma della guerra. (Testimonianza di un’insegnante)chernobyl-ruota-panoramica-maxw-824

Gli uomini giovani e forti (operai, elettricisti, camionisti ecc.) furono richiamati per essere inviati tra le fauci del mostro totalmente sprovvisti di protezioni necessarie sia a livello fisico che psicologico. Il pericolo veniva esorcizzato con la vodka e con una buona dose di propaganda per cui questi giovani erano eroi immolati sull’altare della patria sovietica. Furono definiti paradossalmente liquidatori perché inconsapevolmente stavano “liquidando” un intero paese, un sistema che nel disastro di Černobyl’ aveva raggiunto il suo apice di decadenza. Tutte le testimonianze sono concordi nel dire che dopo l’incidente nucleare nullaavrebbe potuto essere uguale a prima. Molti villaggi furono sepolti sotto molteplici strati di terrascomparendo per sempre dalle cartine geografiche. Questi uomini “liquidarono” la loro terra ma furono anche liquidati perché, una volta tornati alle loro case e alle loro occupazioni ebbe inizio una lunga agonia fatta di ricoveri, sofferenza, strazio per le famiglie.

chernobyl-pripyat_08Abbiamo tutti quanti partecipato …a un crimine…A una congiura. (Testimonianza di un ispettore per la protezione della natura)

Combattere una guerra con le armi e gli eserciti tradizionali sarebbe stato più semplice. Lottare contro un nemico silenzioso e invisibile penetrato in ogni istante e frangente della vita quotidiana ebbe un effetto devastante per la popolazione. Molti si arresero scegliendo di restare in uno stato di incoscienza nella consapevolezza che nessuno li avrebbe aiutati.

Quando perdi la sicurezza di una vita normale restano solo le radici a cui attaccarsi.

Preghiera per Černobyl è un libro che parla di un evento passato proiettato nel futuro: un futuro che potrebbe toccare ognuno di noi.

Quando morirò non seppellitemi al cimitero, il cimitero mi fa paura, ci sono soltanto morti e cornacchie. Seppellitemi nei campi… (Testimonianza di una bambina)
Il male, in sostanza, non è qualcosa a se stante, ma è privazione del bene, così come il buio non è altro che assenza di luce. (Testimonianza di un fuggitivo, un pellegrino, un folle-in-Cristo)

BOSCHI, TERRE E PORCI AL PASCOLO. UNA PASSEGGIATA NELLA STORIA

di Chiara Rantini

Passeggiando in un bosco o lungo un sentiero che costeggia una prateria, vi siete mai chiesti se quello che vedete sia sempre stato così, in quella forma e con quei colori? Sappiamo bene che il paesaggio è il risultato di un processo storico e ci sono molte pubblicazioni su questo argomento  ma finché non sono i nostri piedi a percorrere quel luogo, la teoria resta molto astratta.

Così ho voluto verificare di persona.

Sono andata in Alto Mugello. Dal passo del Giogo di Scarperia scende un sentiero fino a un piccolo gruppo di case, Osteto. Tutto intorno si trova un castagneto da frutto curato e ben pulito. Non sono più molti sull’Appennino i castagneti accuditi con tale zelo. Fino agli anni ’60 del XX secolo, era la regola perché si trattava di un’economia di sussistenza. Oggi la castagna è un prodotto di nicchia, quasi elitario, venduto a caro prezzo. castagneto a osteto

Uscendo dal borgo, mi chiedo se è sempre stato così o se sia esistita un’epoca che precedeva la coltura del castagno. Con questi pensieri arrivo alla Badia di Moscheta. Il nome è preso a prestito dall’abbazia vallombrosana che qui sorse per opera di Giovani Gualberto nell’XI secolo.

Al tempo era frequente che i nobili signori governatori della zona (i conti Guidi, gli Ubaldini furono i più importanti) concedessero in dono alcune terre per la fondazione di comunità monastiche; così, fu anche nel caso di Giovanni. Il monastero ebbe vita prospera e felice fino al XVIII secolo, quando le riforme in materia religiosa del Granduca Pietro Leopoldo ne provocarono la soppressione. I beni furono venduti all’asta e la proprietà passò alla famiglia Martini che la governò a mezzadria.

Ancora oggi, l’abbazia conserva un po’ di questo spirito rurale e dell’antico afflato mistico non rimane molto. moscheta-2015

Oggi è diventata una meta del turismo escursionistico e una rete di sentieri la collega al resto del Mugello montano. Mi incammino su uno di questi sentieri, soggiogata dalla bellezza del paesaggio quasi invernale. Anche qui ci sono castagneti ma non molto curati e quasi soffocati dall’avanzata della faggeta. Più in alto scorgo sento il frusciare di un’abetaia. È noto che i monaci, soprattutto quelli appartenenti alla regola benedettina e alle sue filiazioni, erano abili fautori dell’incremento della foresta in territori montani. Ma non sarebbe stato più produttivo fare spazio alle coltivazioni tradizionali come le patate, l’orzo, il grano piuttosto che far crescere una fitta foresta?

Mentre penso a questo, vedo sbucare una capretta: scende il pendio sassoso del bosco e sparisce tra gli alberi in pochi istanti. Ecco la soluzione! Niente è casuale. Per un momento mi sento trasportata in un altro tempo quando il bosco da pascolo costituiva il tipico paesaggio appenninico. Potrei essere finita nell’età della dominazione longobarda allorché i terreni dediti alle coltivazioni erano stati abbandonati a causa del calo demografico e si trovavano invasi dalla vegetazione spontanea. I Longobardi furono gli unici barbari che si stabilirono in modo stanziale in queste zone, radicandosi fortemente nel territorio. La pastorizia era la loro attività principale e oltre agli ovini era diffuso l’allevamento dei porci che pascolavano liberi nel bosco. I boschi da pascolo rispondevano a esigenze precise: la mitigazione delle alte temperature estive, la possibilità di un riparo al gregge, la produzione di frutti quali la castagna e la faggiola. L’età dell’Illuminismo seguì la via della produttività e, cacciati i monaci che in qualche modo furono i custodi della tradizione “longobarda”, si ritenne opportuno trasformare questi luoghi in ampi spazi coltivati, complice anche l’aumento vertiginoso della popolazione.

Ora, a causa dello spopolamento della montagna. sono ricomparsi i boschi, i faggi e gli abeti con i loro silenzi. E anche se apparentemente potrebbe sembrare un ritorno al passato barbarico, la situazione è diversa perché si tratta di un bosco non coltivato, un bosco che rinasce spontaneamente e riconquista selvaggiamente i suoi spazi. Piuttosto che ai Longobardi, il paragone è più evidente con l’implosione dell’impero romano d’Occidente, con un’età di decadenza in cui l’uomo è più impegnato a combattere contro se stesso piuttosto che a pensare alle future generazioni.

Carica di questi pensieri, torno verso ciò che resta dell’antica abbazia e mi lascio incantare da un turbine di foglie del colore del fuoco cadute a terra.

E poi c’è chi dice che dal passeggiare nei boschi si impara solo a bighellonare…

La sposa nella pioggia, una raccolta poetica di Daniele Cargnino.

Cari Lettori, oggi abbiamo incontrato Daniele Cargnino, torinese, autore della raccolta di poesie La sposa nella pioggia.

DANIELE CARGNINO, videomaker, sceneggiatore, Dj per una radio libera torinese e scrittore/poeta esordisce con la sua prima raccolta di poesie La Sposa nella pioggia (Ensemble, 2018)
“Qui ci sono tutti i miei sensi di colpa, i miei rimorsi e rimpianti, i giorni perduti e mai più ritrovati. Potete leggere queste righe come più vi piace, una frase alla volta o tutte insieme come dei racconti brevi. Si possono urlare o leggere in silenzio, respirando piano o buttando fuori l’ennesima sigaretta della giornata. In piena notte, o sotto il sole coperto di nuvole. Se passeggiate, vi consiglio di dare una lettura quando arrivate alla meta del vostro cammino oppure se siete su un treno diretto chissà dove a specchiarvi nel finestrino di un paesaggio monotono e senza vibrazioni. Questo (non) sono io, ma una piccola ombra del mondo che verrà.”

https://www.facebook.com/lasposanellapioggia/

Intervista a cura di Chiara Rantini.

  • Buongiorno, Daniele. Come nasce la raccolta poetica La sposa nella pioggia?

  • Potrebbe essere nata durante uno di quei temporali autunnali che si scatenano su Torino, la mia città. Oppure potrebbe essere nata in riva al mare un giorno di inverno. dopo avere passato ore a guardare le onde tuffarsi nell’orizzonte. O ancora potrebbe essere nata dall’incontro con una donna, in una di quelle notti con la luna coperta di nuvole e le strade deserte. Potrei continuare così per ogni poesia che scrivo. Credo non ci sia stato un momento preciso in cui mi sia detto che era ora di buttare su carta i miei pensieri. Non mi considero un poeta o uno scrittore, mi piace solo avere un foglio davanti e scrivere quello che provo, che sento, che voglio raccontare, fin da quando andavo al liceo, all’inizio scopiazzando dai miei scrittori preferiti, poi nel corso degli anni -spero- con una mia poetica più personale. Questa raccolta è quindi la somma di alcuni momenti e fasi della mia vita che uniti formano La sposa nella pioggia – una parte di ciò che sono, o potrei essere io.

  • Quale origine ha il titolo?

sposa nella pioggiaIl titolo è venuto senza pensarci troppo. Quando mi chiedono da dove derivi, immaginano tutti una figura malinconica- una donna, il giorno del suo matrimonio, sotto il diluvio, che effettivamente è un’immagine triste, ma anche molto bella e poetica. Ma non è la risposta giusta. Non sono neanche sposato. No, la raccolta si chiama così grazie a un racconto di uno dei miei scrittori preferiti, Beppe Fenoglio, vicino a me sia per motivi geografici (sono metà cuneese), sia per motivi politici. A parte questo, di Fenoglio, dei suoi temi, dei suoi partigiani non c’è traccia nelle mie poesie, solo questo titolo, quasi un tributo a lui e alla sposa sotto la pioggia del suo racconto, che vi consiglio di leggere.

  • Quali sono i poeti, antichi e moderni, che ti hanno maggiormente influenzato?

  • Bastano due nomi. Il primo è Cesare Pavese, modello inarrivabile, sospeso tra due mondi, tra la città (Torino) e la campagna (le Langhe), esattamente come me, Pavese, scrittore di libri di assoluta bellezza e autore di poesie tra le più belle di tutta la letteratura italiana e mondiale. Per me esiste Pavese e poi tutto il resto della letteratura. Non me ne vogliano gli appassionati di altri scrittori e scrittrici! Il secondo nome invece è Jack Kerouac, per me il più grande artista americano. Colui che in tutte le sue opere è riuscito a trasformare la prosa in poesia. Sulla strada, ma anche gli altri suoi libri, sono state delle vere rivelazioni e fonti di ispirazioni infinite.

  • Questa raccolta si può leggere tutta d’un fiato come un dialogo – monologo d’amore oppure frammentarla e leggerla a pezzi. Quale, tra queste, è la migliore chiave di lettura?

  • Non credo ci sia una risposta corretta o delle istruzioni su come leggere le mie poesie. Tutti e due i modi possono essere giusti, a seconda del momento in cui si sceglie di aprire il libro, dell’umore, del luogo in cui vi troviate. Mi piace l’espressione dialogo interiore con me stesso, meglio ancora una lunga sceneggiatura di un film mai girato. I complimenti più belli che mi abbiano fatto riguardo alle poesie sono di persone che si sono riconosciute in un verso, in una riga, e hanno trovato qualcosa di loro in quello che ho scritto. Penso sia molto bello che storie così personali siano arrivate anche a donne e uomini così lontani dal mio mondo e e dal mio modo di intendere la vita. Perché alla fine siamo tutti fatti di storie,no?Ognuno le può leggere nel modo che preferisce. Potete farlo quando tornate la sera a casa, quando siete innamorati o se avete appena finito di piangere per l’ennesima storia finita male e mai iniziata. Potete farlo mentre farlo mentre siete su un treno diretto chissà dove; da soli, prima di andare a dormire ascoltando la musica; dopo aver fatto l’amore, bacio dopo bacio una poesia alla volta, sottolineando i passi che vi sono piaciuti di più, spiegazzando la pagina, ridendo, fumando una sigaretta, guardando la pioggia cadere sui vetri delle finestre.

  • In questa raccolta uno dei temi ricorrenti è il senso di perdita. Che ruolo ha la poesia rispetto agli elementi dell’assenza e della distanza?

  • Si evincono così tanto questi temi? Ovviamente sì, perdita – assenza – distanza sono molto ricorrenti in quello che scrivo. La perdita di persone con cui ho condiviso molti chilometri del mio cammino e di momenti che non torneranno più. L’assenza che a volte pesa come un macigno e la distanza sia fisica che mentale, che come una bandiera divide il presente dal passato, strade che si sarebbero potute prendere se si avesse avuto il coraggio di avvicinarsi e trovare, oppure lasciare andare senza rimpianti. Il senso del vuoto. Sostituire quel vuoto a tutti i costi. Fa male se ci pensi.

  • Ha senso attribuire alla poesia il potere della cura e della protezione da una realtà troppo dura?

  • Sarebbe bello, ma no. Al massimo può aiutare – esorcizzare un momento, un episodio, a scaricare i pensieri rabbiosi, dolorosi, come una scarica di fulmini. Ma non può, e non deve essere, una cura. E’ solo scrittura, sono solo parole su un foglio, che ognuno interpreta come vuole. Servono a fissare un’emozione, a dichiararsi, a rimpiangere una cosa che non tornerà più, ma non è una cura, né la panacea di tutti i mali, di tutti i mali interiori che abbiamo. Sarebbe bello abitare o rifugiarsi in una poesia ogni volta che la realtà si fa troppo dura, ma purtroppo non funziona così.

  • I richiami al passato sono frequenti nella tua poetica. Possiamo parlare di una rievocazione del mito dell’infanzia come età felice della vita?

  • Guarda,da appassionato di Pavese potrei -anche inconsciamente – risponderti di sì. In realtà non è così. Ho avuto un’infanzia normale come tanti altri, con momenti felici e altri più tristi. Eppure più cresciamo più quella normalità ci manca. Come mai? Forse perché c’era un mondo da scoprire e non si aveva tempo per altri pensieri e responsabilità? Forse perché da bambini si pensa di avere tutto a portata di mano, basta solo allungarla? Sicuramente è un’età particolare, ma la rendiamo mitica solo quando l’abbiamo persa e cresciamo, lasciando alle spalle le emozioni che avevamo coltivato giorno dopo giorno. Credo si chiami diventare grandi. Maturi, adulti, e con più sensi di colpa e rimpianti. Penso molto al passato. Credo di essere ammalato di nostalgia. A volte sono un completo disastro, pieno di ansie, debolezze, fragilità. Sarebbero meglio mille rimorsi piuttosto che un solo rimpianto, ma non va sempre così. E allora penso al passato con tutti i suoi dubbi e le difficoltà e le contraddizioni, a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Pur essendo consapevole che quel passato non sempre è stato bello, tra incomprensioni, delusioni e fallimenti.

  • Quale è il motore della tua poesia? E che ruolo hanno la nostalgia , il rimpianto e la malinconia?

  • Fossi Bukowski ti direi l’alcool, fossi Kerouac le droghe, Neruda l’amore. Ma sono solo Daniele Cargnino, e il motore con cui scrivo non so se si può dire o se è interessante per i lettori, visto anche il prezzo della benzina! Diciamo che potrebbe essere un po’ di tutto (!!!), oppure un’idea catturata nel mezzo della giornata, un ricordo improvviso mentre osservo una donna o una nuvola, o un sogno che si arrampica sulla schiena e non si toglie più finché non ne scrivi. Non sono sicuro di ciò che si dice a proposito della tristezza, che il vento la porta via. A volte il vento non soffia e la tristezza resta, creando ferite invisibili. La nostalgia è un po’ come il passato, si infila sotto pelle e te la porti dietro ovunque tu vada. Come i profumi di cui scrive Proust, io trovo la nostalgia – e con essa i ricordi- attraverso un paesaggio visto dal treno, o immaginando un incontro con una persona amata che ho perso nel corso degli anni. I rimpianti fanno parte anch’essi della nostra vita, non penso ci sia nessuno che abbia fatto i conti con il proprio passato e sia esente da colpe e rimpianti. Ecco, io sono uno di quelli. E il risultato è questa malinconia di fondo, appena accennata eppure in superficie, che traspare a ogni sguardo, a ogni sorriso sforzato, un non riuscire a godersi le cose fino in fondo, la tristezza che sale come la marea ogni volta che i pensieri si fanno troppo rumorosi.

  • Nella tua poesia convivono cielo e terra. Quanto c’è di carnale e quanto di trascendentale?

  • Sai che non me l’aveva fatto notare nessuno? Cielo e terra, la carne e l’aria, il vento. La dolcezza, il romanticismo e il sesso che assume tanti significati, tante forme. Non saprei tracciare un confine netto alla tua domanda, sicuramente quando parlo di un bacio può essere anche solo sognato o immaginato in una delle mie tante (troppe) fantasie, ma può essere anche un bacio dato (o ricevuto) che ha lasciato dei segni tangibili sulle mie labbra, sulla mia carne. Altre poesie sono più riflessive, introspettive, e forse è lì l’elemento trascendentale di cui parli, quando rimango solo davanti allo specchio e cerco di mettere ordine nelle cose. Ciò non toglie che quando scrivo per qualcuno, ci sono elementi molto forti e passionali. Sai come funziona no? Basta avere davanti agli occhi il soggetto delle tue poesie e iniziare a scrivere con tutto l’amore di cui si è capaci. Così che la poesia, voi stessi e coloro che amate diventiate una cosa sola. A parole sono bravissimo infatti io, poi quando si tratta della parte pratica diciamo che devo ripassare ancora parecchio ahah!

  • Uno scrittore è anche un lettore. Cosa stai leggendo adesso?

  • A parte un giornale sportivo per vedere se la squadra della mia città ha comprato qualche giocatore in vista del campionato (ah, il tifo…), sto leggendo la biogafia di Carver, immenso scrittore americano di short stories e poeta meraviglioso della “quotidianità”. Ho appena finito di leggere libri sui Joy Division-la band- e Nick Cave, i racconti di Salinger e tre libri di Kerouac che mi mancavano. Prossimi credo due di Pavese trovati sulle bancarelle e Dylan Dog.

Grazie dello spazio e dell’opportunità, spero di non avevi annoiato troppo.

Un abbraccio, Daniele

Grazie Daniele di aver risposto alle nostre domande.

 

Simbologie e inconscio nel romanzo LA RESA DELLE OMBRE

di Arrighetta Casini

resadelleombreChiara Rantini, La resa delle ombre, Alcheringa ed., Anagni, 2018

Chiara Rantini esce con questo primo romanzo e già si presenta come una scrittrice matura sia per l’originalità della trama molto avvincente sia per la scrittura sapientemente articolata, ricca, piena di suggestioni, capace non solo di aderire alla psicologia dei personaggi, ma di esaltarla, anzi quasi di esasperarla man mano che la tensione emotiva cresce.

L’Autrice fin da subito mette in gioco tante “cose” dense di significato.

Prima di tutto l’immagine di copertina: una bella foto della stessa Autrice che subito coinvolge il lettore. A me ha fatto pensare alla selva oscura di dantesca memoria.

E’ la selva immersa in ombre ingigantite dalla debole luce di un sole malato che a stento si fa strada fra le nuvole in un sole di uniforme grigio.

Sono però le parole che colpiscono di più perchè dense di significato, prima di tutto la parola “ombra” che, oltre che nel titolo, ricorre molte volte nel testo.

Poi la parola “anima” anche questa usata molto usata con un significato vasto come nell’ex ergo di un filosofo presocratico, Eraclito:

“I confini dell’anima, nel tuo andare non potrai scoprirli, neppure percorrendo ogni strada, tanto profonda è la sua ragione”

Qui non è il caso di addentrarsi in una questione che ha attraversato la storia della filosofia, forse meglio ricordare la frase di Blaise Pascal: “Il cuore ha ragioni che la ragione non capisce”.

Molti ed attuali sono i significati simbolici dell’ombra. Simbolo e mito all’origine della conoscenza e della pittura. Il mito della caverna di Platone: solo ombre possiamo vedere noi esseri incatenati nella caverna. O il mito pliniano delle origini della pittura: l’atto di circoscrivere con un segno l’ombra di un uomo per crearne un’immagine.

Ma è sull’uomo, sulla sua psiche che il significato dell’ombra trova la sua espressione più immediata. Già Robert Louis Stevenson con il suo Dott. Jekill e mr. Hide aveva messo in evidenza il lato oscuro che si cela nell’animo umano .Poi la psicanalisi: l’archetipo dell’ombra elaborato da Jung è legato al concetto freudiano di inconscio.

Secondo Jung l’archetipo dell’ombra rappresenta il lato scuro della nostra personalità. Pensare di non possedere un’ombra è pura illusione, solo nell’oscurità più completa si può non avere ombra.

Per Jung l’ombra disconosciuta minaccia l’equilibrio psichico, ma se riconosciuta e vinta è fonte di energia psichica,

E’ questa la “resa delle ombre”?

Certamente Chiara ci propone un viaggio più articolato e complesso, più interessante e più vivo di una teoria psicanalitica, incarnato in personaggi che ingaggiano una lotta contro le “ombre” specialmente quelle più devastanti della follia in un clima di cupo romanticismo che fa pensare a tipologie nordiche.DSCN1474

Il libro si apre con un prologo che, in realtà, è un epilogo.. Ci dice che sì le ombre si possono vincere.

La protagonista ,Lena, ci è riuscita non grazie a sedute psicanalitiche, ma con la forza che solo la donna ha: quella di generare un nuovo essere, di dare la vita.

Si snoda allora il romanzo come un viaggio all’indietro che ci appare come una lunga discesa agli inferi ora attratta, ora respinta dalla fascinazione non solo dell’amore ma anche della pazzia.

Amore e pazzia è Janis.

Già il loro incontro è strano e denso di segni:

“Qualcosa di scuro mi passò vicino, ne vidi l’ombra confondersi con un’altra”

“Un’intuizione mi suggerì che qualcosa di insolito, di bello, di straordinariamente potente aveva incrociato la mia strada”

Ed ancora:
“Al terzo piano le porte si aprirono ed entrò un uomo avvolto in un cappotto di panno nero: Restai immobile paralizzata dallo stupore:L’ombra che era passata vicino a me il giorno precedente era entrata nell’ascensore. Vidi le dita scarne toccare i tasti e distendersi sulle pareti. Non avevo paura e tuttavia avvertivo un senso di mistero.”

Nasce così con “un carico enorme di emozione” un rapporto intenso e difficile, eppure Lena, ragazza che si trova in un bivio incerto della sua vita, in quel suo camminare per tutta la notte con lo sconosciuto prova “gioia”. Anzi molto di più:
“Compresi che la vita non si esauriva in me ma continuava in tutto ciò che mi circondava tramite connessioni segrete. Tutto era vicino, raccolto come in un punto e finalmente non aveva importanza dove mi trovassi e con chi: non ero più sola”

E’ una sensazione bellissima che ritorna dal passato grazie a Janis che Chiara presenta così:

“Lui era alto magrissimo, il volto affilato come quello di un lupo, i lineamenti perfetti incastonati in una carnagione luminosissima” La

Janis è un musicista, anche Lena è un’artista, dipinge.

Inquietante è anche la casa di Janis:
“Una sensazione di tristezza mi pervase l’anima: lo spazio della casa era solo un universo vuoto senza porte arricchito da pochi essenziali mobili e moltissime stoffe con tende, cuscini, tappeti, arazzi”

Ma il “il doppio” di Janis non è solo una condizione interiore luce-ombra, ma anche fisica: Janis ha un fratello maggiore Adrian con il quale vive quasi in simbiosi , un’unità che si è formata di fronte all’indifferenza e alla povertà affettiva della famiglia.

Lena si troverà nel mezzo, protetta in un certo senso dalla presenza di Adrian che sempre si trova fra i due.

I personaggi del romanzo sono pochi e vivono in un loro mondo che non è tipizzato quanto a tempo e spazio, l’ambiente è proiezione di stati d’animo.

Lena, Janis e Adrian occupano quasi per intero la scena, appare appena Marta, ama Adrian ma sta in disparte conscia che la gran parte della vita di Adrian è occupata da Janis. C’è poi un personaggio sfuggente che appare poco è Alma che si configura come colei che può curare, che sa.

Lena è la protagonista, racconta in prima persona, il susseguirsi delle esperienze ad alta tensione emotiva fino alla drammaticità nelle quali si è gettata con tutta se stessa per sfuggire ad una famiglia apprensiva e appiattita nella più squallida normalità.

Per contrasto l’amore per Janis ha subito i caratteri dell’eccezionalità, una quotidianità che è sempre sopra le righe, dove il sublime, il terribile, l’angoscioso, il tragico si alternano senza trovare una pur minima composizione in una possibile normalità.

Mi sembra che la scrittura di Chiara esalti tutto questo e crei un clima di tensione romantica che rimanda a certi stilemi cari allo Sturm un Drang.

Prima di tutto tratteggiando un paesaggio che non è solo sfondo degli avvenimenti, ma riflette, accompagna, talvolta amplifica gli stati d’animo.

E’ un paesaggio immaginario, Himmelort non esiste, ma ha le caratteristiche di una città del nord: il freddo, i canali, il bosco. Spesso ha i caratteri della fiaba dove tempo e luogo rimangono indeterminati.SDC13493h

“Percorremmo una strada stretta, fangosa che tagliava il centro di uno sparuto villaggio di case contadine dai tetti di paglia…..

L’elemento acqua ha molta importanza in questo paesaggio dell’anima: la pioggia purificatrice, l’acqua morta dei canali o quella oscura e ferma del lago che sembra voler inghiottire Lena e Janis, ma è il mare, ora quieto che appare in uno scorcio, ora in tempesta, ma sempre esaltante e liberatorio.

Vorrei ritornare sulla parola “anima” che spesso ritorna nella narrazione.

La storia di Lena e Janis che Chiara racconta è una storia d’amore nella quale si parla pochissimo di corporeità. Il corpo non appare mai nel godimento dei sensi ma nel dolore, il pianto, la malattia. Questo amore si muove in un’altra dimensione, quella dell’anima, come a voler comprendere nella relazione l’intero individuo esaltando la parte emozionale e psicologica, ancora di più: c’è la volontà di scavare a fondo nell’irrazionalità e nella pericolosità di questa situazione amorosa, di questo amore “misterioso e inaccessibile”

Già Lena aveva intravisto questo percorso difficile:

“In lui avevo visto come in uno specchio un destino di profonda sofferenza e di gioia estatica”

Solo una parola “amore” per indicare tante storie.

Nel romanzo Alma, la donna sapiente, indica tre vie dell’amore:
“La prima segue un percorso pianeggiante finisce di perdersi in un nebbioso orizzonte. La seconda si arrampica per un pendio terminando contro una parete rocciosa. La terza segue una via d’acqua per poi dileguarsi in una vastità luminosa che avrei potuto indifferentemente indicare come cielo o come mare”

Ancora l’acqua in cui la vita è nata e si rigenera potrà portare alla “ resa delle ombre”?

PASSAGGIO A SUD, un cammino lungo l’Appennino

passaggioAntonio Gonnella, Passaggio a sud, Ali&noeditrice, Perugia, 2019

recensione di Chiara Rantini

Nel cammino risiede la gentilezza, il cammino è un atto pacifico, la lentezza permette la comprensione, la conoscenza. In un mondo che fa della velocità un vanto, il cammino è un vero atto politico, dirompente, per molti disarmante, è un’azione rivoluzionaria. Il cammino è cambiamento profondo, il proprio.

Basterebbe fermarsi qui, meditando queste parole, per capire che affrontare un cammino non è esaudire un capriccio bensì un qualcosa che nasce prima dal cuore, dalla mente e infine si rende concreto sulla strada. Ed è proprio con questo spirito che Antonio Gonnella costruisce il suo cammino che dalle Marche lo conduce a sud, fino in Irpinia.

Nelle pagine introduttive di Passaggio a sud, Antonio parla di sé, del suo innato amore per la montagna, della curiosità giovanile che lo ha portato a confrontarsi con le maestose Alpi, maestose ma incredibilmente lontane dal suo cuore. L’Appennino, questa variopinta cordigliera che attraversa l’Italia da nord a sud, Antonio lo ha sempre davanti (abita in Toscana, nel Valdarno, per quanto le sue origini siano pugliesi) e irresistibilmente chiama. Così dopo aver percorso il Tratturo Magno, da L’Aquila a Foggia, sulle antiche vie della transumanza, nasce l’idea di continuare a vivere l’Appennino, a dispetto di coloro che lo abbandonano ogni giorno di più. Parte a luglio del 2017, destinazione Marche. Ovunque passa trova tracce del sisma del 24 agosto 2016: le città sono deserte ma gli abitanti non hanno perso la voglia di lottare e ogni giorno, per quanto sfollati in riviera, tornano nei loro paesi per farli rivivere con il lavoro in una sorta di “pendolarismo al contrario”. Fatica e sudore, questo è sempre stato l’Appennino per chi da millenni ci è vissuto e continua ostinatamente a viverci. Un luogo per conoscerlo, lo devi camminare, afferma Antonio scrivendo una grande verità perché per amare un territorio è necessario percorrerlo, prenderne possesso con lo sguardo, toccare la sua terra, aspirare il profumo dei suoi boschi e delle sue praterie, in modo quasi ferino, perché l’attaccamento e quindi il radicamento nascono da una relazione che non può essere assolutamente virtuale.

Questo è un libro che unisce gli italiani, così divisi da insulsi campanilismi, e fa dell’Appennino la comunità per eccellenza, il luogo del bene comune dove tutti si aiutano e rispettano l’ambiente in cui vivono. Sembra che la storia con la esse maiuscola non sia passata di qui e invece si scopre che, anche nei piccoli centri montani, ci sono vestigia dell’insediamento di antichissimi popoli, perlopiù genti dimenticate perché schiacciate e inglobate dai grandi imperi. Parlando di questo, Antonio ha continuato il suo cammino in Abruzzo, anch’esso martoriato dal sisma del 2009. Terra di parchi, di bellezze naturalistiche e artistiche di grandissimo spessore, è il luogo dove sono evidenti gli effetti del cambiamento climatico. Il ghiacciaio del Gran Sasso sta scomparendo, il dissesto idrogeologico avanza e tragedie come quella di Rigopiano sono la naturale conseguenza. Non è più solo una questione di difesa dell’ambiente, ma come scrive Antonio una questione di sopravvivenza. Non tanto per noi, quanto per le prossime generazioni a cui lasceremo un ambiente divenuto invivibile. Ecco allora che un cammino diviene un segno, un grido di protesta e di ribellione a questo stato di cose che moti danno per irreversibile, cullandosi nella propria incapacità di reazione. Camminare e non viaggiare, conoscere e non vedere superficialmente, prima che esperienze sono scelte di vita dettate da un’etica ben precisa. Non basta di dire “no”: i “no” vanno praticati e resi visibili a tutti. Passaggio a sud è un libro ricco di spunti da questo punto di vista e infatti molte delle sue pagine sono occupate da interessanti approfondimenti su vari aspetti del territorio: dallo smantellamento del Corpo Forestale alla banda del Matese, approfondimenti necessari per contestualizzare questo percorso.

E arriviamo all’ultima parte del Cammino. Antonio giunge in Molise, terra di emigrazione per eccellenza: emigrazione interna ed esterna. Qui, qualcuno è tornato e più di coloro che non sono mai dovuti andare via, sa quanto è importante l’accoglienza. Antonio e Francesca vengono accolti come un tempo venivano accolti i viandanti, i pellegrini che per vari motivi, religiosi o lavorativi, avevano lasciato le proprie case, avventurandosi in luoghi lontani spesso senza avere un soldo in tasca, facendo affidamento sulla generosità e l’ospitalità dei popoli appenninici. La solidarietà dimostrata da queste genti di montagna è un altro tratto comune, come lo sono le faggete e la cultura alimentare legata alla pastorizia e alla coltivazione del castagno. Ma la montagna non è solo un bucolico idillio. La montagna e quindi l’Appennino, soffrono ( e più si scende a sud, maggiore è la sofferenza) per il disinteresse della politica verso le attività economiche locali, come l’agricoltura e la pastorizia. Incontrando le persone, parlando di questa terra, Antonio dà voce a questa silenziosa protesta che non perde mai il carattere dignitoso che è proprio dei suoi abitanti. Ecco allora che i volti delle donne e degli uomini che lottano ogni giorno perché venga riconosciuto il valore del loro lavoro (viticoltori, pastori, boscaioli) divengono delle immagini di resistenza verso le quali è difficile restare indifferenti. Dopo il Sannio, il cammino giunge alla meta: Irpinia, terra di sismi mai dimenticati, di ricostruzioni mai finite e terra di lupi.

Si dice che nel lupo l’uomo veda se stesso. Probabilmente è vero anche il contrario, che lo sguardo profondo del lupo sia fatto per scrutare e leggere le cose più nascoste che sono dentro di noi, così scrive Nazzarena Luchetti, contribuendo alla buona riuscita del libro di Gonnella. I lupi sono un altro elemento unificante degli Appennini e sono il segno di una possibilità di sopravvivenza, perché nell’età della decrescita felice, ciò di cui si deve occupare l’uomo non risponde alla parola “progresso”. Sopravvivenza, umanità, rispetto e solidarietà sono i concetti chiave in un’epoca che non può più aspettare il tempo delle ideologie.

Passaggio a sud è questo tentativo e un atto di amore per il nostro paese.

La poetica di Tomas Tranströmer

tran.odtdi Serenella Menichetti

L’editore Crocetti pubblica l’Antologia di poesie di Tomas Tranströmer nel 2011, dopo il Nobel. Un volume che va letto e riletto non solo in funzione del prestigiosissimo riconoscimento, ma sopratutto per una poesia che oggi in particolar modo in Italia può apparire altra rispetto alla corrente (o alle correnti) dominante, e che quindi ci dà un metro di misura per leggere la letteratura contemporanea.

Poesia che affonda le sue radici nella preparazione e nella passione per la musica dell’autore, densissima nell’incontro di opposti che si nutrono di simbolismo, eppure incredibilmente limpida, lucida nella sua oscurità. Una densità però non lineare, come perfettamente osserva Maria Cristina Lombardi in un’ottima ottima prefazione. Ma leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La concentrazione dei concetti in immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, alla prevalenza dei sintagmi nominali. La capacità di realizzare densità poetica non è in Tranströmer tanto imputabile alla parola, al singolo lessema semanticamente pregnante, ma alla rete capillare di nessi che vengono a stabilirsi tra le parole. Tale sottile interazione, non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore. Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “molteplice voce” della parola.

8ed35f03919e23d4456342622b5bbee3-Tomas-Transtromer-stenpoesi-Pia-Nordlander-001_webbOscurità che tende ad assolutizzarsi nel concetto del silenzio, base e rifugio della parola. Concetto privo di linguaggio ma dal quale emerge un linguaggio. Che è esso stesso metafora e simbolo. Incontro d’opposti. E suo connotato definitivo all’interno di una sorta di pessimismo cosmico a cui tende il poeta svedese (pur con alcuni accenni di illuminazione, si veda il meraviglioso testo Sfere di fuoco). Poesia che ha la sua maggiore definizione non tanto nella sua lettura, quanto nell’influenza che ha avuto nei poeti contemporanei sopratutto americani. Molti infatti hanno dichiarato d’aver attinto dalle sue poesie, dalle sue immagini (Iosif Brodskij, Derek Walcott, Seamus Heaney), facendo di Tomas Tranströmer un vero cult-poet.

ETTY HILLESUM, un’oasi di serenità nell’impero del male.

etty-hillesumdi Chiara Rantini

Se dovessi descrivere Etty a chi non la conosce, userei un’immagine e un pensiero. L’immagine, un prato sconfinato disseminato di fiori sotto un sole gentile e tiepido, il pensiero, ciò che la stessa Hillesum scrisse quando si trovava nel campo di lavoro di Westerbork:

“Provo grande stupore per gli uomini che non conoscono limite al male.”

Luce, pace, stupore quasi infantile sono le qualità che la caratterizzano all’inizio della terribile esperienza di Westerbork, anticamera per Auschwitz, qualità che miracolosamente restano in lei intatte fino al termine della sua vita terrena.

Nel luglio del 1942, mentre in Europa infuria la guerra, Etty non cerca un rifugio (in quanto ebrea era in costante pericolo) lontano dagli orrori continentali ma si offre volontaria per assistere le migliaia di ebrei e profughi tedeschi politicamente sgraditi al Reich nel campo di lavoro di Westerbork. Ogni giorno si aggira instancabilmente tra le baracche distribuendo generi alimentari (quel poco che è disponibile) e confortando con una parola o con uno sguardo coloro che, separati dai propri cari e dalla propria vita, soffrono indicibilmente. Ma lei non si lascia sedurre dalla disperazione. Volge gli occhi al cielo, annota il tempo del giorno, e con una forza straordinaria, tenta di vedere oltre la situazione contingente “trasformando in fiabesca realtà la sconvolgente atroce condizione di Westerbork.”

Attingendo alla sapienza talmudica e hassidica, Etty sa che il dolore provato nel campo è maggiore di quanto un essere umano possa tollerare e che la vita non è un bene che deve essere conservato ad ogni costo, a dispetto della dignità e dell’umanità di ciascuno. E tuttavia sa anche che il seme che muore non è invano: porterà frutto, rappresentando così il segno di un tempo nuovo, un tempo di rinascita. Sembra assurdo, illusorio, consolatorio sviluppare questo genere di pensiero in un luogo dove la minima libertà personale è azzerata, ma per Etty questo è il contenuto della propria fede e lo scopo ultimo dell’esistenza: vivere per volgere il male in bene. “Ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende inospitale” scrive mentre intorno a lei il male prende forma e si diffonde come un veleno nel cuore delle persone.

Di famiglia non osservante, Etty aveva incontrato Dio nella sua vita grazie a Julius Spier. Maestro, amante, fratello, amico, Julius, devoto junghiano, era per lei come un intermediario con Dio. Leggendo i Vangeli e soprattutto gli scritti di san Paolo, la Hillesum trovò nel cristianesimo la formula migliore per rendere perfetta la vita dell’uomo. Facendo riferimento al contenuto nel capitolo 13 della Lettera ai Corinti, diceva che la terra potrebbe essere un luogo di pace se per tutti avessero un valore le parole usate da san Paolo nel suo Inno all’Amore. Secondo il pensiero della Hillesum, infatti, “non esiste nesso casuale tra il comportamento delle persone e l’amore che si nutre per il prossimo”, ovvero l’Amore è svincolato dal suo oggetto e si posa indistintamente su tutti e su tutto. Per quanto vivesse come una prigioniera, Etty non percepì mai di essere stata privata della libertà perché il suo concetto di libertà andava ben oltre l’idea di una possibilità di movimento o di espressione autonoma. Simile all’idea che i martiri avevano della libertà, sapeva bene che la violazione operata dal male nei confronti del corpo e dell’anima non poteva avere conseguenze se ostinatamente l’uomo continuava a amare la vita e a attendere con fiducia “l’avvenire custodito da Dio”.

“Marchiati dal dolore per sempre eppure la vita è meravigliosamente buona se custodiamo Dio nelle nostre mani” avrebbe detto insieme a un altro martire dei campi di concentramento Dietrich Bonhoeffer.

Il 7 settembre del 1943, dopo un anno trascorso a Westerbork, Etty salì sul treno diretto a Auschwitz. Nell’ultima cartolina ritrovata molto tempo dopo la sua partenza, tra i saluti e la consapevolezza di essere destinata alla morte, scrive queste parole di congedo citando il testo del salmo 30 (31) versetto 4:

“Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, per il Tuo nome dirigi i miei passi”.

I passi mortali di Etty si perdono la mattina del 30 novembre 1943 ma essi continuano a risuonare nei suoi scritti, tra le pagine del diario e nell’anima degli spiriti liberi che vi prestano ascolto.

westerbork

 

UN PO’ DI BIOGRAFIA

Esther Hillesum nasce in una famiglia ebraica liberale. Suo padre, Louis Hillesum, è un dottore di lettere classiche e preside della scuola media di Deventer. Sua madre, Rebecca Bernstein, era fuggita dai pogrom russi nel 1907. Etty Hillesum ha due fratelli, Jaap che studierà medicina e Mischa che studierà pianoforte. Etty consegue la laurea in Giurisprudenza nel 1939 e poi approfondisce lo studio della lingua e della letteratura russa. Il 10 maggio 1940, le truppe naziste invadono i Paesi Bassi.

Etty, in quel periodo, si guadagna da vivere dando lezioni private di russo. Ha amanti molto più grandi di lei. Il 3 febbraio 1941, Etty Hillesum inizia una terapia con Julius Spier. Rifugiato nei Paesi Bassi per sfuggire alle leggi antisemite naziste in Germania, è un noto chirologo, seguace del pensiero di Carl Gustav Jung. Spier è circondato da un gruppo di ammiratori. Diventa il suo maestro spirituale, lei lo chiama “la levatrice della mia anima”. Poco dopo l’incontro con Spier, Etty inizia a scrivere, il 9 marzo 1941, un diario. Dodici mesi, scrive: “Sono venuta al mondo il 3 febbraio” e celebra il suo primo anno con Spier, definendolo “l’anno più bello” della sua vita.

Nel suo diario, riferisce l’inesorabile spirale delle restrizioni dei diritti e delle persecuzioni che portano in massa gli ebrei olandesi nei campi di transito, e poi alla deportazione. Anche Etty non sfugge a questo destino e, da Westerbork, campo di transito situato nel nord-est dei Paesi Bassi, scrive le più belle pagine del suo diario. Nel campo di Westerbork, è responsabile della registrazione dei nomi delle persone deportate.

I genitori e Etty stessa moriranno a Auschwitz nel 1943. Jaap, indebolito dall’atroce vita nei campi, non sopravviverà all’evacuazione di Bergen-Belsen nel 1945. Sono gli scritti di Etty che daranno una posterità a questa famiglia, per il loro grande valore storico, spirituale ma anche letterario.

BIBLIOGRAFIA essenziale:

Diario 1941-1943 – Edizione integrale, Milano, Adelphi, 2012

Lettere 1942-1943 (a cura di Chiara Passanti; prefazione di Jan Geurt Gaarlandt), Milano, Adelphi, 1990.

Etty Hillesum. Pagine mistiche (a cura di Cristiana Dobner), Milano, Àncora, 2007

Lettere inedite, in Comunità di Ricerca Etty Hillesum, Con Etty Hillesum, Sant’Oreste, Apeiron Editori, 2009