LA BELLEZZA CHE NON POSSIAMO SOPPORTARE. Pensieri sparsi sulla poesia di Alberto Blanco

radicedi Chiara Rantini

Alberto Blanco, La radice quadrata del cielo, Ensemble ed., Roma, 2017

Ho avuto la fortuna di incontrare Alberto Blanco, poeta messicano molto noto all’estero e ora pubblicato in Italia da Ensemble, a maggio di quest’anno nell’ambito della presentazione, al Caffè letterario Le Murate di Firenze, del suo libro “La radice quadrata del cielo”.

Classe 1951, laureato in chimica, sinologo e studioso di filosofia del linguaggio, Blanco è approdato alla poesia con la stessa semplicità e naturalezza che sono proprie della sua arte.

La sua infatti è una poetica dell’essenzialità, della precisione ed esattezza geometrica, di un’architettura sobria e perfetta in cui razionale e irrazionale, mente e spirito si muovono in totale armonia.

La raccolta si apre con una Dichiarazione dei principi in cui Blanco presenta se stesso. Si definisce un uomo di scienza ma non per questo ha la pretesa di fare del suo pensiero un postulato universale. Ogni scienziato ha le equazioni che si merita, e con ciò Blanco predispone il lettore ad accogliere visioni divergenti su ciò che potrebbe sembrare indiscutibile come il fatto che 1+1 = 2. Stabilito questo principio di “umiltà”, il libro si articola in tre parti: Lezioni di geometria, Teorie e Mappe. Leggendo i titoli delle sezioni, il lettore potrebbe pensare di avere tra le mani un testo che affronta temi astratti, freddi, lontani dalla vita umana. Non è così.

La voce di Blanco, che possiede la forza della parola profetica, parla dell’uomo all’uomo. Innanzitutto, in modo asciutto e immediato, ci ricorda un fatto fondamentale: il nostro essere qui nel mondo.

Non abbiamo altro corpo.

Siamo qui.

Solo qui.

Qui

(Teoria dello spazio)

 

Siamo dunque in questo mondo e siamo sottoposti alle leggi della fisica e tuttavia il nostro essere è un paradosso e un’eccezione rispetto al fatto che

tutto tende al disordine

tranne la nostra vita

(Prima teoria termodinamica)

 

blancoCiò che si avverte sin da una prima lettura è l’idea che la vita umana è qualcosa di irripetibile, di prezioso di cui il poeta non può fare altro che prendersene cura tramite l’uso di una parola purificata, ripulita dai sottofondi e dai volumi impazziti della nostra società urlante.

Quanto dolore possono sopportare le parole (storpiate, deturpate, violentate), si chiede Blanco? Ecco allora che il poeta interviene sul linguaggio, lo accoglie nella sua casa, lo nutre e, una volta salvato, lo restituisce come medicamento ad una società malata. Da ciò nasce la parola poetica, frammentario segmento rivolto alla vita.

Nelle mappe non si è percorso nulla.

Nella poesia non c’è nulla di scritto.

(VIII mappa)

 

Così, la poesia, pur non percorrendo uno spazio preciso, è movimento, un movimento rapidissimo che ci tocca interiormente senza lasciare traccia della sua traiettoria.

Le poesie sono rapidissime.

Non possiamo conoscere – allo stesso tempo – la loro forma e il loro contenuto.

E se conosciamo la forma di una poesia

mai sapremo esattamente

di cosa parla.

(Teoria dell’incertezza)

e ancora, secondo la teoria quantistica

può esistere movimento

senza traiettoria, senza percorso e senza orbita.

O almeno, senza un cammino noto

e – ciò che è più importante –

senza un cammino che si possa conoscere.

Non è questo la poesia?

(Teoria quantistica)

 

Dunque, rispetto a questa inconoscibilità della materia poetica, cosa ne è dell’uomo, del poeta stesso che è qui, in un mondo regolato da leggi fisiche e matematiche? È forse condannato ad un’esistenza schizofrenica? Blanco sembra rispondere a questo interrogativo e lo fa proprio a partire dalla geometria.

Qui si lotta e si sa, si ama e si tace, scrive nella Quarta lezione di geometria perché il nostro corpo occupa un volume, anzi è un volume e come tale ha un numero infinito di punti (Seconda teoria di geometria). E dato che il corpo umano ha in sé la qualità dell’infinito, è chiaro che non esiste separazione tra esso e la poesia.

Potrei dilungarmi ancora su ogni singola parola di questa raccolta poetica perché in ognuna si troverebbe un seme da cui far germogliare un albero di concetti, ma lascio al lettore l’emozione della scoperta.

Vorrei dedicare la conclusione di questa breve recensione all’ultima parte del libro (Mappe) svestendo i panni della blogger per indossare quelli della persona umana la cui sensibilità è stata risvegliata da immagini, evocate dal poeta, che hanno fanno parte di un proprio vissuto interiore. Chi mi conosce, sa quanto sono appassionata di mappe, reticolati geografici, cartine escursionistiche e simili. È una passione che mi riconduce all’infanzia e ai tanti mondi immaginari che si materializzavano per me nei grafici delle mappe. Non voglio aggiungere altro, sperando soltanto che altri lettori possano cogliere l’emozione che mi ha dato la lettura di questi versi:

Che cosa sono i colori di una mappa se non un sogno?

Il ricordo anestetizzato della nostra infanzia.

Le finestre aperte nell’ufficio del cartografo.

Una sorgente della più pura e semplice felicità.

(VII Mappa)

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