I Giusti. Storia di un salvataggio

Jan Brokken, I giusti, Iperborea, Milano, 2020

Secondo la tradizione ebraica talmudica, nel mondo ci sono sempre almeno 36 Giusti in qualsiasi momento della storia e sono questi i Giusti tra le nazioni.

In questo libro si parla di Giusti. Uomini giusti, infatti, furono coloro che misero a repentaglio la propria vita per soccorrere e aiutare migliaia di persone che, per salvare la vita, dovevano lasciare i territori sul Baltico invasi dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica. Questo salvataggio che si prolungò per alcuni anni, tra il 1940 e il 1941 principalmente, fu opera di uomini che, pur non ricoprendo cariche importanti dal punto di vista politico, si adoperarono per mettere in salvo persone che altrimenti sarebbero finite in campi di concentramento.

Il primo giusto di cui narra Brokken è Jan Zwanrtendijk, direttore della filiale della Philips a Kaunas in Lituania. Dopo essere stato nominato console per lo stato Baltico, il giovane olandese, in collaborazione con il console giapponese Sugihara, mette in piedi un’operazione di salvataggio per migliaia di ebrei. Zwanrtendijk ha un’idea geniale: concedere loro un visto di espatrio per Curaçao, piccolo dominio sconosciuto a tutti, dal momento che era impossibile concedere visti per altre nazioni come gli USA o l’Australia. In realtà queste migliaia di persone non raggiunsero mai Curaçao, ma, tramite viaggi lunghissimi, trovarono la salvezza facendo scalo prima in Giappone e poi a Shangai.

Zwanrtendijk e il console giapponese furono coloro che materialmente posero i timbri sui visti di chi fuggiva dall’orrore dell’olocausto. Intere famiglie trovarono la salvezza in questo modo. Il fatto sorprendente fu che Zwanrtendijk e il console giapponese agirono d’istinto e non operarono in modo coordinato, per quanto agissero totalmente all’unisono.

Il libro di Brokken si fonda su basi storiche e la parte finale del testo è completamente dedicata alle fonti e alla documentazione. Tuttavia l’immane operazione di salvezza rimase per molti anni, seppure terminata la guerra, ignota : Zwanrtendijk tornò al suo vecchio lavoro sino al pensionamento non rivelando a nessuno ciò che aveva fatto. Al console giapponese, inizialmente andò peggio perché fu destituito dalla sua carica e costretto a svolgere umili lavori per poter dare un futuro ai propri figli. Solo in un secondo tempo gli furono riconosciuti i meriti di aver salvato migliaia di vite umane e per questo gli fu corrisposta una pensione da parte dello Stato. Zwanrtendijk invece, solo negli ultimi anni di vita venne a conoscenza di aver effettivamente salvato delle vite umane mentre i riconoscimenti ufficiali arrivarono solo dopo lunghe trattative da parte del figlio e comunque sempre troppo tardi rispetto alla data della morte dell’ex console di Kaunas. Zwanrtendijk per tutta la sua vita si era a lungo tormentato chiedendosi se avesse agito per un buon fine e se effettivamente l’immane operazione avesse dato al salvezza a migliaia di persone. Solo poco prima di morire venne a sapere che molti di coloro che avevano ricevuto il visto per Curaçao erano scampati alla morte e si erano rifatti una vita lontano dall’Europa.

Corredato di bellissime foto in bianco e nero, il libro di Brokken cattura l’attenzione fin dalle prime pagine per l’interesse che suscita la vicenda ma anche per il linguaggio sospeso tra narrazione storica e finzione letteraria.

Vorrei portare all’attenzione del lettore due citazioni molto interessanti.

“Ogni persona è un mondo intero, chi salva una vita, salva il mondo intero”, dice il Talmud e Zwanrtendijk, pur non essendo di religione ebraica, sembra aver effettivamente messo in pratica questo precetto, poiché agì senza chiedersi quante persone avrebbe potuto salvare dal momento che anche la salvezza di una sola vita sarebbe stata sufficiente a dare un segno di speranza per il mondo intero.

L’altro brano che merita una riflessione è quello che si trova all’interno del paragrafo dove si descrive la tomba di Zwanrtendijk. L’ex console della Lituania è sepolto in un cimitero anonimo vicino Rotterdam . Sulla lastra sepolcrale, i visitatori, perlopiù discendenti di coloro che furono salvati, hanno lasciato dei sassolini, come è tipico nella tradizione ebraica. A questo proposito Brokken scrive: “I sassi rappresentano l’incorruttibilità, il rispetto eterno, il legame con il morto. Le pietre resistono alle intemperie, sono incorruttibili come l’amore, eterne come la fede, i fiori appassiscono mentre i sassi rimangono.”

Dietro a questa tradizione c’è un simbolo di eternità, qualcosa che resta nella memoria, così tanto importante nella tradizione ebraica.

Zwanrtendijk aveva capito che le persone a cui aveva offerto la salvezza costituivano questa stessa memoria, la memoria di un mondo che rischiava l’estinzione a causa la follia del nazismo. Molti tra coloro che furono salvati infatti erano studenti delle jeshiva dell’est europeo, le più prestigiose scuole che ancora custodivano il sapere rabbinico, quello degli hassidim e la lingua yiddish. Zwanrtendijk intuì che queste persone rappresentavano un patrimonio culturale che non poteva essere perso: comprese e agì senza porsi troppe domande.

Recensione a cura di Chiara Rantini

I RACCONTI DI KAZAKÒV

Jurij Kazakòv, Alla stazione e altri racconti, Einaudi, Torino, 1964

Recensione a cura di Chiara Rantini

Questi racconti sono stati scritti nella seconda metà degli anni ’50 del Novecento e sono di un autore che non è molto noto in Occidente. Risalgono quindi a un periodo in cui la letteratura in Russia era sotto il controllo del potere politico. Kazakòv, tuttavia, pur rispettando i canoni imposti relativamente alla scrittura di storie che dovevano avere il popolo come protagonista assoluto, ci presenta dei personaggi che sembrano tratti dalla tradizione letteraria russa del secolo precedente; i riferimenti sono a Cechov, Dostoevskij e Gogol.

L’ambientazione è tipicamente rurale ma non è una campagna idillica e bucolica quella che descrive Kazakòv, piuttosto è il risultato della dura lotta dell’uomo contro le avversità del clima. Difatti la maggior parte dei racconti sono ambientati nel nord della Russia, nelle zone più prossime al circolo polare artico tra il mar Bianco e il mar Baltico. Protagonista è anche il mare perché all’interno della raccolta ci sono racconti in cui sono protagonisti anche pescatori, marinai, guardiani di faro, traghettatori di uomini e merci.

Le vicende sono accompagnate da bellissime descrizioni: la campagna viene colta nella sua prorompente capacità di mutare e questo processo influenza non poco il comportamento dei personaggi . Il dialogo tra uomo e natura è costante; la città invece – identificata spesso in Mosca, la grande capitale – è vista come un luogo desiderato, una meta agognata dai più giovani ( e questo è solo uno dei tanti tratti caratteristici che sottolineano la differenza generazionale) e tuttavia, per la maggior parte di loro, resta una meta immaginata e irraggiungibile nella realtà, mettendo così in evidenza l’eterno dissidio tra civiltà rurale e urbana.

Il linguaggio in cui sono stati scritti questi racconti è assai ricco, descrittivo e dotato di un bel ritmo che non annoia il lettore.

Parlavamo di gap generazionale: gli anziani protagonisti dei racconti sono ancora molto legati alla tradizioni religiose e a un concetto di sacralità della terra e della vita, mentre i più giovani rappresentano una rottura con il passato essendo già proiettati in un mondo futuro regolato dal lavoro e dalla materia. Tuttavia si avverte un velato senso di nostalgia per un mondo ormai quasi perduto.

Nel racconto intitolato “La casa sull’argine” , una ragazza vive insieme alla madre in una vecchia casa vicino all’argine di un fiume. Tutto in questa abitazione ricorda un mondo vecchio, stantio, stanco, a partire dal credo religioso della madre ( I Vecchi Credenti) a cui la figlia vorrebbe sottrarsi. Un giovane bibliotecario proveniente dalla città, al suo primo incarico, prende una camera in affitto presso di loro. Inizialmente egli sembra rappresentare la possibilità di riscatto per la giovane oppressa ma il suo ruolo di “liberatore” dura poco meno di una sera. Sarà lui infatti ad andarsene alle prime luci dell’alba (e non la ragazza come avrebbe voluto, sognando di essere portata via da un moderno cavaliere) lasciando nel lettore la consapevolezza che il mondo del passato è alquanto difficile da archiviare. Non diversamente, nel racconto “Il pellegrino”, il protagonista che pare uscito dalla tradizione popolare ottocentesca, mostra come il mondo del passato male si accordi col presente materialista e ateo. Per quanto il pellegrino non sia santo e innocente come molti dei suoi predecessori, e per quanto appartenga alla schiera di coloro che dubitano e vacillano, l’epilogo nuovamente ci mette davanti una realtà ben definita: i due mondi, l’antico e il moderno, continueranno a coesistere, guardandosi in tralice ma senza giungere mai ad un annientamento reciproco.

Già dalle vicende presenti in questi due racconti sopra citati, si nota una certa differenza tra personaggi maschili e femminili. Le donne sono sempre molto presenti e spesso sono viste come un elemento salvifico, apportatore dell’equilibrio che manca alla parte maschile. Viene in mente il racconto “La mite” di Dostoevskij e molti altri racconti della tradizione letteraria russa dove la donna viene vista come un essere superiore all’uomo per sensibilità, capacità di comprensione, profondità e tuttavia costretta a subire i soprusi, le mancanze, la brutalità.

Nei racconti “Man’ka” e “La ragazza brutta” , le due protagoniste credono di poter uscire dalla loro condizione di solitudine e di esclusione grazie all’interessamento di due uomini ma in realtà vanno incontro a una grande delusione. Gli uomini spesso sono visti nel loro essere primitivi, brutali, istintivi e fanno eccezione solo in pochi: l’io narrante e il medico nell’ultimo racconto “Arturo, cane da caccia”, il bibliotecario, in parte, ne “La casa sull’argine” , non a caso personaggi che hanno un particolare rapporto con la cultura.

Altre figure di rilievo nei racconti di Kazakòv sono le persone anziane, in particolare le donne. In “Una del Pomor’e” l’anziana del paese che, nella sua vita, ha visto tutte le nefandezza del secolo XX perdendo i cari durante la guerra, è un personaggio estremamente positivo, dotato di una forza fisica e interiore veramente sbalorditiva per i suoi ottanta anni. Non c’è rassegnazione in questa figura che è l’immagine della buona “nonnina” russa. Sembra che Kazakòv riponga tutto l’eroismo della nazione proprio in questa signora ricurva, simbolo di una lotta indefessa.

Tra i racconti, proprio nell’ultimo, “Arturo, cane da caccia”, c’è anche spazio per una storia in cui è protagonista un cane. Arturo è un cane cieco, abbandonato perché inutile alla caccia o alla guardia, destinato a vagare per le vie di un paese, randagio alla ricerca di cibo. Tuttavia viene accolto da un medico in pensione, vicino di casa di colui che narra la vicenda. La vita sembra prendere una diversa piega per il cane che finalmente ha un luogo dove vivere e essere curato. Ma l’istinto alla libertà prevale e Arturo comincia a perlustrare la foresta nei dintorni, prima timidamente e con brevi escursioni, poi sempre più assiduamente in lunghe passeggiate che divengono assenze per più giorni. Il narratore, incuriosito da questo nuovo evento, segue il cane e scopre che è diventato abilissimo nella caccia, nonostante la sua menomazione. Si sparge la voce e tutti vorrebbero possedere il cane prodigioso. Ma il maestro non lo vuole cedere a nessuno finché del cane si perdono le tracce. Verrà ritrovato solo dopo molti anni, cadavere, ferito e tradito da un ramo sporgente e acuminato nella foresta. Questo racconto, di una delicatezza e poesia magistrali, può essere interpretato come una metafora dell’esistenza. Intanto definiamo i personaggi principali: il medico, anziano, rappresenta il mondo del passato più sensibile alle sventure, meno legato ad una visione utilitaristica della realtà. L’altro personaggio è il cane: Arturo non può essere un animale da salotto, il suo desiderio di libertà è più grande di qualsiasi accomodamento borghese o proletario come lo si voglia definire. La libertà che Arturo cerca è al di fuori di tutti gli schemi e gli stereotipi poiché costituisce un paradosso inammissibile per il senso comune (un cane da caccia cieco) e allo stesso tempo rappresenta la testimonianza che il desiderio di libertà è più forte di qualsiasi ostacolo.

LUOGO DI CONFINE

UN VIAGGIO LETTERARIO A TRIESTE E NELLE TERRE LIMITROFE

di Chiara Rantini

Di viaggi se ne possono fare di svariati tipi. Ci sono viaggi che coinvolgono solo l’aspetto motorio (rari e inutili), viaggi che sono totali in quanto condotti con la mente, con i piedi e col cuore e altri che chiamano in causa solo (si fa per dire) l’intelletto e la sensibilità interiore. Spesso, questi ultimi, sono l’effetto di una suggestione dettata da un racconto orale o da una lettura.

Una serie di circostanze recentemente mi ha condotta a percorrere, non solo mentalmente, alcune zone di confine da me molto amate. È nato così un viaggio letterario che ha per meta Trieste, l’Istria e oltre, fino a Lubiana e Zagabria. Suggestione letterarie e memorie personali di viaggio si mescolano in un percorso a tratti onirico. Viaggeremo in compagnia di autori noti e meno noti che avrò cura di segnalare in una nota bibliografica a parte.

Dopo queste prime brevi avvertenze, non resta che partire con la giusta predisposizione alla scoperta.

TRIESTE

Trieste, il luogo della nostalgia asburgica, il luogo del fernweh che assale il sensibile viandante sin dal suo arrivo. Trieste, o la ami alla follia o ti resta indifferente!

Guazzabuglio storico e linguistico (ora molto meno) è la città della mancanza di affermazioni esclusive: non è solo italiana, non è solo slovena…

Si potrebbe dire priva di identità ma si sbaglierebbe di molto: l’identità è in questo suo stare in equilibrio tra venti contrari (non a caso è la città della bora) sfuggendo alle frontiere, ai confini netti, all’appartenenza che non sia quella dettata dalla sua stessa libertà.

A Trieste soffia la bora: spesso in inverno ma talvolta anche in estate.

Alla bora piacciono le porte, le gole strette, i cunicoli naturali in cui si insinua con violenza, da padrona. Quando sono stata in Istria, ho visto l’ultima porta della bora prima del suo dilagare in mare e su Trieste: si tratta di un’insenatura, un piccolo golfo a gomito tra Fiume e Abbazia. La bora quando è carica della rabbia siberiana passa di là, scendendo dai monti del Gorski Kotar; rotola a valle come un fiume in piena gonfiandosi a dismisura. Nelle giornate quiete, questo piccolo golfo è il luogo prediletto di chi ama il windsurf perché il vento (emanazione tranquilla della bora) non manca mai: un signore da Lubiana sale in auto alle tre del mattino perché alle sei ha appuntamento col vento …così raccontano i miti moderni e io voglio crederci.

Trieste si distende verso il mare ma non dimentica la terra alle sue spalle. Il Carso con i suoi sassi, le rocce bianche, i ripidi fianchi brulli è sempre stato luogo di attrazione e di elezione degli scrittori; forse perché non chiede una militanza linguistica: la natura è sempre la stessa, ostile e benevola, terra che dona il senso di appartenenza ai popoli della montagna, sloveni o italiani non fa differenza. Slataper, Kosovel e Saba cantarono gli stessi luoghi in metri e melodie diversi ritrovandosi poi insieme, in forma di statue e di epigrafi, sul Sentiero dei Poeti che sale nel Carso da Monrupino.

E in Monrupino è possibile identificare il piccolo paese di M. dove si svolge la kafkiana vicenda narrata nel romanzo di Stelio Mattioni Dolodi. La storia ha come protagonista una casa sul confine italo-sloveno; una coppia di triestini l’acquista, suggestionata dall’enigmatico Dolodi che ne vanta meraviglie. Appena però prendono possesso dell’abitazione, la loro vita comincia misteriosamente a cambiare mentre inspiegabilmente, nottetempo, il confine si sposta sempre più vicino alla casa. Al termine del romanzo, i due cittadini, estranei a tutto l’ambiente che li circonda (il mondo rurale e sloveno), pur avendo raggiunto una nuova consapevolezza di sé, rinunciano a carpire il segreto di queste terre arse e sassose del Carso, ritornando nella avita e quieta Trieste.

Dalle modeste cime, lo sguardo torna verso il mare, verso la distesa infinita del non-luogo per elezione, l’essenza spogliata di ogni superfluo della vita, la meta, che meta non è, bramata da Carlo Michelstaedter nel suo poema Itti e Senia. Non posso non immaginare il giovane goriziano seduto su uno scoglio a Pirano con lo sguardo fisso verso la Punta del Salvore intesa non come punto di arrivo ma come partenza verso un viaggio di non ritorno nel grande e vasto mare.

Sono molti anni che manco da Pirano; quando la visitai ero molto giovane però l’atmosfera non era dissimile a quella triestina: mare e terra uniti in uno stretto connubio di bellezza…di quella bellezza che genera malinconia.

Si può avere nostalgia di ciò che non si è visto né vissuto? Se lo si è letto nei libri, certamente! Recentemente mi sono imbattuta in un libro di racconti su Trieste: I fantasmi di Trieste di Jelinčič. Ho seguito la narrazione di quei “fantasmi” al punto tale che mi sono sentita ribaltata in epoche lontane, donna con prole all’inizio del Novecento mentre salutava il consorte all’ingresso del bagno El Pedocin oppure lavoratrice scampata alla miseria della seconda guerra mondiale mentre scendeva in città da Opicina sul mitico tram. I matti dell’OPP invece mi sembrano così familiari che non ho bisogno di immaginarmeli: li vedo passeggiare nel parco di San Giovanni accompagnati dalle loro stravaganze e dalla speranza di un mondo alla rovescia (la vera e unica rivoluzione) in cui i cavalli di Troia non entrano per seminare morte ma escono per portare la vita.

Non ci sono più treni da Trieste per la frontiera orientale. E non da quando la città è tornata a essere definitivamente italiana. I ponti con la terra degli slavi e con gli antenati mitteleuropei non sono stati tagliati negli anni compresi tra i ’50 e i ’70. Paradossalmente era possibile muoversi nell’ex-impero su via ferrata più agevolmente durante il periodo della guerra fredda. Sembra che la modernità e l’alta velocità siano nemiche del passato di Trieste.

Saggio Rumiz, votato ai viaggi anacronistici nelle terre di un impero che non esiste più, sulle tracce delle vestigia di città oltre tutte le frontiere esistenti, zone liquide che hanno mantenuto nomi bizzarri come Galizia, Volinia, Bucovina! Niente più treni per il perduto Oriente: oggi si viaggia in bus almeno sino a Vienna, Zagabria, Lubiana: poi i collegamenti su via ferrata riprendono, riemergendo come fiumi carsici, pur nella consapevolezza di aver perso una parte importante.

C’era una tratta ferroviaria a metà del XIX secolo che collegava Fiume a Budapest. Era il fiore all’occhiello dell’Impero, l’orgoglio della conquista di uno sbocco sul mare anche per gli Ungheresi. Fiume divenne ungherese in virtù di questa ferrovia. Ora non è rimasto quasi più niente e un ramo di collegamento che partiva da Trieste è diventato una bellissima ciclo-pedonale, la nota pista Cottur, la migliore occasione per conoscere la selvaggia val Rosandra!

Abbiamo già lasciato Trieste e siamo pronti ad esplorare le frontiere dell’impero passando dalla porta stretta (di memoria kafkiana) della stazione delle autolinee: un altro mondo che già conosciamo un po’, sebbene forse, anche noi custodi di un nobile passato, non vedremo più certi personaggi come gli spazzacamini o le donne cariche di pacchi che sprigionano l’inconfondibile profumo di alimenti fermentati.

Siamo solo all’inizio. Il viaggio continua.

ISTRIA protagonista. A margine, Lubiana e Zagabria

Il viaggio riprende da Capodistria. Un porto, una città vuota in inverno: mi ricorda Fiume anche se la città del Quarnaro è molto più grande, ricca di storia e di memorie recenti perciò più viva ma non certo il luogo istriano da cartolina come Abbazia o Rovigno. Ma se invece vai oltre verso il confine con la Croazia, incontri Isola e là i ricordi si fanno di pietra bianca, di casette basse color ocra, piazzette dal sapore veneziano e il mare blu sullo sfondo. Isola è solo l’antefatto, l’introduzione allo splendore ineguagliabile di Pirano.

“Una mescolanza di nostalgia (quante volte ritorna questa parola) e di vita” scrive Samonà. E come non essere in accordo? Pirano è un tuffo nel passato, a cominciare dalla statua di Tartini nella piazza principale, dalla chiesa che veglia dall’alto della collina, dalle sue strette vie frequentate solo da pedoni. Pirano è destabilizzante per il suo essere sospesa tra due braccia di mare, per il suo essere attaccata alla terra e protesa verso l’infinito, verso la Punta del Salvore che Michelstaedter aveva elevato a simbolo dell’eternità. Il mare è placido e tranquillo sul lato che guarda il porto, selvaggio e insidioso dalla parte sovrastata dalla alta scogliera in direzione di Isola. Nei paesi della “frontiera spaesata” tutto è duplice. Ogni città, ogni luogo è un chiaroscuro. Non so se in inverno, talvolta la nebbia faccia la sua comparsa a Pirano: se così fosse, cerco di immaginare la piazza che lentamente svanisce di ogni suo contorno come sotto l’effetto di un incantesimo che annulla lo scorrere del tempo: potrei sentire i passi di Tartini sul selciato e non meravigliarmi.

Il tempo riprende a scorrere. Di Portorose ricordo le brossure che pubblicizzano le terme e i casino. Invece, nelle pagine del libro, scopro un paese quieto circondato dall’acqua delle saline, luogo di sole e di paludi dove è facile perdere l’orientamento. Varcare la frontiera è un attimo, soprattutto se sei a piedi. Il mondo nuovo si chiama Croazia anche se l’Istria viene molto prima nel tempo.

L’Istria è un mondo a parte così come scrivono i grandi scrittori Fulvio Tomizza e Giani Stuparich.

L’Istria non è un’isola ma ha tutti i profumi e i colori delle isole. Il mare potrebbe essere quello della Liguria per colore e per profondità, i paesi hanno in sé qualcosa che ricorda Venezia (non Trieste che ha una impronta asburgica come Fiume) soprattutto i campanili, ma i pendii sono diversi. I vitigni sono più lontani dal mare, in luoghi riparati dalla bora, le rocce sono candide, su tutto domina la boscaglia a ciuffi e i sassi: un paesaggio aspro e dolce allo stesso tempo, qualcosa che suscita il deja vu pur senza darti delle coordinate ben precise. Illiria, terra di Etruschi? Potrebbe essere questo il legame, forse un po’ azzardato. Non so, qualcosa nel panorama ricorda l’asprezza delle colline siccitose nella campagna toscana, i monti della Calvana in estate quando le ginestre tingono di giallo i pendii o le boscaglie delle alture pisane dove già si respira l’aria di mare.

Parenzo con la sua basilica eufrasiana è un gioiello che manca alla mia collezione. Ho il desiderio di tornare ma di tornare a piedi. Ora so anche come, seguendo l’antica linea ferroviaria che da Trieste conduceva a Parenzo. Il percorso esiste e attraversa luoghi di mare e di terra, un percorso pieno di sole, di profumi in estate, e di vento, di nuvole in inverno. A passo lento tutto è più buono: una pietanza che non mangi ma che assapori. L’unico problema del viaggiare a piedi è il bagaglio: vorrei portare con me i romanzi, le voci degli autori istriani ma so che sono molti, troppi per stare in uno zaino: perché l’Istria è una terra di storia e di letteratura, una mescolanza di lingue che la rende incredibilmente ricca.

E infine le grandi città capitali di due nazioni che fino a trent’anni fa non esistevano.

Lubiana è una signora che veste abiti classici con un tocco di romanticismo. Attraversa le vie e i ponti e si lascia guardare come se fosse uno spirito, ma benevolo. Appare e scompare come una sorta di vodnik, creatura dell’acqua che dalla Ljubljanica risale gli argini prativi e cammina nelle strade raccontando molte storie del passato. Cammina fino al Castello e là si ferma in attesa di un nuovo giorno.

Zagabria è una giovane donna un po’ intellettuale, dinamica, proiettata verso il futuro. Crede nel sogno europeo e lotta per vederlo concretizzarsi. Studia le lingue cercando di non considerarle una barriera. Ama le molteplici identità ma l’eco della guerra è ancora troppo vicino. Se a Trieste ci sono ancora dei fantasmi e sono ben visibili, a Zagabria vanno ancora cercati.

Una di queste due donne l’ho conosciuta ma forse un po’ troppo frettolosamente: troppo giovane per capire l’importanza dei fiumi, troppo giovane per capire la vita. Sono felice di averla vista in autunno e ho un ricordo di lei in banco e nero molto retrò, appunto come una signora di mezza età ancora molto bella.

Non conosco Zagabria ma la sogno come un punto di partenza verso le infinite terre della Pannonia, verso Ptuj e le pianure solcate dalla Drava, steppa ungarica che evoca ricordi mongolici. Ecco l’esotismo dei Balcani, ecco la voce che chiama da Oriente!

Vorrei proseguire il viaggio, anche uno di carta va bene, cartografico ancora meglio.

La frontiera è sempre più oltre.

BIBLIOGRAFIA

Angelo Ara, Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1987

Dušan Jelinčič, I fantasmi di Trieste, BEE, Udine, 2018

Stelio Mattioni, Dolodi, Zandonai, Rovereto, 2011

Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi, Milano, 1992

Paolo Rumiz, Vento di terra. Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo, BEE, Udine, 2020

Giuseppe A. Samonà, La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, Exorma, Roma, 2020

Giani Stuparich, Un anno di scuola. Ricordi istriani, Einaudi, Torino, 1994

Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Mondadori, Milano, 1975

I POETI EMOZIONALI (terza parte)

logo peI Poeti Emozionali nascono da un’idea di Domenico Garofalo, affermato poeta torinese, nella notte del 9 giugno 2020. Intorno a questa intuizione si crea da subito un fermento poetico animato da amici scrittori sparsi in tutta Italia. Ciò che accomuna gli appartenenti a questo movimento, è l’amore per la poesia, la consapevolezza della necessità di questa forma d’arte e conseguentemente la volontà di diffonderla in ogni parte della società. I Poeti emozionali credono alla genuinità della parola e all’emozione che essa genera laddove venga condivisa. Si tratta di una corrente ancora nascente ma già carica di ottime potenzialità.

Questo è il link al loro sito: https://www.poetiemozionali.it/i-poeti.php

Il blog Come la pioggia offre uno spazio di conoscenza dei membri fondatori dei Poeti Emozionali.

Ognuno di loro ha risposto ad un questionario circa la loro appartenenza al movimento.

In questa sezione presentiamo: Barbara Gabriella Renzi, Chiara Rantini, Immacolata Rosso, Francesco Nugnes

 

BARBARA GABRIELLA RENZI (1972, vive a Colonia, Germania)

Benvenuta Barbara! barbara_gabriella.renzi2

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Ho sempre scritto poesia sin da quando ero una bambina. Ho sempre scritto anche storie brevi. Sono le parole che mi cercano a volte. Credo che succeda a tutti i poeti, rimangano come appiccicate alla nostra mente e fino a quando le scriviamo non ci lasciano stare. Sono le parole che si scrivono io non faccio nulla. Poi da dove vengano queste parole, questa è una storia diversa da raccontare sicuramente. Sono rielaborazioni di esperienze

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Con una parola: “amicizia”. Forse non è questa la risposta che ci si aspetterebbe ma mi sembra di trovarmi fra amici che condividono lo stesso amore per l’arte. Spero che questa risposta sia sufficiente.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Quando Domenico mi ha chiamato per parlare del progetto mi ha trovato completamente d’accordo. Avevo già pubblicato “Scaglie di Sapone”, un romanzo breve in prosa poetica in cui ogni capitolo ha un titolo di un’emozione. Avevano anche pubblicato “Donna”, con Edda Edizioni, in cui nell’introduzione si specifica il ruolo delle emozioni nella costituzione di noi stessi. Anche nei libri precedenti il ruolo delle emozioni era predominante anche se non lo esplicitavo come in questi ultimi libri.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Sceglierei la pioggia abbondante di un giorno estivo, quando si va in giro ancora con i sandali e ci si bagna tutti e il quando asciuga i nostri vestiti.

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CHIARA RANTINI (1974, vive a Firenze)

Benvenuta Chiara! DSCN0218fgk

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Ho cominciato a scrivere poesie molto presto: piccole composizioni adolescenziali ispirata dalla figura del nonno poeta autodidatta di cui ho sempre apprezzato il buon uso della parola e la vasta cultura. Per molti anni ho coltivato questa passione in segreto, poi dopo i quarant’anni ho deciso che era arrivato il momento di pubblicare. Così è nata la mia silloge (preceduta da alcune poesie edite in antologie) “Un paradiso per Icaro” pubblicata da Ensemble ed. nel 2018.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Ho conosciuto l’artefice Domenico Garofalo poiché anche lui è un autore che ha pubblicato con la mia stessa casa editrice. L’idea mi è piaciuta subito perché credo che “emozionare e emozionarsi” siano aspetti sempre più necessari in questo mondo molto digitale, distante e difficile ai rapporti umani.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Credo che l’elemento più forte che mi ha condotto ad aderire a questo movimento poetico sia proprio il fatto di porre l’attenzione sull’ “emozionale” inteso come sentire condiviso e condivisibile con quante più persone possibile. Lo stile resta quello proprio di ciascun autore perché non è l’omogeneità che interessa, quanto la pluralità di voci.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Sceglierei quella di un paesaggio nella natura, ad esempio un’opera del grande pittore tedesco dell’Ottocento Caspar David Friedrich: “Il mattino”.

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IMMACOLATA ROSSO (1976, vive a Caserta)

Benvenuta Immacolata!

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1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

La mia poesia nasce sui banchi di scuola, fin da molto giovane. Nelle mie acerbe poesie, riversavo il disagio adolescenziale, ma c’era già il desiderio che i miei scritti diventassero qualcosa di più: un mezzo per far arrivare alle persone delle emozioni forti. Col tempo il mio stile è profondamente cambiato, e oggi sono felice di sapere, attraverso i riscontri sempre positivi ed entusiastici dei miei lettori, che il mio desiderio di trasmettere emozioni attraverso le parole è diventato una bella realtà.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

L’invito ad entrare a far parte di questa corrente è arrivato per me in un momento molto particolare, in cui le emozioni occupavano prepotentemente la mia vita, e io ho preso subito questo invito come un segno: ho compreso che la mia vocazione è sempre stata e sempre sarà quella di diffondere tutta la bellezza che posso attraverso le parole, i versi, ogni singola espressione che mi esca dal cuore e che possa essere messa su carta.

Questa è la mia personale concezione di appartenenza al movimento dei “Poeti Emozionali”.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Nella corrente non c’è uno stile unico e ben definito: la sua bellezza invece è proprio quella di trovare ricchezza nella diversità delle espressioni dei vari autori, nelle loro peculiari differenze, uniti però nella comune voglia di donare poesia a chiunque voglia riceverla. E’ questo modo di intendere la poesia, come diffusione di emozioni profonde, che ho subito sentito vicino alla mia personale sensibilità.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Il fondatore e principale artefice della corrente, il poeta e romanziere Domenico Garofalo, all’atto della nascita della corrente, ha descritto la stessa come un’onda di emozioni che si sarebbe propagata da noi autori che doniamo i nostri versi a tutti coloro che questi stessi versi riusciranno a raggiungere. Ecco, io descriverei la Poesia Emozionale come un’onda dai colori luminosi, intensi, profondi, che partendo dalle nostre poesie si diffonda attraverso tutte le terre raggiungibili, infiammando i cuori con la luce morbida delle umane sensazioni ed emozioni.

Qualcosa del genere, ad esempio:

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FRANCESCO NUGNES (1982, vive a Torino)

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1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Nel 2015 tutto ha avuto inizio proprio da un’emozione e da una frase che ha dato il titolo alla mia prima raccolta di poesia e ad una canzone, “Papà, di cosa è fatta la luna”?

Ho scritto poesie e testi di canzoni con l’aiuto di musicisti.

Presento il mio libro con eventi di poesia e musica in diversi ambienti, con diversi strumenti e diversi interpreti per promuovere la poesia in modo alternativo e cercando di emozionare me stesso e il pubblico.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Fresca e genuina come gli inizi dei nuovi percorsi.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Promuovere la poesia in modo che possa essere compresa e condivisa da più persone .

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Una scarpa slacciata in cammino alla ricerca dell’emozione del viaggio.

I POETI EMOZIONALI (seconda parte)

logo peI Poeti Emozionali nascono da un’idea di Domenico Garofalo, affermato poeta torinese, nella notte del 9 giugno 2020. Intorno a questa intuizione si crea da subito un fermento poetico animato da amici scrittori sparsi in tutta Italia. Ciò che accomuna gli appartenenti a questo movimento, è l’amore per la poesia, la consapevolezza della necessità di questa forma d’arte e conseguentemente la volontà di diffonderla in ogni parte della società. I Poeti emozionali credono alla genuinità della parola e all’emozione che essa genera laddove venga condivisa. Si tratta di una corrente ancora nascente ma già carica di ottime potenzialità.

Questo è il link al loro sito: https://www.poetiemozionali.it/i-poeti.php

Il blog Come la pioggia offre uno spazio di conoscenza dei membri fondatori dei Poeti Emozionali.

Ognuno di loro ha risposto ad un questionario circa la loro appartenenza al movimento.

In questa seconda parte presentiamo questi autori: Ketty La Rosa, Michela Zanarella, Vincenzo Mirra e Johanna Finocchiaro.

 

KETTY LA ROSA ( 1973, vive a Verona)

Benvenuta Ketty!93109959_523213041967347_40231100395552768_n

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Ho sempre sentito la poesia nel mio cuore sin dall’età dell’adolescenza,  per molti anni però è rimasta  poco alimentata e latente a causa di un periodo cupo della mia vita, solo da qualche anno  a questa parte, ho ripreso a coltivare questo mio sentire e ho raccolto le mie poesie prodotte in una silloge che poi è stata pubblicata.

Il primo libro è : “ La Grande Onda.”, un connubio di arte figurativa e letteraria. Da due anni sono pittrice autodidatta. Il titolo del libro è  anche il  titolo del  dipinto da  me prodotto.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Sento in modo forte la mia partecipazione al movimento e di poter dare un contributo variopinto perché  il mio approccio all’arte non è solo letterario  ma anche figurativo. Dipingo le mie emozioni e scrivo con i colori.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

 Un sentire condiviso, le emozioni che provo nella lettura  e /o declamazioni delle poesie degli amici poeti emozionali

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Il mare, una grande onda, perché la poesia è tale, una grande onda di emozioni che ti invade l’anima.

LA GRANDE ONDA

 

MICHELA ZANARELLA (1980, vive a Roma)

Benvenuta Michela!MichelaZanarella3
 

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Ho iniziato a scrivere versi dopo essere sopravvissuta ad un tragico incidente stradale. Non avevo mai scritto prima. La poesia è arrivata nella mia vita come un dono e da allora non ho più smesso di amarla. Dai primi concorsi letterari ai primi riconoscimenti, sono seguiti incontri, eventi, tante occasioni di confronto con poeti di ogni luogo. Negli anni ho pubblicato tante raccolte, ‘La filosofia del sole’ edita da Ensemble è la quattordicesima. Ho avuto il piacere di essere tradotta in diverse lingue e di essere pubblicata in edizione inglese negli Stati Uniti con Bordighera Press. Sono sempre stata aperta alla condivisione, mi piace fare rete, creare sinergie e ho deciso di aderire alla corrente dei Poeti Emozionali, perché penso che la poesia sia uno strumento unico e prezioso che deve portare bellezza e armonia nel cosmo.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Una scelta consapevole e desiderata per avviare nuovi contatti, amicizie, collaborazioni. Credo sia necessario crederci fino in fondo nei progetti e sono certa che questa esperienza mi regalerà tanto, perché è un viaggio condiviso con altri poeti, altre voci che imparerò a conoscere.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

L’amore per la poesia sicuramente, poi un sentire condiviso, certo. Penso che chi abbia scelto di far parte di questa nuova corrente letteraria lo abbia fatto per il grande valore che attribuisce alla scrittura e alle emozioni che le parole generano.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Una bella domanda. Forse sceglierei il dipinto di Sandro Botticelli “Nascita di Venere”, che rappresenta l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, ecco considero l’emozione una genesi limpida, autentica, pari alla schiuma del mare.

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VINCENZO MIRRA (1973, vive a Pisa)

Benvenuto Vincenzo! FB_IMG_1538207590854

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

«La poesia è un rifugio di attese pronte ad accogliere la luce». Questo è l’incipit con cui ho voluto aprire Sursum corda. Ad Ovest dei versi, 2018, Augh! Edizioni, la mia seconda silloge edita, preceduta dalla pubblicazione di ISOLE, 2016, Augh! Edizioni, e seguita da Moleskine Poesie a matita, Ensemble edizioni, 2019.

Nella mia esperienza compositiva, l’atto della scrittura poetica scaturisce sempre da un’immagine, reale o sognante, e a volte persino visionaria. Ecco, “non c’è una regola precisa”, ma solo un multiforme e variopinto spazio compositivo in cui si libera il mio linguaggio poetico. D’altra parte, come espresso magnificamente da Keats: “Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente.”

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Per quanto riguarda la stesura di una poesia, non seguo un vero e proprio processo costruttivo ma mi abbandono alle immagini e lascio che le sensazioni provate le disegnino, sempre più nettamente, in un fluire creativo e lirico naturale. Tutto è sempre legato ad un preciso istante e alle emozioni provate intorno a un momento di stupore. Estremizzando, potrei dire che la poesia nasce da sola e che io divento semplicemente uno strumento per esprimerla attraverso la totale sensibilità ad accogliere quello che viene. Perché prima ancora delle parole, dei versi o della struttura che nella poesia verranno, in me abita una sensibilità emotiva dentro la quale si determina una specie di visione, di intuizione, di percezione espressiva.

Tutto nasce con l’artificio grafico del poeta, il testo scritto appunto, per essere poi destinato ad un logos che rinasce continuamente per dare voce ai sentimenti e alla pura contemplazione della bellezza. Così accade che la poesia si depositi fermandosi in chi legge, in chi accoglie, in chi ne vive, con la propria partecipazione emotiva, l’intensità e il verso (direzione vettoriale, appunto). C’è dunque un’origine del verso, un nucleo creativo primordiale, e poi una geografia della poesia (luoghi reali e spazi interiori in cui i versi prendono forma) e una geometria del verso, persino una fisica del testo scritto ed una chimica delle parole. Io credo che la poesia sia messaggera di se stessa. C’è certamente un momento compositivo che il poeta segue rispettando l’origine e la natura della sua ispirazione, travagliata o serena che sia la sua disposizione dell’animo, ma poi attraverso le emozioni nel passaggio dal testo scritto al testo letto, dal poeta al lettore, la poesia segue la natura dinamica e vettoriale del “verso” e si incammina da sola seguendo la sua vocazione d’eterno e d’infinito.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Mi lascio ispirare dalla voce del verbo “sentire”, mi faccio guidare dalle emozioni. E a volte mi capita persino di pensare che quello che ho appena scritto in realtà c’era già e che io non ho fatto altro che andargli incontro, come se tutto, in una scintilla di rivelazione, venisse improvvisamente svelato da una specie di istinto.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

La mia immagine è quella di una bussola di quattro versi cardinali con i quali oriento il mio stare al mondo: da un lato, tra passato e futuro, il parallelo dell’orizzonte temporale delle nostre vite, dall’altro la verticalità esistenziale dell’uomo, ago meridiano tra la sua radice fisica e la naturale propensione metafisica alla quale tendiamo gli occhi.

 

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JOHANNA FINOCCHIARO (1990, vive a Torino)

Benvenuta Johanna! PhotoGrid_1499201036942

1)Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

La poesia è quello che mi viene meglio. La mia naturale espressione. È la libertà di far fluire tutto, bene e male, luce e ombra, senza dover inscatolare o spiegare. Scrivo da sempre; tuttavia, una parte di me ha sempre temuto che la propria produzione non fosse “abbastanza”, sia in termini emozionali sia strutturali. Ho accantonato i miei progetti per anni.  Due anni fa qualcosa cambia. Inaspettatamente. Il Servizio Civile, amplificato dall’opportunità di essersi potuto svolgere in una meravigliosa biblioteca, quella di Vinovo, ha schiuso con forza una porta che avevo accostato ma non del tutto. Direi che l’ha proprio spalancata!

Aver respirato cultura, sperimentato come faccia da collante nella comunità e tra singoli, spesso sconosciuti, come possa ricoprire il ruolo di “tutore”, ha riaperto in me il desiderio di condividere, conversare, rischiare, provare.

Ed eccomi qui, dopo aver pubblicato una silloge corale, un e-book, qualche riconoscimento nazionale ed un libro in uscita per settembre, “Clic”.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Spontanea. Semplice. Complice.

Tutto è avvenuto naturalmente, come fosse la normale conseguenza del mio percorso. So di aver trovato un gruppo di artisti, poeti ed esseri umani vicini al mio spirito.  Non si può ignorare “il richiamo della poesia”

Un grazie speciale a Domenico Garofalo per averlo capito prima di tutti noi.


3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Così come la mente è priva di confini, la lettura non va “guidata”. Il lettore solo può guardare e sentire (più che capire) quello che gli arriva, forse qualcosa di completamente diverso dall’intenzione di partenza dell’autore. È uno spazio franco in cui s’incontrano tutti i colori del mondo. È una terra in cui non è richiesto di restare né di andare. Una specie di porto che lancia a nuovi orizzonti. La poesia è il viaggio più autentico. Credo sia questo concetto, nel quale credo fermamente, ad avermi attirato, proprio perché ritrovato tra i poeti emozionali.


4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

La descriverei con la copertina del mio nuovo libro: elettricità, risveglio, idee, luce.

Ancora grazie ad un’amica e disegnatrice speciale, Federica Obinu, per averle dato forma.

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I POETI EMOZIONALI. Una nuova corrente nel panorama letterario nazionale.

logo peI Poeti Emozionali nascono da un’idea di Domenico Garofalo, affermato poeta torinese, nella notte del 9 giugno 2020. Intorno a questa intuizione si crea da subito un fermento poetico animato da amici scrittori sparsi in tutta Italia. Ciò che accomuna gli appartenenti a questo movimento, è l’amore per la poesia, la consapevolezza della necessità di questa forma d’arte e conseguentemente la volontà di diffonderla in ogni parte della società. I Poeti emozionali credono alla genuinità della parola e all’emozione che essa genera laddove venga condivisa. Si tratta di una corrente ancora nascente ma già carica di ottime potenzialità.

Questo è il link al loro sito: https://www.poetiemozionali.it/i-poeti.php

Il blog Come la pioggia offre uno spazio di conoscenza dei membri fondatori dei Poeti Emozionali.

Ognuno di loro ha risposto ad un questionario circa la loro appartenenza alla corrente.

Oggi presentiamo i primi tre: Domenico Garofalo, Antonio Corona e Brigida Liparoti.

 

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DOMENICO GAROFALO (1959, vive a Torino)

Benvenuto Domenico!

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Il mio essere poeta, ha attraversato diverse fasi. Le principali che mi hanno formato e portato a pubblicare libri, sono state in sintesi:

Poeta da contatto

Poeta emozionale

La prima, l’osservare tutto quello che mi circondava e poi trasformarlo in versi, mi ha portato a conoscere l’animo umano mio e le reazioni delle persone davanti a situazioni di ogni tipo.

La seconda è nata negli ultimi due anni, dove proprio questo mio osservare ha visto carenze di emozioni, di vibrazioni.

Da allora ho deciso che il contatto doveva essere non solo più visivo ma doveva entrare nell’anima delle persone.

Emozionarsi nel declamare o nell’ascoltare una poesia, è energia vitale per ognuno di noi.

Non possiamo farne a meno.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Esserne parte oltre che artefice iniziale, subito supportato da poetesse e poeti, mi ha dato una gioia grande e un diverso modo di vedere la realtà. Possiamo emozionarci ogni giorno.

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

La poesia emozionale è il viso che diventa rosso, vello cutaneo che si alza. Osservare occhi che sorridono.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Questa.

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Benvenuto Antonio!

1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

Credo di poter affermare di non aver avuto un passato…o meglio un passato poetico pubblico. Ho iniziato a scrivere i primi versi ancora diciottenne ma custodendoli segretamente nel cassetto. Mi vergognavo di quei sentimenti così intimi, delle emozioni che li avevano generati e liberati. Poi, dopo ben trent’anni, qualcosa è cambiato. “Era ora” si potrebbe esclamare! E così mi son trovato a rileggere le prime poesiole, ad emozionarmi nel farlo e a scriverne altre con la maturità ed una nuova consapevolezza. Ma soprattutto quella timidezza poetica celata, ha chiesto quasi vendetta ed eccomi qui….a svelare i miei segreti in un libro, non a caso intitolato “I segreti del cuocore”! Qui hanno trovato sfogo quelli della cucina, intesa come tradizione familiare tramandata tra persone affettivamente legate, e quelli del cuore intesi come versi poetici, soprattutto a sfondo sentimentale, raccontati per la prima volta a tutti.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Improvvisa e inevitabile. Ho abbracciato da subito quest’idea originale e forse pretenziosa ma assolutamente centrata rispetto ai miei ideali poetici. Credo che la poesia sia emozione pura, quella colpisce dritta al cuore senza freni: è un impatto, a volte mortale. E quando avviene puoi solo emozionarti!

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Gli stili poetici possono essere assolutamente diversi anzi, è bene che lo siano ma è il sentire che mi ha avvicinato a questo gruppo. La consapevolezza di trasmettere emozioni parlando di vita vera e vissuta e pertanto condivisibile col mondo. L’amore, le sue delusioni, la natura con le sue fragilità, il nostro essere: tutti argomenti che ci accomunano e fanno sì che il lettore si immedesimi e quindi emozioni allo stesso tempo.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Sicuramente quella che ho scelto per la copertina del mio libro: un’opera d’arte contemporanea del pittore Angelo Franco, dal titolo “lègami, legàmi”. Quel cuore rubato dal petto di un uomo alato che vuole riprenderselo e lottare per le proprie emozioni, volare finalmente libero!

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BRIGIDA LIPAROTI (1969, vive a Tortona)

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1) Prima di avvicinarti alla poesia emozionale, quale è stato il tuo passato di poeta/poetessa?

All’inizio fu Bice, una bimbetta riccioluta che canticchiava sempre ed era intonatissima già da piccola… che poco prima dell’età scolare scoprì di essere Brigida e di amare la parola scritta e le immagini della propria terra infuocata a volte anche a dicembre.

La ricorda ora quella Brigida che scrive su un blog, inserisce foto, collabora con una pittrice scandendo quelle pennellate di colori con i colpi di penna e calamaio e colori di parole. La stessa Brigida disposta a fare chilometri per fissare con la fotocamera la bellezza del tempo e dello spazio o a percorrere l’Italia per seguire la compagnia teatrale romana che ha apprezzato un paio dei suoi personaggi tanto da portarli in scena.

Eccomi, sono io, anche se nel web le mie cose circolano con lo pseudonimo brigi-inthebigcake, che fino ad ora ha evitato di pubblicare sotto un’etichetta senza un perché preciso.

2) Come definiresti la tua appartenenza al movimento della “Poesia emozionale”?

Beh, sinceramente non saprei in che modo collocarmi all’interno di questa nuova corrente poetica; mi fa piacere il mettere a disposizione le mie doti interpretative (non so, mi dicono che leggo bene), oltre al solleticarmi l’idea di scribacchiare recensioni (anche questo, mi dicono, essere un mio punto di forza) …e chissà, magari un giorno la pubblicazione potrebbe trovarmi disposta positivamente. Chissà!

3) Quale elemento ti avvicina maggiormente alla poesia emozionale: lo stile, un sentire condiviso o altro?

Sinceramente sono affascinata dall’ermetismo, quel tono che amplifica per sottrazione, che ha la caratteristica di presentarsi come testo libero, che può fare da specchio alle emozioni di ognuno. Scrivo la qualsiasi raccontandola come fermo-immagine.

Ho partecipato ad una serata a tema “Violenza sulle donne” al “Comune di Airasca” (TO), l’otto marzo del 2016, declamando mie poesie ed, a seguire, un’intervista fatta di cuore e di pensieri; si è creata una corrente emozionale che mi ha fatto stare bene per molti giorni e che ricordo ancora con tanto piacere, malgrado il tema difficile.

4) Se ti fosse chiesto di descrivere la poesia emozionale con un’immagine, quale sceglieresti?

Uh, di immagini ne ho descritte diverse, sia da foto che da dipinti o da ricordi. Ci vuole poco, a volte: un’amica che cambia tono di voce mentre ti parla, quando riesci a comprendere ciò che le si muove dentro mentre magari divaga…

Una cara amica, Alessandra Lugli -pittrice- ha vinto il Festival Dei Due Mondi di Spoleto (24 giutno – 10 luglio 2016) con un dipinto a cui io avevo dato titolo ed avevo scritto una poesia dedicata. Quando mi avvertì del traguardo raggiunto la chiamai subito e lei mi raccontò che dal gennaio al dicembre del 2017 il dipinto avrebbe fatto il giro delle pinacoteche dell’Europa e che, nel retro del certificato di autenticità, aveva inserito la motivazione del titolo del quadro e la mia poesia (che aveva lo stesso titolo).

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ESTASI POST-NUCLEARE. UNA PASSEGGIATA NELLA ZONA di Markijan Kamyš

contentMarkijan Kamyš, Una passeggiata nella zona, trad. dall’ucraino di Alessandro Achilli, Keller ed., Rovereto (TN), 2019

Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš, giovane autore ucraino nato nel 1988, è una lettura che intriga, sorprende, conquista pur lasciando spazio a delle pause di riflessione tra un capitolo e un altro. La prima riflessione in realtà è una domanda: quale interesse può spingere un uomo a sacrificare gli anni migliori della propria vita per compiere un simile “viaggio di scoperta” proprio nei luoghi del terribile incidente nucleare del 1986?

Ho cercato una foto di Markijan: è magro, biondo con i capelli sottili, lisci e lunghi, il volto affilato. Il passo successivo è stato quello di leggere alcune informazioni biografiche. È nato due anni dopo il disastro di Chernobyl da un padre ingegnere atomico che fu tra coloro che dovettero “liquidare” il mostro. Markijan è rimasto orfano di padre all’età di 15 anni. Sappiamo che ha frequentato l’università a Kiev, laureandosi in Storia.

Nella Passeggiata scrive di sé al presente, del tempo in cui vive (tre giorni o un mese, non ha importanza) all’interno della zona proibita ma i riferimenti alla vita passata o anche a quella presente fuori dai confini dell’area contaminata si riducono ad alcuni vaghi cenni alla normalità urbana della capitale ucraina.

Il titolo del libro rievoca in me un’altra nota “passeggiata” letteraria, quella di Robert Walser. Tuttavia la differenza è enorme: se nella passeggiata dello scrittore svizzero il vagabondaggio era finalizzato all’incontro con altre grandi figure della letteratura, nel testo di Kamyš l’incontro è principalmente con se stesso, con quella parte del proprio essere liberata dalle scorie della vita convenzionale. Uscire dal tempo della vita quotidiana, dagli spazi socialmente controllati è sempre stato il tema del vagabondaggio letterario fin dal Romanticismo tedesco, passando per l’insurrezionalismo ambientalista di Thoreau fino alle forme di comunità autarchiche post sessantottine. Oltrepassare il filo spinato che separa la vita reale ma inautentica da quella sognata ma autentica costituisce una specie di rito della soglia (di cui Kamyš è un officiante) documentato nelle maggior parte delle religioni: l’iniziato depone l’uomo vecchio a favore di una nuova identità che vive una sorta di comunione estatica con la natura della zona. Tuttavia, a differenza del pensiero di un pioniere dell’ambientalismo come Emerson, il concetto di natura in Kamyš è più allargato e comprende anche il paesaggio industriale che ha subito il destino dell’abbandono. I palazzi di Pripijat commuovono per la loro nudità: quelli che erano luoghi di vita umana sono ora territori di conquista di altre specie vegetali e animali. Le foreste, le paludi e con esse i loro abitanti un tempo emarginati come lupi, cinghiali, linci paradossalmente sono le uniche creature sopravvissute al mito del progresso sovietico su cui Kamyš usa parole di scherno.

Nelle passeggiate nella zona riecheggia anche il mito di Ulisse, ovvero di colui che è costretto a viaggiare per ritornare a casa.

La vera felicità è che ci sarà il filo spinato …per andarsene il prima possibile e dimenticare tutto questo orrore. E scappare in qualche posto caldo, scrive Kamyš ed effettivamente il testo ripercorre un bisogno estremo di fuga a cui è necessario, come fattore d’equilibrio, la certezza del ritorno. La dimensione estatica raggiunta dallo scrittore ucraino, moderno sciamano, all’interno della zona proibita non può durare per sempre perché il rischio di perdersi totalmente sarebbe altissimo.

Sarà un nuovo reset. Tornerai a Kiev… Arriverai a casa e ti addormenterai come un bambino. Niente disturberà i tuoi sogni.

Kamyš si definisce un sognatore, forse uno degli ultimi in mondo che deve marciare serrato sotto i colpi frenetici del consumismo. Nella zona non esiste fretta, se non quella data dal fuggire dagli inseguimenti della polizia o dei branchi di lupi.

La trama della passeggiata è di una semplicità imbarazzante: cammini senza fretta e fantastichi su mille cose…Non c’è un motivo per perdersi nella pianura di Pripijat se non quello di farlo come gesto di ribellione e di riaffermazione della propria libertà e pace interiore.

Qui la mia anima si placa, si tranquillizza. Qui dormire, mangiare, condividere una magra cena a base di scatolette di carne e acqua del fiume contaminato è rispondere ad un’esigenza primaria e riscoprire gli stessi sentimenti che un tempo ebbero gli uomini delle caverne.

Che sia questo il nostro futuro, e Kamyš non sia una specie di profeta?

Chiara Rantini

L’ultimo giorno, poesie di Stefano Fortelli

di Chiara Rantini

fortelliStefano Fortelli, L’ultimo giorno (Versi dell’aldilà), Youcanprint, 2019

Un senso di vuoto pervade il lettore sin dai primi versi di questa silloge di Stefano Fortelli. Il poeta sembra prendere per mano il lettore e condurlo in un non-spazio, nel luogo, impossibile da descrivere, dell’assenza.

Si tratta di un “aldilà” che non ha nessun legame con un immaginario religioso o filosofico: forse è un desiderare un “aldilà” diverso dalla vita presente ma che è ancora privo di concretezza, se non altro simbolica. Desiderare e non sperare, perché la speranza sarebbe già una liberazione. Condannati a vivere in questo presente, fatto di “tempi morti e bui di inutile incoscienza”, ecco che la parola poetica pare essere l’unica espressione sincera, vera a cui prestare ascolto per salvarsi dal “limbo degli egoismi”.

La poesia ha in sé il suono di una voce collettiva, di una consapevolezza che mette in comunicazione chi soffre e resta impotente di fronte all’insensatezza di tanta parte delle vicende umane.

Ho paura fratello poeta:

paura che dall’altra parte del mondo

tu stia scrivendo le stesse parole

E tuttavia questa condizione di affratellamento non è una consolazione né un appiglio alla speranza in un futuro di cambiamento. Non resta che “sopravvivere”, muoversi in uno stato di costante asfissia, cercando di limitare i pensieri e resistere al tormento “dell’ossessione del tempo”.

Il poeta, come è tradizione letteraria, si ritira dal mondo rifugiandosi in una bolla costruita “tra il sogno e la rassegnazione” osservando ciò che è esterno a lui “senza esserne coinvolto”.

La delusione, la mancanza di speranza e la rassegnazione sono i segni caratteristici della poetica di Fortelli ma ciò non esclude che, nella lettura, non si avverta una tensione sotterranea, qualcosa di potenzialmente distruttivo che potrebbe implodere da un momento all’altro.

È certo che “realizzare la caducità ed accettarla” è una soluzione temporanea. La forza della vita continuerà a bussare sia che provenga dal passato o dal futuro e allora vedremo da quale luogo proverrà la voce poetica del nostro autore. Aspettiamo la prossima silloge.

 

 

Stefano Fortelli napoletano sui generis, animo mite ma ribelle, con il passare degli anni sviluppa una introversione ed un isolamento che lo portano sempre più spesso a riflettere su temi universali quali il fluire del tempo e della vita, il rimpianto, la disillusione, la coscienza, l’incertezza ed i tanti quesiti irrisolti che ci portiamo dentro.

In tempi recenti (2014) comincia ad utilizzare la penna per fissare su carta le sue meditazioni. Parallelamente partorisce una geniale idea artistica e coinvolgendo l’amico di una vita Corrado, fonda un duo artistico che si firma con lo pseudonimo ION.

https://www.youcanprint.it/poesia-generale/lultimo-giorno-versi-dellaldil-9788831649186.html )

Il Cantico dei Cantici. L’amore tra cronaca e segno 

di Daniele Marletta

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L’importante è esagerare, titolava Iannacci. Ma a forza di esagerare è facile dire banalità.
Non ci aspettavamo nulla di particolarmente profondo da una lettura del Cantico dei Cantici fatta da Roberto Benigni. Non è un poeta, non è un esegeta, non è neppure un esperto di letteratura ebraica. Nessuna sorpresa, dunque, per gli imbarazzanti svarioni presi durante il suo spettacolo. Tralasciamo quindi di commentare la sua improbabile traduzione semipornografica e, già che ci siamo, sorvoliamo sul fatto che secondo lui questo Libro sarebbe entrato nel Canone delle Scritture quasi per caso. Sorvoliamo anche sull’inciso politicamente corretto di propaganda omosessualista per cui il Cantico “comprende ogni tipo di amore, anche tra donna e donna, tra uomo e uomo, l’amore per tutto”. Chiudiamo pure benevolmente un occhio su tutto o quasi. D’altra parte, ognuno ha il suo mestiere: se Aristotele si materializzasse tra noi per raccontare una barzelletta, nessuno riuscirebbe a ridere. Certo, Benigni sul palco dell’Ariston è riuscito invece a riscuotere i suoi consensi; a qualcuno è sembrato effettivamente profondo, e questo è di sicuro un inquietante segno dei tempi. Ma tralasciamo anche questo.

C’è una cosa, però, che non si può tralasciare, ed è proprio il fulcro su cui ruota tutta l’esposizione del Cantico che abbiamo udito dal nostro “piccolo diavolo”. Questo libro sarebbe infatti secondo Benigni un canto (o “una canzone”, come lui lo ha definito) solamente umano, solamente erotico. Solo una storia d’amore, un po’ alla Je t’ame… moi non plus di Serge Gainsbourg, con tanto di sospiri e gridolini. Siamo sicuri che il Cantico sia solo questo? È solo come canto erotico che è giunto fino a noi? Decisamente, Benigni non si avvede di una cosa semplicissima, e cioè del fatto che, preso così com’è, solo come canto erotico, il Cantico dei Cantici non è questa gran cosa. Se voglio leggere qualcosa di erotico – qualcosa che sia solo erotico – meglio leggere Alfred de Musset, o Il Diavolo in corpo di Radiguet, o magari Le con d’Irene di Luis Aragon. E per chi avesse gusti più facili dei nostri ci sono anche le cinquanta sfumature e l’altra spazzatura che l’industria editoriale vomita ogni anno sugli scaffali delle librerie. Insomma, ridotto alla sua quintessenza erotica – e soltanto erotica – il Cantico dei Cantici è solo un libro tra gli altri libri, appartenente tra l’altro a una cultura molto lontana dalla nostra, quindi anche più difficile da comprendere nelle sue metafore, meno immediato nella comprensione.

Ciò che veramente differenzia il Cantico dei Cantici da tutti gli altri libri erotici è proprio il principio per cui esso è entrato a far parte delle Sacre Scritture. L’idea che l’amore tra l’uomo e la donna possa essere metafora o, meglio ancora, icona dell’amore tra Dio e la Chiesa non è (come crede il comico) una sorta di escamotage per giustificare la presenza di questo strano Libro dentro la Bibbia. Questa idea è al contrario una intuizione assai più profonda, assai più rivoluzionaria di qualsiasi lettura meramente “erotica” del testo: la trasfigurazione dell’Eros; l’Eros che si mostra per quello che è realmente, spiritualmente. D’altra parte, il riferimento alla natura sponsale del rapporto tra Dio e il suo popolo è abbastanza frequente sia nella letteratura profetica che in quella sapienziale. Il Profeta Ezechiele, tanto per fare un esempio, si dilunga nel rappresentare il Popolo eletto che una donna di straordinaria e sensualissima bellezza. E quando i profeti parlano dei tradimenti, delle apostasie di quello stesso popolo, lo fanno sempre attingendo all’immaginario erotico, parlando di adulterio o di prostituzione. È sempre Ezechiele a non farsi problema nel descrivere quelle apostasie proprio rappresentando visivamente Israele nell’atto di prostituirsi alle nazioni straniere: «ad ogni crocicchio ti sei fatta un altare, disonorando la tua bellezza, offrendo il tuo corpo a ogni passante, moltiplicando le tue prostituzioni. Hai concesso i tuoi favori ai figli d’Egitto, tuoi vicini dal grande membro, e hai moltiplicato le tue infedeltà per irritarmi.» (Ez 16, 25-26)

Il Cantico dei Cantici, insomma, lungi dall’essere solo e soltanto “una canzone d’amore”, ci mostra che l’Eros non finisce qui sulla terra, che anzi giunge più in alto di noi, al di là di noi e delle nostre vite transitorie. Il Cantico ci insegna che l’amore umano per l’altro è già – di per sé – richiamo all’Altro e all’Altrove. Al di là della cronaca che la letteratura può farne, l’amore è un segno che ci insegna Dio.

INCONTRI FANTASTICI NELLA STORIA. LA NARRATIVA DI ALFREDO BETOCCHI.

di Chiara Rantini

In questa breve intervista conosciamo un autore emergente italiano, nato in Grecia ma residente a Firenze da molti anni, Alfredo Betocchi. Scrittore di romanzi, racconti, poesie e favole per bambini, negli ultimi anni ha dato alle stampe una trilogia sospesa tra il genere fantastico e quello storico: L’orologio della torre antica, La Maga Tara, Selina.

Come è nata in te la passione per la scrittura?

Cara Chiara, prima di tutto ti ringrazio di avermi dato questa opportunità. Poi devo confessare di essere nato in Grecia. Ho respirato sin da subito l’aria dell’Olimpo e il cibo degli Dei. Questo mi ha indirizzato verso l’amore per la Storia e gli studi classici. Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da piccolo. Scrivevo piccole storielle poi, da studente, come molti, ho scritto articoli politici su fogli ciclostilati. Con la maturità e la passione per lo studio della storia delle bandiere, ho cominciato a scrivere articoli in Italia e all’estero su periodici di settore. Infine nel 2007 ho avuto l’ispirazione per scrivere romanzi. Ramesse con logo

Oltre al romanzo, sei autore anche di racconti e di poesie. Che genere preferisci scrivere?

Sicuramente il mio genere preferito è quello storico, ma non disdegno scrivere d’amore e d’avventura. Sono nipote del poeta Carlo Betocchi ma non mi sono mai considerato un poeta. Le poesie sono state una simpatica parentesi che si è chiusa definitivamente. Ho pubblicato nel 2013, alcune poesiole in un volume intitolato: “I poeti contemporanei” edito da “Le Pagine”. Ho pubblicato pure un paio di favole buffe per bambini.

Parliamo della tua trilogia. Da dove nasce il tuo interesse per il mondo magico e la stregoneria?

E’ nata una notte di Luglio del 2007 quando sognai di un ragazzo che forse, ero io. Questi saliva una torre, su, fino in cima, dove incontrava uno spettro terrificante. Questo sogno mi rimase così impresso che decisi di metterlo per iscritto. Per gradi nacquero così la trama e i personaggi. Arretrando sempre più indietro nel tempo, arrivai alla fine del XIII secolo, tempo di Crociate e di lotte civili nell’antica Florentia, vicende che mi hanno sempre affascinato.

In tutti i tuoi romanzi, si alternano piani temporali diversi. Passato, presente e futuro convivono insieme nella stessa opera. È questa la caratteristica della tua scrittura?

Copertina CampanoIl tempo è un soggetto affascinante e mi è venuto spontaneo raccontare due storie ambientate in secoli molto distanti tra loro. All’inizio avevo in mente due trame, molto nebulose poi, pian piano, si sono rivelate nella mia mente trasferendosi sulla punta della penna. Tutti e tre i romanzi della “Trilogia delle Streghe” sono stati concepiti in questo modo.

I personaggi femminili sono sempre protagonisti. Cosa ti affascina del mondo delle donne?

Devo essere sincero, all’inizio del mio primo romanzo avevo l’intenzione di fare protagonista Enrico di Torrebruna, un nobile dell’aretino, poi l’incontro con Elodìa mi ha preso la mano e questa ragazza è diventata la vera star del libro. Nel secondo e nel terzo romanzo, la linea era già tracciata e le donne sono state i miei personaggi preferiti. E’ molto più intrigante raccontare una storia vista dalla parte delle donne e non so se, come uomo, ho centrato lo scopo. Trattandosi poi di streghe, era giocoforza occuparmi di personaggi femminili. La favola d’amore che racconto è originalissima e, al contrario delle favole tradizionali in cui il Principe Azzurro accorre per salvare la Principessa, qui è Lei la protagonista che salva il suo innamorato. E’ un romanzo tutto al femminile, dove le donne prendono in mano il loro crudele destino e lo rovesciano, creando prima un grande male e poi distruggendolo, con il loro coraggio e determinazione. Copertina mia

Cosa ti diverte di più nel mettere insieme generi diversi nello stesso romanzo, come il thriller, lo storico e il sentimentale?

Scrivere storie mi diverte sempre, qualsiasi genere io tratti. La scrittura è creazione e nel “maneggiare” i miei personaggi e il loro destino mi semto come un Demiurgo. Gli uomini non sono Dei perchè non conoscono il loro Fato. Gli scrittori invece sono come gli Dei, perchè conoscono il destino dei loro personaggi.

Nella tua trilogia, quale personaggio ha richiesto da te un maggior sforzo creativo? E perché?

Sicuramente la strega Elodìa, personaggio controverso, nato per amare ma che ha cambiato il suo amore in un odio secolare. Questa figura è nata in un secondo tempo, avendo necessità di un “cattivo” (in questo caso una “cattiva”) che traviasse e plagiasse una nobile fanciulla. A forza di retrocedere nel tempo, mi sono ritrovato nel XIII secolo. Un altro personaggio che mi ha veramente “provato” è stato il Gatto parlante, nato nel secondo romanzo ma che avrà un inaspettato sviluppo nell’ultimo libro.

Copertina SELINAProgetti futuri?

Dopo la pubblicazione del mio ultimo romanzo “RAMESSE XI”, ambientato nell’Egitto del 2012, con implicazioni nel 1077 avanti Cristo, spero di poter pubblicare “Aquileia”, ambientato nel 452 dopo Cristo, al tempo dell’invasione degli Unni di Attila in Italia. E’ un romanzo storico d’amore. Nel cassetto ho altre belle idee, già inizate…..fantascienza, storia, ancora amore. Vedremo.

Per finire, devo consigliare a chi fosse interessato ai miei libri, di rivolgersi direttamente a me sulla mia mail: abetocchi@yahoo.com oppure sulla Pagina Facebook : https://www.facebook.com/AlfredoBetocchiScrittore/

 

NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE

Alfredo Betocchi, nato ad Atene in Grecia, ha vissuto a Milano e infine a Firenze. In gioventù è stato membro dell’Ass. Scautistica Italiana. Ha conseguito il diploma di maestro elementare e ha frequentato la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere all’Università di Pisa. Ha viaggiato l’Europa per approfondire i suoi studi classici. Ha insegnato nelle scuole della sua città. Ha lavorato come economo e infine all’ufficio matrimoni del Comune di Firenze. E’ sposato ed ha un figlio. Appassionato di bandiere e di storia, ha pubblicato articoli su periodici italiani e stranieri del settore in varie lingue. Collabora con “Vexilla Italica” del Centro Italiano Studi Vessillologici. Ha scritto divertenti e curiosi articoli, come biografie di personaggi poco noti, tradizioni popolari italiane e musica su bimensili fiorentini (“INSIEME” edito dal Comune di Firenze e “IL GRILLO, edito dal DLF di Firenze). Ha pubblicato favole per bambini in “Acqualuna della Luna e altre Storie”, Ed. Luna Nera, oltre ad alcune poesie nell’antologia “I Poeti Contemporanei” e scritto racconti per ragazzi sul genere “Ai confini della realtà”. Amante del fantastico, nel 2010 ha pubblicato il primo romanzo della “Trilogia delle Streghe”dal titolo:

– “L’OROLOGIO DELLA TORRE ANTICAper l’Editore “Il Campano” di Pisa.

Nel 2013 è uscito il secondo libro dal titolo:

– “LA MAGA TARA ripubblicato nel 2017 dallo stesso autore.

L’ultimo romanzo della Trilogia,

SELINA, l’ultima strega, è uscito a Natale del 2016 per i tipi di “Virginia Editrice”.

Ha ancora nel cassetto in attesa di pubblicazione altri romanzi di vario genere: amoroso, avventuroso, storico e fantascientifico, oltre a racconti brevi per ragazzi di genere fantastico.

La Trilogia può essere acquistata direttamente dall’Autore contattandolo sul suo profilo Facebook

o alla Pagina “TRILOGIA DELLE STREGHE” o alla mail “abetocchi@yahoo.com