Stefano Fortelli e la dark-poetry

INTERVISTA a cura di Chiara Rantini

Chi è Stefano Fortelli? Quando ha avuto inizio la passione per la scrittura e perché?

Ammesso che Stefano Fortelli esista, oggi è in larga parte la personalità che si evince dai suoi scritti.

Ho cominciato a scrivere circa sette anni fa, ma non mi sento appassionato di scrittura più di quanto mi senta appassionato di altre cose.

Sul perché abbia iniziato ci sono due fasi da considerare, quella iniziale, legata alla passione per la musica e all’idea di scrivere testi di canzoni e una seconda legata al confronto con personalità dell’ambito musicale e letterario con la conseguente consapevolezza di essere in grado di scrivere testi poetici. In seguito, non mi vergogno a dirlo, un graduale autocompiacimento mi ha portato a prendere in considerazione l’idea di pubblicare il primo libro. Da quel momento in poi, la vena creativa è stata accompagnata da un lavoro di ricerca e affinamento di uno stile che possa essere, coinvolgente, originale e al passo coi tempi.

Prima di presentare i tuoi testi, quali sono gli autori o le correnti letterarie da cui trai ispirazione?

Non ho cultura enciclopedica né sono un lettore vorace, ma avendo ben in mente l’idea di voler creare uno stile tutto mio, mi sono limitato ad approfondire alcuni dei cosiddetti poeti maledetti, con particolare riferimento ai padri del simbolismo francese della seconda metà dell’800, per poi passare alla poesia italiana del ‘900 e in particolare alle opere legate allo stile ermetico di Quasimodo, Ungaretti e Montale, nonché alla poesia sociale e di strada di Pasolini. Apprezzo inoltre la scrittura e il coraggio di Emily Dickinson.

È appena stata pubblicata la tua ultima silloge poetica. Continuità o rottura rispetto alla prima?

Continuità e affinamento

Cos’è la dark poetry e in quali aspetti pensi che la tua lirica sia espressione di questo genere di poesia?

Sebbene ritenga che ognuno sia dotato di potenzialità poetiche, esplicitate nei più svariati modi, ritengo tuttavia che manchi il coraggio, vuoi per paura, vuoi per convenzioni sociali, di affrontare temi pesanti e scomodi che riguardano da vicino ognuno. Questo reiterato lasciarli incompiuti, nell’oscurità, mi ha spinto a scriverne nel modo più diretto e doloroso. Il lettore dovrà fare i conti con i propri demoni e portarli alla luce, senza tuttavia sentirsi solo nel suo viaggio.

Nella poesia Triste, tratta dalla tua ultima raccolta Il martello nella testa, scrivi: Sono triste, sto bene. C’è qualche riferimento alla saudade portoghese, alla “malinconia” russa (tоска) o al Fernweh tedesco di romantica memoria?

Ammetto la mia ignoranza in riferimento alla malinconia russa e tedesca. Il Portogallo invece mi ha sempre affascinato, e da amante della musica, mi sento vicino ai temi del fado con la sua saudade

In un’altra poesia, tratta dalla medesima raccolta, affermi che i poeti si dissanguano a causa della loro passione e nella storia della lirica mondiale abbiamo tantissimi esempi di artisti che hanno speso e consumato tutta la loro vita per la poesia. Alludi al fatto che il poeta è spesso isolato dalla società e poco “letto” nonostante l’immane dedizione alla causa della cultura?

Certamente alludo al doloroso isolamento e il sentirsi spesso incompreso del poeta, ma anche a una sensazione psico-fisica, che si manifesta nell’atto dello scrivere, con una iniziale sensazione di straniamento, e a lirica terminata, di svuotamento…

Nella poesia Vita in pausa le figure dell’uomo e del poeta sembrano sovrapporsi. È forse questa la condizione esistenziale predominante, secondo la tua opinione?

La poesia in questione nasce dalla personale visione in bianco e nero della vita. Una visione che impedisce di vederne i colori e quindi viverla. In questo caso è evidente il sovrapporsi, e oserei dire il confondersi, dell’uomo e del poeta.

Progetti per il futuro?

Intanto mi preme ringraziare Helios Edizioni, neo costituita casa editrice, rigorosamente no eap, per la professionalità, il dinamismo, nonché la disponibilità e il rispetto dell’autore in tutte le fasi del lavoro pre e post pubblicazione.

Ho svariati progetti già terminati o da ultimare, di cui uno legato a una poesia ulteriormente edulcorata e la scrittura di un romanzo già iniziato, ma sul cui completamento prevedo tempi lunghi.

Notizie biografiche:

Stefano Fortelli, napoletano sui generis, nasce l’11 aprile del 1965 a Napoli, dove tuttora vive. L’amata città natale,

piena di energia, cultura e contraddizioni, incide profondamente sulla sua formazione caratteriale e artistica, generando l’urgenza, assecondata negli ultimi anni, di dare sfogo al suo sentire, attraverso la poesia.

Fortelli è al contempo ideatore e partecipante del duo artistico ION,

che realizza originali installazioni utilizzando antiche valvole termoioniche.

Partecipa e risulta tra i vincitori di due contest promossi

dall’Associazione Culturale Poesie Metropolitane,

presentando una poesia in italiano e una in vernacolo.

A fine 2019 pubblica il suo primo libro L’ultimo giorno (versi dell’aldilà),

una silloge poetica con la quale ottiene ottimi riscontri di critica.

A distanza di un anno pubblica il suo secondo lavoro, una raccolta

di dark poetry dal titolo Il martello nella testa.

Stefano Fortelli, Il martello nella testa, Helios ed., 2020

COCCI DI BOTTIGLIA, silloge di Benedetto Ghielmi

Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, 2000diciassette ed., 2020

Cocci di bottiglia è la prima raccolta poetica di Benedetto Ghielmi, autore molto attivo nel panorama degli scrittori emergenti.

Già dal titolo, si ha la sensazione di entrare in un mondo frantumato dove però, l’intenzione del poeta è quella di ricomporre ciò che è andato in pezzi. I cocci di bottiglia sono i frammenti del vissuto personale che si allarga a un collettivo, seguendo la caratteristica propria della poesia cioè quella di essere universale. La lettura suscita molte immagini tra cui ricorrente è quella del trovarsi in cammino, un cammino fisico ma soprattutto interiore. La ricerca di un senso in un mondo che sembra divertirsi a relativizzare tutto, rendendo instabile anche ciò che è sempre stato considerato stabile, è una costante esplicitata in alcune poesie come ad esempio, Cammino e Catarsi.

In quest’ultima poesia l’insofferenza nei confronti della condizione esistenziale sta tutta nell’immagine dei “lacci” che impediscono al poeta di essere libero:

lotto per slegarmi dai lacci della umana condizione

Il senso della catarsi è quello di un rinnovamento, una ricomposizione dei cocci “esistenziali” che passa attraverso un percorso di ricerca: una ricerca che è, essenzialmente, attesa, come Benedetto scrive nella poesia Brandelli di luce

attendo ciò che la vita mi serberà con animo sereno

ogni singolo frammento è attesa

L’autore attende che la luce possa indicare la via ma prima che questo avvenga non è possibile evitare di passare attraverso la delusione e il disappunto verso il mondo esteriore.

vogliono che scelga il tutto

(Delusione)

Non diversamente il poeta deve passare dal crogiolo del dubbio prima che possa sgomberare il campo da ogni possibile intralcio nel suo personale processo di crescita nella ricerca della verità e di avvicinamento all’Assoluto

Dondolo tra questi estremi

sussulto di vitalità

forza di incominciare la ricerca

(Dubbio)

Lo svelamento avviene nella scoperta di una verità essenziale ovvero nel fatto che già esistere, in questa vita che ci è stata data, ha un significato in sé e rimanda a qualcosa di superiore che permette l’esserci e il senso di quest’ultimo.

colui che custodisce l’essenza del tutto

(Esistere)

Chi è il poeta? Benedetto definisce sé stesso un cercatore, un esploratore, un uomo mite. Un eremita, un musicista (Essere una persona)

La sua è una poesia che guarda all’incontro con l’altro, una poesia di avvicinamento dove la ricerca del senso non è qualcosa di solipsistico ma nasce da un confronto continuo.

Al di là del mare c’è un luogo

dove desidero ardentemente incontrarti fratello

dove il mio e il tuo senso

si incontreranno comunicando serenità e pace

(Dove sta il mio oltre)

Ma la ricerca del silenzio e dell’assoluto non è un percorso senza ostacoli; dentro di sé è necessario superare una lacerazione e questo duplice aspetto si riscontra in questa poesia

cammino senza meta assaporandone il piacere

saltello arrampicandomi sui distributori della felicità

canto parole prive di apparente senso

inciampo

svengo

mi sveglio

era un sogno..

(Lacerazione)

Leggere questa silloge poetica è come percorrere un cammino: c’è la strada buona ma anche i sentieri impervi, i burroni, le discese improvvise ma ad ogni sosta, ad ogni difficoltà non viene mai meno la luce della speranza che Benedetto rende visibile nella poesia Mattina, una delle più belle di questa notevole raccolta, con la speranza in un nuovo cominciare.

A cura di Chiara Rantini

Il mattino di Caspar David Friedrich

Nel mondo ucronico di Sparta

Acciai Baggiani, Altomare, Calamandrei, Lercari, Menzinger di Preussenthal, Ninzatti, Prosperi, Sparta ovunque. Sette racconti ambientati nell’universo di Via da Sparta, Tabula Fati, Chieti, 2020

L’antologia Sparta ovunque raccoglie sette racconti di altrettanti autori ambientati nel mondo ucronico della saga “Via da Sparta” ideata da Carlo Menzinger di Preussenthal.

Un mondo, quello ideato da Menzinger, molto diverso dal nostro per effetto di una differenza ucronica. Sparta, diversamente da quanto è avvenuto nella realtà storica che tutti conosciamo, non soccombe nella battaglia di Leuttra nel 371 a. c., ma vince, divenendo così una potenza invincibile e dominatrice di gran parte del mondo.

Il titolo del libro Sparta ovunque deriva da una delle formule di saluto in uso nell’impero a cui i racconti fanno in un qualche modo riferimento.

Massimo Acciai Baggiani, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Carlo Menzinger di Preussenthal, Paolo Ninzatti e Pierfrancesco Prosperi ridefiniscono l’immaginario originale del libro di Menzinger, scrivendo storie molto diverse tra loro sia per temi che per i tempi di ambientazione. Ci sono le Donne di Sparta raccontate da Altomare, le vicende dei prigionieri nipponici narrate da Calamandrei, la biblioteca di Alessandria in un’avvincente racconto di Menzinger, un racconto dal sapore orientale di Lercari, riferimenti alla mitologia di Odino nel testo di Ninzatti, intricate vicende a sfondo religioso nel racconto di Acciai Baggiani, non diversamente nel racconto di Prosperi che chiude questa antologia.

A cura di C. M.

Carlo Michelstaedter, poeta senza età

Sono solo alcuni pensieri sparsi quelli che trascrivo in questo breve testo, nato dall’esigenza di ricordare il poeta goriziano nell’anniversario della sua morte (110 anni, 17 ottobre 1910): un poeta, per molti aspetti dimenticato, forse riscoperto solo recentemente.

Sono stata più volte nella sua Gorizia, una città che fino a non molto tempo fa, era visibilmente divisa tra due nazioni. Oggi i confini sono più fluidi ma non abbastanza le menti.

La tomba di Carlo si trova in territorio sloveno poco oltre il confine in un piccolo cimitero in stato di abbandono e difficile da individuare. Ci sono le lapidi di famiglia, in bella pietra e con grandi scritte, ma la sua è piccolissima e porta solo il suo nome e le date di nascita e morte, un cippo avvolto dall’erba circondato da due svettanti cipressi. Carlo morì suicida per troppo amore e incomprensione della vita, ma la sua poesia resta per quello che è, pura, essenziale, vera.

La poesia di Carlo Michelstaedter è una poesia di contrasti, di ombre e di luci, di morte e di vita; ad animarla contribuisce la follia veggente di un cuore giovane che non teme il martirio. Gli elementi che la compongono sono sostanza del vissuto interiore. Il dissolvimento, la nebbia, la pioggia, la luce resa incerta dall’incombere subitaneo delle tenebre, l’indifferenza e la seduzione della natura che nascono dal continuo rinovellarsi delle forme e dalla possibilità, sempre presente, di travalicare i confini angusti della prossimità e del visibile per spingersi negli spazi infiniti laddove il cielo e il mare si confondono, l’attesa priva di speranza, l’amore per la violenza degli elementi – il vento, le onde impetuose – , non sono altro che immagini di stati interiori, di profondità nascoste a cui solo la poesia può avere accesso.

Le cose ch’io vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola, lo voglio narrare

(…)

Perciò se freddo e ruvido io ti sembri,

ma tu lo sai: è per vieppiù andare,

è per nutrir più vivida la fiamma,

perché un giorno rispenda nella notte,

perché possiamo un giorno fiammeggiar

liberi e uniti al porto della pace.

In Itti e Senia, Carlo quando scrive “le cose che io vidi nel fondo del mare” svela la condizione del poeta veggente: vedere in profondità, vedere dove regna la perenne oscurità eppure vederci chiaramente mentre sulla terra, alla luce del sole, tutto è confuso in un miscuglio di essenza e di apparenza. Questa è una condanna e una liberazione allo stesso tempo. Sola la parola poetica può lottare contro la nebbia della falsità ma per fare questo deve nascere dal profondo dell’anima, dagli abissi marini che il poeta incauto e coraggioso ha voluto vedere rischiando la propria vita.

Molta di questa potenza perde vigore nel suo essere trasfusa nelle parole, e tuttavia, l’anima del lettore è tutta scossa e trema perché la voce del poeta che ama la verità più della propria vita non può lasciare indifferenti.

Poesia dell’incompiuto quella di Michelstaedter, ovvero dell’uomo che scopre di essere incompiuto: la solitudine, la tristezza, la nostalgia che caratterizzano molte delle sue poesie, sono la manifestazione di tale incompiutezza.

Cade la pioggia triste senza posa

a stilla a stilla

e si dissolve. Trema

la luce di ogni cosa. Ed ogni cosa

sembra che debba

nell’ombra densa dileguare e quasi

nebbia bianchiccia perdersi e morire

mentre filtri voluttuosamente

oltre i diafani fili di pioggia

come lame di acciaio vibranti

Così l’anima mia si discolora

e si dissolve infinitamente

che fra le tenui spire

l’universo volle abbracciare

Ahi! Che svanita come nebbia bianca

nell’ombra folta della notte eterna

è la natura e l’anima smarrita

palpita e soffre orribilmente sola

sola e cerca l’oblio.

Poetica dei quattro elementi (aria, fuoco, acqua, terra), in Michelstaedter la forza della parola è fuoco, il poeta è terra che vuole liberarsi dal peso della gravità, memoria e oblio sono acqua, l’amore, che pervade l’anima infiammata, aria che sale verso un mondo nuovo e sconosciuto.

La poesia di Carlo Michelstaedter occupa un posto di assoluta originalità nel pantheon lirico nostrano, una sorta di estremo stilnovo esistenziale, nudo, privo di conforti, purissimo e sconsolato, scrive Piromalli nella sua introduzione all’opera e al pensiero dello scrittore goriziano. Originalità che probabilmente nasce dall’incontro inconscio di culture diverse in una terra di confine dove la sensibilità dell’animo si affina, camminando su una linea immaginaria tra due profondi e vasti mari esistenziali.

di Chiara Rantini

Parole Migranti, antologia di voci dalla diaspora

Autori Vari, Parole migranti, a cura di Barbara Gabriella Renzi, PAV edizioni, 2020

Un senso di nostalgia pervade il lettore sin dai primi versi di questa raccolta di poesie, racconti, lettere, diari e annotazioni, opera di numerose autrici accomunate dal fatto di essere donne e di vivere o di aver vissuto all’estero.

“Parole migranti” infatti è un bel libro, pubblicato da PAV edizioni e curato da Barbara Gabriella Renzi, che affronta il tema del vissuto emozionale delle donne che non abitano più la madre patria.

Nella prima sezione, le poetesse sembrano prendere per mano il lettore per condurlo nello spazio liquido e privo di confini dell’essere fuori dalla propria terra di origine, nel luogo, difficile da descrivere, della malinconia e della memoria. Si tratta di un “aldilà” in cui poter dare spazio ai ricordi, riconsiderando il proprio passato alla luce di un presente a tratti luminoso, a tratti incerto.

Nella seconda sezione, quella relativa ai racconti, il lettore non avverte in modo brusco il cambiamento di registro. La prosa infatti è, in molti casi, punteggiata da suggestioni poetiche volte a ricostruire un’identità messa a dura prova dai continui déplacement, contro i quali occorre avere una valigia colma di ricordi concreti, oggetti, volti che siano vivi nel presente e dove sia possibile metaforicamente mettere “la propria casa” in una scatola di biscotti, proprio perché la memoria necessita, talvolta, di un contenitore materiale che possa diventare simbolo e antidoto contro il vuoto generato dalla mancanza.

Nell’ultima sezione dedicata alla prosa epistolare e memorialistica ecco che tornano i ricordi d’infanzia, la condizione dello sradicamento che non sempre ha un’accezione negativa, in quanto predispone verso la pluralità e l’apertura verso un multiculturalismo che è il tratto caratteristico della nostra società.

(…) Il vento mi guarda

Lo saluto.

Sono respiro e altalena

E foglie sul ramo

E gocce d’acqua

Sono l’aspro della notte

Sono silenzio e rumore d’anima (…)

scrive Barbara Gabriella Renzi nella sua poesia Vento e credo che sia un’immagine simbolica della condizione di chi vive in un luogo che non è quello natio: un mondo popolato di ricordi, di sensazioni, emozioni, silenzi dell’anima e respiri errabondi.

Le autrici:

Barbara Gabriella Renzi, Grazia Fresu, Maria Filì, Viviana Fiorentino, Anna Fresu, Liliana Leshaj, Amazona Hajdaraj, Emma Fenu, Paola Casadei, Caterina Donzelli, Maria Luisa Malerba, Laura Saija, Giovanna Pandolfelli, Laura Cavalcante, Silvia Lazzarini, Ramona Parenzan

Recensione a cura di Chiara Rantini

I Giusti. Storia di un salvataggio

Jan Brokken, I giusti, Iperborea, Milano, 2020

Secondo la tradizione ebraica talmudica, nel mondo ci sono sempre almeno 36 Giusti in qualsiasi momento della storia e sono questi i Giusti tra le nazioni.

In questo libro si parla di Giusti. Uomini giusti, infatti, furono coloro che misero a repentaglio la propria vita per soccorrere e aiutare migliaia di persone che, per salvare la vita, dovevano lasciare i territori sul Baltico invasi dalla Germania nazista e dall’Unione Sovietica. Questo salvataggio che si prolungò per alcuni anni, tra il 1940 e il 1941 principalmente, fu opera di uomini che, pur non ricoprendo cariche importanti dal punto di vista politico, si adoperarono per mettere in salvo persone che altrimenti sarebbero finite in campi di concentramento.

Il primo giusto di cui narra Brokken è Jan Zwanrtendijk, direttore della filiale della Philips a Kaunas in Lituania. Dopo essere stato nominato console per lo stato Baltico, il giovane olandese, in collaborazione con il console giapponese Sugihara, mette in piedi un’operazione di salvataggio per migliaia di ebrei. Zwanrtendijk ha un’idea geniale: concedere loro un visto di espatrio per Curaçao, piccolo dominio sconosciuto a tutti, dal momento che era impossibile concedere visti per altre nazioni come gli USA o l’Australia. In realtà queste migliaia di persone non raggiunsero mai Curaçao, ma, tramite viaggi lunghissimi, trovarono la salvezza facendo scalo prima in Giappone e poi a Shangai.

Zwanrtendijk e il console giapponese furono coloro che materialmente posero i timbri sui visti di chi fuggiva dall’orrore dell’olocausto. Intere famiglie trovarono la salvezza in questo modo. Il fatto sorprendente fu che Zwanrtendijk e il console giapponese agirono d’istinto e non operarono in modo coordinato, per quanto agissero totalmente all’unisono.

Il libro di Brokken si fonda su basi storiche e la parte finale del testo è completamente dedicata alle fonti e alla documentazione. Tuttavia l’immane operazione di salvezza rimase per molti anni, seppure terminata la guerra, ignota : Zwanrtendijk tornò al suo vecchio lavoro sino al pensionamento non rivelando a nessuno ciò che aveva fatto. Al console giapponese, inizialmente andò peggio perché fu destituito dalla sua carica e costretto a svolgere umili lavori per poter dare un futuro ai propri figli. Solo in un secondo tempo gli furono riconosciuti i meriti di aver salvato migliaia di vite umane e per questo gli fu corrisposta una pensione da parte dello Stato. Zwanrtendijk invece, solo negli ultimi anni di vita venne a conoscenza di aver effettivamente salvato delle vite umane mentre i riconoscimenti ufficiali arrivarono solo dopo lunghe trattative da parte del figlio e comunque sempre troppo tardi rispetto alla data della morte dell’ex console di Kaunas. Zwanrtendijk per tutta la sua vita si era a lungo tormentato chiedendosi se avesse agito per un buon fine e se effettivamente l’immane operazione avesse dato al salvezza a migliaia di persone. Solo poco prima di morire venne a sapere che molti di coloro che avevano ricevuto il visto per Curaçao erano scampati alla morte e si erano rifatti una vita lontano dall’Europa.

Corredato di bellissime foto in bianco e nero, il libro di Brokken cattura l’attenzione fin dalle prime pagine per l’interesse che suscita la vicenda ma anche per il linguaggio sospeso tra narrazione storica e finzione letteraria.

Vorrei portare all’attenzione del lettore due citazioni molto interessanti.

“Ogni persona è un mondo intero, chi salva una vita, salva il mondo intero”, dice il Talmud e Zwanrtendijk, pur non essendo di religione ebraica, sembra aver effettivamente messo in pratica questo precetto, poiché agì senza chiedersi quante persone avrebbe potuto salvare dal momento che anche la salvezza di una sola vita sarebbe stata sufficiente a dare un segno di speranza per il mondo intero.

L’altro brano che merita una riflessione è quello che si trova all’interno del paragrafo dove si descrive la tomba di Zwanrtendijk. L’ex console della Lituania è sepolto in un cimitero anonimo vicino Rotterdam . Sulla lastra sepolcrale, i visitatori, perlopiù discendenti di coloro che furono salvati, hanno lasciato dei sassolini, come è tipico nella tradizione ebraica. A questo proposito Brokken scrive: “I sassi rappresentano l’incorruttibilità, il rispetto eterno, il legame con il morto. Le pietre resistono alle intemperie, sono incorruttibili come l’amore, eterne come la fede, i fiori appassiscono mentre i sassi rimangono.”

Dietro a questa tradizione c’è un simbolo di eternità, qualcosa che resta nella memoria, così tanto importante nella tradizione ebraica.

Zwanrtendijk aveva capito che le persone a cui aveva offerto la salvezza costituivano questa stessa memoria, la memoria di un mondo che rischiava l’estinzione a causa la follia del nazismo. Molti tra coloro che furono salvati infatti erano studenti delle jeshiva dell’est europeo, le più prestigiose scuole che ancora custodivano il sapere rabbinico, quello degli hassidim e la lingua yiddish. Zwanrtendijk intuì che queste persone rappresentavano un patrimonio culturale che non poteva essere perso: comprese e agì senza porsi troppe domande.

Recensione a cura di Chiara Rantini

I RACCONTI DI KAZAKÒV

Jurij Kazakòv, Alla stazione e altri racconti, Einaudi, Torino, 1964

Recensione a cura di Chiara Rantini

Questi racconti sono stati scritti nella seconda metà degli anni ’50 del Novecento e sono di un autore che non è molto noto in Occidente. Risalgono quindi a un periodo in cui la letteratura in Russia era sotto il controllo del potere politico. Kazakòv, tuttavia, pur rispettando i canoni imposti relativamente alla scrittura di storie che dovevano avere il popolo come protagonista assoluto, ci presenta dei personaggi che sembrano tratti dalla tradizione letteraria russa del secolo precedente; i riferimenti sono a Cechov, Dostoevskij e Gogol.

L’ambientazione è tipicamente rurale ma non è una campagna idillica e bucolica quella che descrive Kazakòv, piuttosto è il risultato della dura lotta dell’uomo contro le avversità del clima. Difatti la maggior parte dei racconti sono ambientati nel nord della Russia, nelle zone più prossime al circolo polare artico tra il mar Bianco e il mar Baltico. Protagonista è anche il mare perché all’interno della raccolta ci sono racconti in cui sono protagonisti anche pescatori, marinai, guardiani di faro, traghettatori di uomini e merci.

Le vicende sono accompagnate da bellissime descrizioni: la campagna viene colta nella sua prorompente capacità di mutare e questo processo influenza non poco il comportamento dei personaggi . Il dialogo tra uomo e natura è costante; la città invece – identificata spesso in Mosca, la grande capitale – è vista come un luogo desiderato, una meta agognata dai più giovani ( e questo è solo uno dei tanti tratti caratteristici che sottolineano la differenza generazionale) e tuttavia, per la maggior parte di loro, resta una meta immaginata e irraggiungibile nella realtà, mettendo così in evidenza l’eterno dissidio tra civiltà rurale e urbana.

Il linguaggio in cui sono stati scritti questi racconti è assai ricco, descrittivo e dotato di un bel ritmo che non annoia il lettore.

Parlavamo di gap generazionale: gli anziani protagonisti dei racconti sono ancora molto legati alla tradizioni religiose e a un concetto di sacralità della terra e della vita, mentre i più giovani rappresentano una rottura con il passato essendo già proiettati in un mondo futuro regolato dal lavoro e dalla materia. Tuttavia si avverte un velato senso di nostalgia per un mondo ormai quasi perduto.

Nel racconto intitolato “La casa sull’argine” , una ragazza vive insieme alla madre in una vecchia casa vicino all’argine di un fiume. Tutto in questa abitazione ricorda un mondo vecchio, stantio, stanco, a partire dal credo religioso della madre ( I Vecchi Credenti) a cui la figlia vorrebbe sottrarsi. Un giovane bibliotecario proveniente dalla città, al suo primo incarico, prende una camera in affitto presso di loro. Inizialmente egli sembra rappresentare la possibilità di riscatto per la giovane oppressa ma il suo ruolo di “liberatore” dura poco meno di una sera. Sarà lui infatti ad andarsene alle prime luci dell’alba (e non la ragazza come avrebbe voluto, sognando di essere portata via da un moderno cavaliere) lasciando nel lettore la consapevolezza che il mondo del passato è alquanto difficile da archiviare. Non diversamente, nel racconto “Il pellegrino”, il protagonista che pare uscito dalla tradizione popolare ottocentesca, mostra come il mondo del passato male si accordi col presente materialista e ateo. Per quanto il pellegrino non sia santo e innocente come molti dei suoi predecessori, e per quanto appartenga alla schiera di coloro che dubitano e vacillano, l’epilogo nuovamente ci mette davanti una realtà ben definita: i due mondi, l’antico e il moderno, continueranno a coesistere, guardandosi in tralice ma senza giungere mai ad un annientamento reciproco.

Già dalle vicende presenti in questi due racconti sopra citati, si nota una certa differenza tra personaggi maschili e femminili. Le donne sono sempre molto presenti e spesso sono viste come un elemento salvifico, apportatore dell’equilibrio che manca alla parte maschile. Viene in mente il racconto “La mite” di Dostoevskij e molti altri racconti della tradizione letteraria russa dove la donna viene vista come un essere superiore all’uomo per sensibilità, capacità di comprensione, profondità e tuttavia costretta a subire i soprusi, le mancanze, la brutalità.

Nei racconti “Man’ka” e “La ragazza brutta” , le due protagoniste credono di poter uscire dalla loro condizione di solitudine e di esclusione grazie all’interessamento di due uomini ma in realtà vanno incontro a una grande delusione. Gli uomini spesso sono visti nel loro essere primitivi, brutali, istintivi e fanno eccezione solo in pochi: l’io narrante e il medico nell’ultimo racconto “Arturo, cane da caccia”, il bibliotecario, in parte, ne “La casa sull’argine” , non a caso personaggi che hanno un particolare rapporto con la cultura.

Altre figure di rilievo nei racconti di Kazakòv sono le persone anziane, in particolare le donne. In “Una del Pomor’e” l’anziana del paese che, nella sua vita, ha visto tutte le nefandezza del secolo XX perdendo i cari durante la guerra, è un personaggio estremamente positivo, dotato di una forza fisica e interiore veramente sbalorditiva per i suoi ottanta anni. Non c’è rassegnazione in questa figura che è l’immagine della buona “nonnina” russa. Sembra che Kazakòv riponga tutto l’eroismo della nazione proprio in questa signora ricurva, simbolo di una lotta indefessa.

Tra i racconti, proprio nell’ultimo, “Arturo, cane da caccia”, c’è anche spazio per una storia in cui è protagonista un cane. Arturo è un cane cieco, abbandonato perché inutile alla caccia o alla guardia, destinato a vagare per le vie di un paese, randagio alla ricerca di cibo. Tuttavia viene accolto da un medico in pensione, vicino di casa di colui che narra la vicenda. La vita sembra prendere una diversa piega per il cane che finalmente ha un luogo dove vivere e essere curato. Ma l’istinto alla libertà prevale e Arturo comincia a perlustrare la foresta nei dintorni, prima timidamente e con brevi escursioni, poi sempre più assiduamente in lunghe passeggiate che divengono assenze per più giorni. Il narratore, incuriosito da questo nuovo evento, segue il cane e scopre che è diventato abilissimo nella caccia, nonostante la sua menomazione. Si sparge la voce e tutti vorrebbero possedere il cane prodigioso. Ma il maestro non lo vuole cedere a nessuno finché del cane si perdono le tracce. Verrà ritrovato solo dopo molti anni, cadavere, ferito e tradito da un ramo sporgente e acuminato nella foresta. Questo racconto, di una delicatezza e poesia magistrali, può essere interpretato come una metafora dell’esistenza. Intanto definiamo i personaggi principali: il medico, anziano, rappresenta il mondo del passato più sensibile alle sventure, meno legato ad una visione utilitaristica della realtà. L’altro personaggio è il cane: Arturo non può essere un animale da salotto, il suo desiderio di libertà è più grande di qualsiasi accomodamento borghese o proletario come lo si voglia definire. La libertà che Arturo cerca è al di fuori di tutti gli schemi e gli stereotipi poiché costituisce un paradosso inammissibile per il senso comune (un cane da caccia cieco) e allo stesso tempo rappresenta la testimonianza che il desiderio di libertà è più forte di qualsiasi ostacolo.

LUOGO DI CONFINE

UN VIAGGIO LETTERARIO A TRIESTE E NELLE TERRE LIMITROFE

di Chiara Rantini

Di viaggi se ne possono fare di svariati tipi. Ci sono viaggi che coinvolgono solo l’aspetto motorio (rari e inutili), viaggi che sono totali in quanto condotti con la mente, con i piedi e col cuore e altri che chiamano in causa solo (si fa per dire) l’intelletto e la sensibilità interiore. Spesso, questi ultimi, sono l’effetto di una suggestione dettata da un racconto orale o da una lettura.

Una serie di circostanze recentemente mi ha condotta a percorrere, non solo mentalmente, alcune zone di confine da me molto amate. È nato così un viaggio letterario che ha per meta Trieste, l’Istria e oltre, fino a Lubiana e Zagabria. Suggestione letterarie e memorie personali di viaggio si mescolano in un percorso a tratti onirico. Viaggeremo in compagnia di autori noti e meno noti che avrò cura di segnalare in una nota bibliografica a parte.

Dopo queste prime brevi avvertenze, non resta che partire con la giusta predisposizione alla scoperta.

TRIESTE

Trieste, il luogo della nostalgia asburgica, il luogo del fernweh che assale il sensibile viandante sin dal suo arrivo. Trieste, o la ami alla follia o ti resta indifferente!

Guazzabuglio storico e linguistico (ora molto meno) è la città della mancanza di affermazioni esclusive: non è solo italiana, non è solo slovena…

Si potrebbe dire priva di identità ma si sbaglierebbe di molto: l’identità è in questo suo stare in equilibrio tra venti contrari (non a caso è la città della bora) sfuggendo alle frontiere, ai confini netti, all’appartenenza che non sia quella dettata dalla sua stessa libertà.

A Trieste soffia la bora: spesso in inverno ma talvolta anche in estate.

Alla bora piacciono le porte, le gole strette, i cunicoli naturali in cui si insinua con violenza, da padrona. Quando sono stata in Istria, ho visto l’ultima porta della bora prima del suo dilagare in mare e su Trieste: si tratta di un’insenatura, un piccolo golfo a gomito tra Fiume e Abbazia. La bora quando è carica della rabbia siberiana passa di là, scendendo dai monti del Gorski Kotar; rotola a valle come un fiume in piena gonfiandosi a dismisura. Nelle giornate quiete, questo piccolo golfo è il luogo prediletto di chi ama il windsurf perché il vento (emanazione tranquilla della bora) non manca mai: un signore da Lubiana sale in auto alle tre del mattino perché alle sei ha appuntamento col vento …così raccontano i miti moderni e io voglio crederci.

Trieste si distende verso il mare ma non dimentica la terra alle sue spalle. Il Carso con i suoi sassi, le rocce bianche, i ripidi fianchi brulli è sempre stato luogo di attrazione e di elezione degli scrittori; forse perché non chiede una militanza linguistica: la natura è sempre la stessa, ostile e benevola, terra che dona il senso di appartenenza ai popoli della montagna, sloveni o italiani non fa differenza. Slataper, Kosovel e Saba cantarono gli stessi luoghi in metri e melodie diversi ritrovandosi poi insieme, in forma di statue e di epigrafi, sul Sentiero dei Poeti che sale nel Carso da Monrupino.

E in Monrupino è possibile identificare il piccolo paese di M. dove si svolge la kafkiana vicenda narrata nel romanzo di Stelio Mattioni Dolodi. La storia ha come protagonista una casa sul confine italo-sloveno; una coppia di triestini l’acquista, suggestionata dall’enigmatico Dolodi che ne vanta meraviglie. Appena però prendono possesso dell’abitazione, la loro vita comincia misteriosamente a cambiare mentre inspiegabilmente, nottetempo, il confine si sposta sempre più vicino alla casa. Al termine del romanzo, i due cittadini, estranei a tutto l’ambiente che li circonda (il mondo rurale e sloveno), pur avendo raggiunto una nuova consapevolezza di sé, rinunciano a carpire il segreto di queste terre arse e sassose del Carso, ritornando nella avita e quieta Trieste.

Dalle modeste cime, lo sguardo torna verso il mare, verso la distesa infinita del non-luogo per elezione, l’essenza spogliata di ogni superfluo della vita, la meta, che meta non è, bramata da Carlo Michelstaedter nel suo poema Itti e Senia. Non posso non immaginare il giovane goriziano seduto su uno scoglio a Pirano con lo sguardo fisso verso la Punta del Salvore intesa non come punto di arrivo ma come partenza verso un viaggio di non ritorno nel grande e vasto mare.

Sono molti anni che manco da Pirano; quando la visitai ero molto giovane però l’atmosfera non era dissimile a quella triestina: mare e terra uniti in uno stretto connubio di bellezza…di quella bellezza che genera malinconia.

Si può avere nostalgia di ciò che non si è visto né vissuto? Se lo si è letto nei libri, certamente! Recentemente mi sono imbattuta in un libro di racconti su Trieste: I fantasmi di Trieste di Jelinčič. Ho seguito la narrazione di quei “fantasmi” al punto tale che mi sono sentita ribaltata in epoche lontane, donna con prole all’inizio del Novecento mentre salutava il consorte all’ingresso del bagno El Pedocin oppure lavoratrice scampata alla miseria della seconda guerra mondiale mentre scendeva in città da Opicina sul mitico tram. I matti dell’OPP invece mi sembrano così familiari che non ho bisogno di immaginarmeli: li vedo passeggiare nel parco di San Giovanni accompagnati dalle loro stravaganze e dalla speranza di un mondo alla rovescia (la vera e unica rivoluzione) in cui i cavalli di Troia non entrano per seminare morte ma escono per portare la vita.

Non ci sono più treni da Trieste per la frontiera orientale. E non da quando la città è tornata a essere definitivamente italiana. I ponti con la terra degli slavi e con gli antenati mitteleuropei non sono stati tagliati negli anni compresi tra i ’50 e i ’70. Paradossalmente era possibile muoversi nell’ex-impero su via ferrata più agevolmente durante il periodo della guerra fredda. Sembra che la modernità e l’alta velocità siano nemiche del passato di Trieste.

Saggio Rumiz, votato ai viaggi anacronistici nelle terre di un impero che non esiste più, sulle tracce delle vestigia di città oltre tutte le frontiere esistenti, zone liquide che hanno mantenuto nomi bizzarri come Galizia, Volinia, Bucovina! Niente più treni per il perduto Oriente: oggi si viaggia in bus almeno sino a Vienna, Zagabria, Lubiana: poi i collegamenti su via ferrata riprendono, riemergendo come fiumi carsici, pur nella consapevolezza di aver perso una parte importante.

C’era una tratta ferroviaria a metà del XIX secolo che collegava Fiume a Budapest. Era il fiore all’occhiello dell’Impero, l’orgoglio della conquista di uno sbocco sul mare anche per gli Ungheresi. Fiume divenne ungherese in virtù di questa ferrovia. Ora non è rimasto quasi più niente e un ramo di collegamento che partiva da Trieste è diventato una bellissima ciclo-pedonale, la nota pista Cottur, la migliore occasione per conoscere la selvaggia val Rosandra!

Abbiamo già lasciato Trieste e siamo pronti ad esplorare le frontiere dell’impero passando dalla porta stretta (di memoria kafkiana) della stazione delle autolinee: un altro mondo che già conosciamo un po’, sebbene forse, anche noi custodi di un nobile passato, non vedremo più certi personaggi come gli spazzacamini o le donne cariche di pacchi che sprigionano l’inconfondibile profumo di alimenti fermentati.

Siamo solo all’inizio. Il viaggio continua.

ISTRIA protagonista. A margine, Lubiana e Zagabria

Il viaggio riprende da Capodistria. Un porto, una città vuota in inverno: mi ricorda Fiume anche se la città del Quarnaro è molto più grande, ricca di storia e di memorie recenti perciò più viva ma non certo il luogo istriano da cartolina come Abbazia o Rovigno. Ma se invece vai oltre verso il confine con la Croazia, incontri Isola e là i ricordi si fanno di pietra bianca, di casette basse color ocra, piazzette dal sapore veneziano e il mare blu sullo sfondo. Isola è solo l’antefatto, l’introduzione allo splendore ineguagliabile di Pirano.

“Una mescolanza di nostalgia (quante volte ritorna questa parola) e di vita” scrive Samonà. E come non essere in accordo? Pirano è un tuffo nel passato, a cominciare dalla statua di Tartini nella piazza principale, dalla chiesa che veglia dall’alto della collina, dalle sue strette vie frequentate solo da pedoni. Pirano è destabilizzante per il suo essere sospesa tra due braccia di mare, per il suo essere attaccata alla terra e protesa verso l’infinito, verso la Punta del Salvore che Michelstaedter aveva elevato a simbolo dell’eternità. Il mare è placido e tranquillo sul lato che guarda il porto, selvaggio e insidioso dalla parte sovrastata dalla alta scogliera in direzione di Isola. Nei paesi della “frontiera spaesata” tutto è duplice. Ogni città, ogni luogo è un chiaroscuro. Non so se in inverno, talvolta la nebbia faccia la sua comparsa a Pirano: se così fosse, cerco di immaginare la piazza che lentamente svanisce di ogni suo contorno come sotto l’effetto di un incantesimo che annulla lo scorrere del tempo: potrei sentire i passi di Tartini sul selciato e non meravigliarmi.

Il tempo riprende a scorrere. Di Portorose ricordo le brossure che pubblicizzano le terme e i casino. Invece, nelle pagine del libro, scopro un paese quieto circondato dall’acqua delle saline, luogo di sole e di paludi dove è facile perdere l’orientamento. Varcare la frontiera è un attimo, soprattutto se sei a piedi. Il mondo nuovo si chiama Croazia anche se l’Istria viene molto prima nel tempo.

L’Istria è un mondo a parte così come scrivono i grandi scrittori Fulvio Tomizza e Giani Stuparich.

L’Istria non è un’isola ma ha tutti i profumi e i colori delle isole. Il mare potrebbe essere quello della Liguria per colore e per profondità, i paesi hanno in sé qualcosa che ricorda Venezia (non Trieste che ha una impronta asburgica come Fiume) soprattutto i campanili, ma i pendii sono diversi. I vitigni sono più lontani dal mare, in luoghi riparati dalla bora, le rocce sono candide, su tutto domina la boscaglia a ciuffi e i sassi: un paesaggio aspro e dolce allo stesso tempo, qualcosa che suscita il deja vu pur senza darti delle coordinate ben precise. Illiria, terra di Etruschi? Potrebbe essere questo il legame, forse un po’ azzardato. Non so, qualcosa nel panorama ricorda l’asprezza delle colline siccitose nella campagna toscana, i monti della Calvana in estate quando le ginestre tingono di giallo i pendii o le boscaglie delle alture pisane dove già si respira l’aria di mare.

Parenzo con la sua basilica eufrasiana è un gioiello che manca alla mia collezione. Ho il desiderio di tornare ma di tornare a piedi. Ora so anche come, seguendo l’antica linea ferroviaria che da Trieste conduceva a Parenzo. Il percorso esiste e attraversa luoghi di mare e di terra, un percorso pieno di sole, di profumi in estate, e di vento, di nuvole in inverno. A passo lento tutto è più buono: una pietanza che non mangi ma che assapori. L’unico problema del viaggiare a piedi è il bagaglio: vorrei portare con me i romanzi, le voci degli autori istriani ma so che sono molti, troppi per stare in uno zaino: perché l’Istria è una terra di storia e di letteratura, una mescolanza di lingue che la rende incredibilmente ricca.

E infine le grandi città capitali di due nazioni che fino a trent’anni fa non esistevano.

Lubiana è una signora che veste abiti classici con un tocco di romanticismo. Attraversa le vie e i ponti e si lascia guardare come se fosse uno spirito, ma benevolo. Appare e scompare come una sorta di vodnik, creatura dell’acqua che dalla Ljubljanica risale gli argini prativi e cammina nelle strade raccontando molte storie del passato. Cammina fino al Castello e là si ferma in attesa di un nuovo giorno.

Zagabria è una giovane donna un po’ intellettuale, dinamica, proiettata verso il futuro. Crede nel sogno europeo e lotta per vederlo concretizzarsi. Studia le lingue cercando di non considerarle una barriera. Ama le molteplici identità ma l’eco della guerra è ancora troppo vicino. Se a Trieste ci sono ancora dei fantasmi e sono ben visibili, a Zagabria vanno ancora cercati.

Una di queste due donne l’ho conosciuta ma forse un po’ troppo frettolosamente: troppo giovane per capire l’importanza dei fiumi, troppo giovane per capire la vita. Sono felice di averla vista in autunno e ho un ricordo di lei in banco e nero molto retrò, appunto come una signora di mezza età ancora molto bella.

Non conosco Zagabria ma la sogno come un punto di partenza verso le infinite terre della Pannonia, verso Ptuj e le pianure solcate dalla Drava, steppa ungarica che evoca ricordi mongolici. Ecco l’esotismo dei Balcani, ecco la voce che chiama da Oriente!

Vorrei proseguire il viaggio, anche uno di carta va bene, cartografico ancora meglio.

La frontiera è sempre più oltre.

BIBLIOGRAFIA

Angelo Ara, Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1987

Dušan Jelinčič, I fantasmi di Trieste, BEE, Udine, 2018

Stelio Mattioni, Dolodi, Zandonai, Rovereto, 2011

Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi, Milano, 1992

Paolo Rumiz, Vento di terra. Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo, BEE, Udine, 2020

Giuseppe A. Samonà, La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, Exorma, Roma, 2020

Giani Stuparich, Un anno di scuola. Ricordi istriani, Einaudi, Torino, 1994

Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Mondadori, Milano, 1975

ESTASI POST-NUCLEARE. UNA PASSEGGIATA NELLA ZONA di Markijan Kamyš

contentMarkijan Kamyš, Una passeggiata nella zona, trad. dall’ucraino di Alessandro Achilli, Keller ed., Rovereto (TN), 2019

Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš, giovane autore ucraino nato nel 1988, è una lettura che intriga, sorprende, conquista pur lasciando spazio a delle pause di riflessione tra un capitolo e un altro. La prima riflessione in realtà è una domanda: quale interesse può spingere un uomo a sacrificare gli anni migliori della propria vita per compiere un simile “viaggio di scoperta” proprio nei luoghi del terribile incidente nucleare del 1986?

Ho cercato una foto di Markijan: è magro, biondo con i capelli sottili, lisci e lunghi, il volto affilato. Il passo successivo è stato quello di leggere alcune informazioni biografiche. È nato due anni dopo il disastro di Chernobyl da un padre ingegnere atomico che fu tra coloro che dovettero “liquidare” il mostro. Markijan è rimasto orfano di padre all’età di 15 anni. Sappiamo che ha frequentato l’università a Kiev, laureandosi in Storia.

Nella Passeggiata scrive di sé al presente, del tempo in cui vive (tre giorni o un mese, non ha importanza) all’interno della zona proibita ma i riferimenti alla vita passata o anche a quella presente fuori dai confini dell’area contaminata si riducono ad alcuni vaghi cenni alla normalità urbana della capitale ucraina.

Il titolo del libro rievoca in me un’altra nota “passeggiata” letteraria, quella di Robert Walser. Tuttavia la differenza è enorme: se nella passeggiata dello scrittore svizzero il vagabondaggio era finalizzato all’incontro con altre grandi figure della letteratura, nel testo di Kamyš l’incontro è principalmente con se stesso, con quella parte del proprio essere liberata dalle scorie della vita convenzionale. Uscire dal tempo della vita quotidiana, dagli spazi socialmente controllati è sempre stato il tema del vagabondaggio letterario fin dal Romanticismo tedesco, passando per l’insurrezionalismo ambientalista di Thoreau fino alle forme di comunità autarchiche post sessantottine. Oltrepassare il filo spinato che separa la vita reale ma inautentica da quella sognata ma autentica costituisce una specie di rito della soglia (di cui Kamyš è un officiante) documentato nelle maggior parte delle religioni: l’iniziato depone l’uomo vecchio a favore di una nuova identità che vive una sorta di comunione estatica con la natura della zona. Tuttavia, a differenza del pensiero di un pioniere dell’ambientalismo come Emerson, il concetto di natura in Kamyš è più allargato e comprende anche il paesaggio industriale che ha subito il destino dell’abbandono. I palazzi di Pripijat commuovono per la loro nudità: quelli che erano luoghi di vita umana sono ora territori di conquista di altre specie vegetali e animali. Le foreste, le paludi e con esse i loro abitanti un tempo emarginati come lupi, cinghiali, linci paradossalmente sono le uniche creature sopravvissute al mito del progresso sovietico su cui Kamyš usa parole di scherno.

Nelle passeggiate nella zona riecheggia anche il mito di Ulisse, ovvero di colui che è costretto a viaggiare per ritornare a casa.

La vera felicità è che ci sarà il filo spinato …per andarsene il prima possibile e dimenticare tutto questo orrore. E scappare in qualche posto caldo, scrive Kamyš ed effettivamente il testo ripercorre un bisogno estremo di fuga a cui è necessario, come fattore d’equilibrio, la certezza del ritorno. La dimensione estatica raggiunta dallo scrittore ucraino, moderno sciamano, all’interno della zona proibita non può durare per sempre perché il rischio di perdersi totalmente sarebbe altissimo.

Sarà un nuovo reset. Tornerai a Kiev… Arriverai a casa e ti addormenterai come un bambino. Niente disturberà i tuoi sogni.

Kamyš si definisce un sognatore, forse uno degli ultimi in mondo che deve marciare serrato sotto i colpi frenetici del consumismo. Nella zona non esiste fretta, se non quella data dal fuggire dagli inseguimenti della polizia o dei branchi di lupi.

La trama della passeggiata è di una semplicità imbarazzante: cammini senza fretta e fantastichi su mille cose…Non c’è un motivo per perdersi nella pianura di Pripijat se non quello di farlo come gesto di ribellione e di riaffermazione della propria libertà e pace interiore.

Qui la mia anima si placa, si tranquillizza. Qui dormire, mangiare, condividere una magra cena a base di scatolette di carne e acqua del fiume contaminato è rispondere ad un’esigenza primaria e riscoprire gli stessi sentimenti che un tempo ebbero gli uomini delle caverne.

Che sia questo il nostro futuro, e Kamyš non sia una specie di profeta?

Chiara Rantini

L’ultimo giorno, poesie di Stefano Fortelli

di Chiara Rantini

fortelliStefano Fortelli, L’ultimo giorno (Versi dell’aldilà), Youcanprint, 2019

Un senso di vuoto pervade il lettore sin dai primi versi di questa silloge di Stefano Fortelli. Il poeta sembra prendere per mano il lettore e condurlo in un non-spazio, nel luogo, impossibile da descrivere, dell’assenza.

Si tratta di un “aldilà” che non ha nessun legame con un immaginario religioso o filosofico: forse è un desiderare un “aldilà” diverso dalla vita presente ma che è ancora privo di concretezza, se non altro simbolica. Desiderare e non sperare, perché la speranza sarebbe già una liberazione. Condannati a vivere in questo presente, fatto di “tempi morti e bui di inutile incoscienza”, ecco che la parola poetica pare essere l’unica espressione sincera, vera a cui prestare ascolto per salvarsi dal “limbo degli egoismi”.

La poesia ha in sé il suono di una voce collettiva, di una consapevolezza che mette in comunicazione chi soffre e resta impotente di fronte all’insensatezza di tanta parte delle vicende umane.

Ho paura fratello poeta:

paura che dall’altra parte del mondo

tu stia scrivendo le stesse parole

E tuttavia questa condizione di affratellamento non è una consolazione né un appiglio alla speranza in un futuro di cambiamento. Non resta che “sopravvivere”, muoversi in uno stato di costante asfissia, cercando di limitare i pensieri e resistere al tormento “dell’ossessione del tempo”.

Il poeta, come è tradizione letteraria, si ritira dal mondo rifugiandosi in una bolla costruita “tra il sogno e la rassegnazione” osservando ciò che è esterno a lui “senza esserne coinvolto”.

La delusione, la mancanza di speranza e la rassegnazione sono i segni caratteristici della poetica di Fortelli ma ciò non esclude che, nella lettura, non si avverta una tensione sotterranea, qualcosa di potenzialmente distruttivo che potrebbe implodere da un momento all’altro.

È certo che “realizzare la caducità ed accettarla” è una soluzione temporanea. La forza della vita continuerà a bussare sia che provenga dal passato o dal futuro e allora vedremo da quale luogo proverrà la voce poetica del nostro autore. Aspettiamo la prossima silloge.

 

 

Stefano Fortelli napoletano sui generis, animo mite ma ribelle, con il passare degli anni sviluppa una introversione ed un isolamento che lo portano sempre più spesso a riflettere su temi universali quali il fluire del tempo e della vita, il rimpianto, la disillusione, la coscienza, l’incertezza ed i tanti quesiti irrisolti che ci portiamo dentro.

In tempi recenti (2014) comincia ad utilizzare la penna per fissare su carta le sue meditazioni. Parallelamente partorisce una geniale idea artistica e coinvolgendo l’amico di una vita Corrado, fonda un duo artistico che si firma con lo pseudonimo ION.

https://www.youcanprint.it/poesia-generale/lultimo-giorno-versi-dellaldil-9788831649186.html )