I RACCONTI DI KAZAKÒV

Jurij Kazakòv, Alla stazione e altri racconti, Einaudi, Torino, 1964

Recensione a cura di Chiara Rantini

Questi racconti sono stati scritti nella seconda metà degli anni ’50 del Novecento e sono di un autore che non è molto noto in Occidente. Risalgono quindi a un periodo in cui la letteratura in Russia era sotto il controllo del potere politico. Kazakòv, tuttavia, pur rispettando i canoni imposti relativamente alla scrittura di storie che dovevano avere il popolo come protagonista assoluto, ci presenta dei personaggi che sembrano tratti dalla tradizione letteraria russa del secolo precedente; i riferimenti sono a Cechov, Dostoevskij e Gogol.

L’ambientazione è tipicamente rurale ma non è una campagna idillica e bucolica quella che descrive Kazakòv, piuttosto è il risultato della dura lotta dell’uomo contro le avversità del clima. Difatti la maggior parte dei racconti sono ambientati nel nord della Russia, nelle zone più prossime al circolo polare artico tra il mar Bianco e il mar Baltico. Protagonista è anche il mare perché all’interno della raccolta ci sono racconti in cui sono protagonisti anche pescatori, marinai, guardiani di faro, traghettatori di uomini e merci.

Le vicende sono accompagnate da bellissime descrizioni: la campagna viene colta nella sua prorompente capacità di mutare e questo processo influenza non poco il comportamento dei personaggi . Il dialogo tra uomo e natura è costante; la città invece – identificata spesso in Mosca, la grande capitale – è vista come un luogo desiderato, una meta agognata dai più giovani ( e questo è solo uno dei tanti tratti caratteristici che sottolineano la differenza generazionale) e tuttavia, per la maggior parte di loro, resta una meta immaginata e irraggiungibile nella realtà, mettendo così in evidenza l’eterno dissidio tra civiltà rurale e urbana.

Il linguaggio in cui sono stati scritti questi racconti è assai ricco, descrittivo e dotato di un bel ritmo che non annoia il lettore.

Parlavamo di gap generazionale: gli anziani protagonisti dei racconti sono ancora molto legati alla tradizioni religiose e a un concetto di sacralità della terra e della vita, mentre i più giovani rappresentano una rottura con il passato essendo già proiettati in un mondo futuro regolato dal lavoro e dalla materia. Tuttavia si avverte un velato senso di nostalgia per un mondo ormai quasi perduto.

Nel racconto intitolato “La casa sull’argine” , una ragazza vive insieme alla madre in una vecchia casa vicino all’argine di un fiume. Tutto in questa abitazione ricorda un mondo vecchio, stantio, stanco, a partire dal credo religioso della madre ( I Vecchi Credenti) a cui la figlia vorrebbe sottrarsi. Un giovane bibliotecario proveniente dalla città, al suo primo incarico, prende una camera in affitto presso di loro. Inizialmente egli sembra rappresentare la possibilità di riscatto per la giovane oppressa ma il suo ruolo di “liberatore” dura poco meno di una sera. Sarà lui infatti ad andarsene alle prime luci dell’alba (e non la ragazza come avrebbe voluto, sognando di essere portata via da un moderno cavaliere) lasciando nel lettore la consapevolezza che il mondo del passato è alquanto difficile da archiviare. Non diversamente, nel racconto “Il pellegrino”, il protagonista che pare uscito dalla tradizione popolare ottocentesca, mostra come il mondo del passato male si accordi col presente materialista e ateo. Per quanto il pellegrino non sia santo e innocente come molti dei suoi predecessori, e per quanto appartenga alla schiera di coloro che dubitano e vacillano, l’epilogo nuovamente ci mette davanti una realtà ben definita: i due mondi, l’antico e il moderno, continueranno a coesistere, guardandosi in tralice ma senza giungere mai ad un annientamento reciproco.

Già dalle vicende presenti in questi due racconti sopra citati, si nota una certa differenza tra personaggi maschili e femminili. Le donne sono sempre molto presenti e spesso sono viste come un elemento salvifico, apportatore dell’equilibrio che manca alla parte maschile. Viene in mente il racconto “La mite” di Dostoevskij e molti altri racconti della tradizione letteraria russa dove la donna viene vista come un essere superiore all’uomo per sensibilità, capacità di comprensione, profondità e tuttavia costretta a subire i soprusi, le mancanze, la brutalità.

Nei racconti “Man’ka” e “La ragazza brutta” , le due protagoniste credono di poter uscire dalla loro condizione di solitudine e di esclusione grazie all’interessamento di due uomini ma in realtà vanno incontro a una grande delusione. Gli uomini spesso sono visti nel loro essere primitivi, brutali, istintivi e fanno eccezione solo in pochi: l’io narrante e il medico nell’ultimo racconto “Arturo, cane da caccia”, il bibliotecario, in parte, ne “La casa sull’argine” , non a caso personaggi che hanno un particolare rapporto con la cultura.

Altre figure di rilievo nei racconti di Kazakòv sono le persone anziane, in particolare le donne. In “Una del Pomor’e” l’anziana del paese che, nella sua vita, ha visto tutte le nefandezza del secolo XX perdendo i cari durante la guerra, è un personaggio estremamente positivo, dotato di una forza fisica e interiore veramente sbalorditiva per i suoi ottanta anni. Non c’è rassegnazione in questa figura che è l’immagine della buona “nonnina” russa. Sembra che Kazakòv riponga tutto l’eroismo della nazione proprio in questa signora ricurva, simbolo di una lotta indefessa.

Tra i racconti, proprio nell’ultimo, “Arturo, cane da caccia”, c’è anche spazio per una storia in cui è protagonista un cane. Arturo è un cane cieco, abbandonato perché inutile alla caccia o alla guardia, destinato a vagare per le vie di un paese, randagio alla ricerca di cibo. Tuttavia viene accolto da un medico in pensione, vicino di casa di colui che narra la vicenda. La vita sembra prendere una diversa piega per il cane che finalmente ha un luogo dove vivere e essere curato. Ma l’istinto alla libertà prevale e Arturo comincia a perlustrare la foresta nei dintorni, prima timidamente e con brevi escursioni, poi sempre più assiduamente in lunghe passeggiate che divengono assenze per più giorni. Il narratore, incuriosito da questo nuovo evento, segue il cane e scopre che è diventato abilissimo nella caccia, nonostante la sua menomazione. Si sparge la voce e tutti vorrebbero possedere il cane prodigioso. Ma il maestro non lo vuole cedere a nessuno finché del cane si perdono le tracce. Verrà ritrovato solo dopo molti anni, cadavere, ferito e tradito da un ramo sporgente e acuminato nella foresta. Questo racconto, di una delicatezza e poesia magistrali, può essere interpretato come una metafora dell’esistenza. Intanto definiamo i personaggi principali: il medico, anziano, rappresenta il mondo del passato più sensibile alle sventure, meno legato ad una visione utilitaristica della realtà. L’altro personaggio è il cane: Arturo non può essere un animale da salotto, il suo desiderio di libertà è più grande di qualsiasi accomodamento borghese o proletario come lo si voglia definire. La libertà che Arturo cerca è al di fuori di tutti gli schemi e gli stereotipi poiché costituisce un paradosso inammissibile per il senso comune (un cane da caccia cieco) e allo stesso tempo rappresenta la testimonianza che il desiderio di libertà è più forte di qualsiasi ostacolo.

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