ESTASI POST-NUCLEARE. UNA PASSEGGIATA NELLA ZONA di Markijan Kamyš

contentMarkijan Kamyš, Una passeggiata nella zona, trad. dall’ucraino di Alessandro Achilli, Keller ed., Rovereto (TN), 2019

Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš, giovane autore ucraino nato nel 1988, è una lettura che intriga, sorprende, conquista pur lasciando spazio a delle pause di riflessione tra un capitolo e un altro. La prima riflessione in realtà è una domanda: quale interesse può spingere un uomo a sacrificare gli anni migliori della propria vita per compiere un simile “viaggio di scoperta” proprio nei luoghi del terribile incidente nucleare del 1986?

Ho cercato una foto di Markijan: è magro, biondo con i capelli sottili, lisci e lunghi, il volto affilato. Il passo successivo è stato quello di leggere alcune informazioni biografiche. È nato due anni dopo il disastro di Chernobyl da un padre ingegnere atomico che fu tra coloro che dovettero “liquidare” il mostro. Markijan è rimasto orfano di padre all’età di 15 anni. Sappiamo che ha frequentato l’università a Kiev, laureandosi in Storia.

Nella Passeggiata scrive di sé al presente, del tempo in cui vive (tre giorni o un mese, non ha importanza) all’interno della zona proibita ma i riferimenti alla vita passata o anche a quella presente fuori dai confini dell’area contaminata si riducono ad alcuni vaghi cenni alla normalità urbana della capitale ucraina.

Il titolo del libro rievoca in me un’altra nota “passeggiata” letteraria, quella di Robert Walser. Tuttavia la differenza è enorme: se nella passeggiata dello scrittore svizzero il vagabondaggio era finalizzato all’incontro con altre grandi figure della letteratura, nel testo di Kamyš l’incontro è principalmente con se stesso, con quella parte del proprio essere liberata dalle scorie della vita convenzionale. Uscire dal tempo della vita quotidiana, dagli spazi socialmente controllati è sempre stato il tema del vagabondaggio letterario fin dal Romanticismo tedesco, passando per l’insurrezionalismo ambientalista di Thoreau fino alle forme di comunità autarchiche post sessantottine. Oltrepassare il filo spinato che separa la vita reale ma inautentica da quella sognata ma autentica costituisce una specie di rito della soglia (di cui Kamyš è un officiante) documentato nelle maggior parte delle religioni: l’iniziato depone l’uomo vecchio a favore di una nuova identità che vive una sorta di comunione estatica con la natura della zona. Tuttavia, a differenza del pensiero di un pioniere dell’ambientalismo come Emerson, il concetto di natura in Kamyš è più allargato e comprende anche il paesaggio industriale che ha subito il destino dell’abbandono. I palazzi di Pripijat commuovono per la loro nudità: quelli che erano luoghi di vita umana sono ora territori di conquista di altre specie vegetali e animali. Le foreste, le paludi e con esse i loro abitanti un tempo emarginati come lupi, cinghiali, linci paradossalmente sono le uniche creature sopravvissute al mito del progresso sovietico su cui Kamyš usa parole di scherno.

Nelle passeggiate nella zona riecheggia anche il mito di Ulisse, ovvero di colui che è costretto a viaggiare per ritornare a casa.

La vera felicità è che ci sarà il filo spinato …per andarsene il prima possibile e dimenticare tutto questo orrore. E scappare in qualche posto caldo, scrive Kamyš ed effettivamente il testo ripercorre un bisogno estremo di fuga a cui è necessario, come fattore d’equilibrio, la certezza del ritorno. La dimensione estatica raggiunta dallo scrittore ucraino, moderno sciamano, all’interno della zona proibita non può durare per sempre perché il rischio di perdersi totalmente sarebbe altissimo.

Sarà un nuovo reset. Tornerai a Kiev… Arriverai a casa e ti addormenterai come un bambino. Niente disturberà i tuoi sogni.

Kamyš si definisce un sognatore, forse uno degli ultimi in mondo che deve marciare serrato sotto i colpi frenetici del consumismo. Nella zona non esiste fretta, se non quella data dal fuggire dagli inseguimenti della polizia o dei branchi di lupi.

La trama della passeggiata è di una semplicità imbarazzante: cammini senza fretta e fantastichi su mille cose…Non c’è un motivo per perdersi nella pianura di Pripijat se non quello di farlo come gesto di ribellione e di riaffermazione della propria libertà e pace interiore.

Qui la mia anima si placa, si tranquillizza. Qui dormire, mangiare, condividere una magra cena a base di scatolette di carne e acqua del fiume contaminato è rispondere ad un’esigenza primaria e riscoprire gli stessi sentimenti che un tempo ebbero gli uomini delle caverne.

Che sia questo il nostro futuro, e Kamyš non sia una specie di profeta?

Chiara Rantini

L’ultimo giorno, poesie di Stefano Fortelli

di Chiara Rantini

fortelliStefano Fortelli, L’ultimo giorno (Versi dell’aldilà), Youcanprint, 2019

Un senso di vuoto pervade il lettore sin dai primi versi di questa silloge di Stefano Fortelli. Il poeta sembra prendere per mano il lettore e condurlo in un non-spazio, nel luogo, impossibile da descrivere, dell’assenza.

Si tratta di un “aldilà” che non ha nessun legame con un immaginario religioso o filosofico: forse è un desiderare un “aldilà” diverso dalla vita presente ma che è ancora privo di concretezza, se non altro simbolica. Desiderare e non sperare, perché la speranza sarebbe già una liberazione. Condannati a vivere in questo presente, fatto di “tempi morti e bui di inutile incoscienza”, ecco che la parola poetica pare essere l’unica espressione sincera, vera a cui prestare ascolto per salvarsi dal “limbo degli egoismi”.

La poesia ha in sé il suono di una voce collettiva, di una consapevolezza che mette in comunicazione chi soffre e resta impotente di fronte all’insensatezza di tanta parte delle vicende umane.

Ho paura fratello poeta:

paura che dall’altra parte del mondo

tu stia scrivendo le stesse parole

E tuttavia questa condizione di affratellamento non è una consolazione né un appiglio alla speranza in un futuro di cambiamento. Non resta che “sopravvivere”, muoversi in uno stato di costante asfissia, cercando di limitare i pensieri e resistere al tormento “dell’ossessione del tempo”.

Il poeta, come è tradizione letteraria, si ritira dal mondo rifugiandosi in una bolla costruita “tra il sogno e la rassegnazione” osservando ciò che è esterno a lui “senza esserne coinvolto”.

La delusione, la mancanza di speranza e la rassegnazione sono i segni caratteristici della poetica di Fortelli ma ciò non esclude che, nella lettura, non si avverta una tensione sotterranea, qualcosa di potenzialmente distruttivo che potrebbe implodere da un momento all’altro.

È certo che “realizzare la caducità ed accettarla” è una soluzione temporanea. La forza della vita continuerà a bussare sia che provenga dal passato o dal futuro e allora vedremo da quale luogo proverrà la voce poetica del nostro autore. Aspettiamo la prossima silloge.

 

 

Stefano Fortelli napoletano sui generis, animo mite ma ribelle, con il passare degli anni sviluppa una introversione ed un isolamento che lo portano sempre più spesso a riflettere su temi universali quali il fluire del tempo e della vita, il rimpianto, la disillusione, la coscienza, l’incertezza ed i tanti quesiti irrisolti che ci portiamo dentro.

In tempi recenti (2014) comincia ad utilizzare la penna per fissare su carta le sue meditazioni. Parallelamente partorisce una geniale idea artistica e coinvolgendo l’amico di una vita Corrado, fonda un duo artistico che si firma con lo pseudonimo ION.

https://www.youcanprint.it/poesia-generale/lultimo-giorno-versi-dellaldil-9788831649186.html )

Il Cantico dei Cantici. L’amore tra cronaca e segno 

di Daniele Marletta

chagall

L’importante è esagerare, titolava Iannacci. Ma a forza di esagerare è facile dire banalità.
Non ci aspettavamo nulla di particolarmente profondo da una lettura del Cantico dei Cantici fatta da Roberto Benigni. Non è un poeta, non è un esegeta, non è neppure un esperto di letteratura ebraica. Nessuna sorpresa, dunque, per gli imbarazzanti svarioni presi durante il suo spettacolo. Tralasciamo quindi di commentare la sua improbabile traduzione semipornografica e, già che ci siamo, sorvoliamo sul fatto che secondo lui questo Libro sarebbe entrato nel Canone delle Scritture quasi per caso. Sorvoliamo anche sull’inciso politicamente corretto di propaganda omosessualista per cui il Cantico “comprende ogni tipo di amore, anche tra donna e donna, tra uomo e uomo, l’amore per tutto”. Chiudiamo pure benevolmente un occhio su tutto o quasi. D’altra parte, ognuno ha il suo mestiere: se Aristotele si materializzasse tra noi per raccontare una barzelletta, nessuno riuscirebbe a ridere. Certo, Benigni sul palco dell’Ariston è riuscito invece a riscuotere i suoi consensi; a qualcuno è sembrato effettivamente profondo, e questo è di sicuro un inquietante segno dei tempi. Ma tralasciamo anche questo.

C’è una cosa, però, che non si può tralasciare, ed è proprio il fulcro su cui ruota tutta l’esposizione del Cantico che abbiamo udito dal nostro “piccolo diavolo”. Questo libro sarebbe infatti secondo Benigni un canto (o “una canzone”, come lui lo ha definito) solamente umano, solamente erotico. Solo una storia d’amore, un po’ alla Je t’ame… moi non plus di Serge Gainsbourg, con tanto di sospiri e gridolini. Siamo sicuri che il Cantico sia solo questo? È solo come canto erotico che è giunto fino a noi? Decisamente, Benigni non si avvede di una cosa semplicissima, e cioè del fatto che, preso così com’è, solo come canto erotico, il Cantico dei Cantici non è questa gran cosa. Se voglio leggere qualcosa di erotico – qualcosa che sia solo erotico – meglio leggere Alfred de Musset, o Il Diavolo in corpo di Radiguet, o magari Le con d’Irene di Luis Aragon. E per chi avesse gusti più facili dei nostri ci sono anche le cinquanta sfumature e l’altra spazzatura che l’industria editoriale vomita ogni anno sugli scaffali delle librerie. Insomma, ridotto alla sua quintessenza erotica – e soltanto erotica – il Cantico dei Cantici è solo un libro tra gli altri libri, appartenente tra l’altro a una cultura molto lontana dalla nostra, quindi anche più difficile da comprendere nelle sue metafore, meno immediato nella comprensione.

Ciò che veramente differenzia il Cantico dei Cantici da tutti gli altri libri erotici è proprio il principio per cui esso è entrato a far parte delle Sacre Scritture. L’idea che l’amore tra l’uomo e la donna possa essere metafora o, meglio ancora, icona dell’amore tra Dio e la Chiesa non è (come crede il comico) una sorta di escamotage per giustificare la presenza di questo strano Libro dentro la Bibbia. Questa idea è al contrario una intuizione assai più profonda, assai più rivoluzionaria di qualsiasi lettura meramente “erotica” del testo: la trasfigurazione dell’Eros; l’Eros che si mostra per quello che è realmente, spiritualmente. D’altra parte, il riferimento alla natura sponsale del rapporto tra Dio e il suo popolo è abbastanza frequente sia nella letteratura profetica che in quella sapienziale. Il Profeta Ezechiele, tanto per fare un esempio, si dilunga nel rappresentare il Popolo eletto che una donna di straordinaria e sensualissima bellezza. E quando i profeti parlano dei tradimenti, delle apostasie di quello stesso popolo, lo fanno sempre attingendo all’immaginario erotico, parlando di adulterio o di prostituzione. È sempre Ezechiele a non farsi problema nel descrivere quelle apostasie proprio rappresentando visivamente Israele nell’atto di prostituirsi alle nazioni straniere: «ad ogni crocicchio ti sei fatta un altare, disonorando la tua bellezza, offrendo il tuo corpo a ogni passante, moltiplicando le tue prostituzioni. Hai concesso i tuoi favori ai figli d’Egitto, tuoi vicini dal grande membro, e hai moltiplicato le tue infedeltà per irritarmi.» (Ez 16, 25-26)

Il Cantico dei Cantici, insomma, lungi dall’essere solo e soltanto “una canzone d’amore”, ci mostra che l’Eros non finisce qui sulla terra, che anzi giunge più in alto di noi, al di là di noi e delle nostre vite transitorie. Il Cantico ci insegna che l’amore umano per l’altro è già – di per sé – richiamo all’Altro e all’Altrove. Al di là della cronaca che la letteratura può farne, l’amore è un segno che ci insegna Dio.

INCONTRI FANTASTICI NELLA STORIA. LA NARRATIVA DI ALFREDO BETOCCHI.

di Chiara Rantini

In questa breve intervista conosciamo un autore emergente italiano, nato in Grecia ma residente a Firenze da molti anni, Alfredo Betocchi. Scrittore di romanzi, racconti, poesie e favole per bambini, negli ultimi anni ha dato alle stampe una trilogia sospesa tra il genere fantastico e quello storico: L’orologio della torre antica, La Maga Tara, Selina.

Come è nata in te la passione per la scrittura?

Cara Chiara, prima di tutto ti ringrazio di avermi dato questa opportunità. Poi devo confessare di essere nato in Grecia. Ho respirato sin da subito l’aria dell’Olimpo e il cibo degli Dei. Questo mi ha indirizzato verso l’amore per la Storia e gli studi classici. Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da piccolo. Scrivevo piccole storielle poi, da studente, come molti, ho scritto articoli politici su fogli ciclostilati. Con la maturità e la passione per lo studio della storia delle bandiere, ho cominciato a scrivere articoli in Italia e all’estero su periodici di settore. Infine nel 2007 ho avuto l’ispirazione per scrivere romanzi. Ramesse con logo

Oltre al romanzo, sei autore anche di racconti e di poesie. Che genere preferisci scrivere?

Sicuramente il mio genere preferito è quello storico, ma non disdegno scrivere d’amore e d’avventura. Sono nipote del poeta Carlo Betocchi ma non mi sono mai considerato un poeta. Le poesie sono state una simpatica parentesi che si è chiusa definitivamente. Ho pubblicato nel 2013, alcune poesiole in un volume intitolato: “I poeti contemporanei” edito da “Le Pagine”. Ho pubblicato pure un paio di favole buffe per bambini.

Parliamo della tua trilogia. Da dove nasce il tuo interesse per il mondo magico e la stregoneria?

E’ nata una notte di Luglio del 2007 quando sognai di un ragazzo che forse, ero io. Questi saliva una torre, su, fino in cima, dove incontrava uno spettro terrificante. Questo sogno mi rimase così impresso che decisi di metterlo per iscritto. Per gradi nacquero così la trama e i personaggi. Arretrando sempre più indietro nel tempo, arrivai alla fine del XIII secolo, tempo di Crociate e di lotte civili nell’antica Florentia, vicende che mi hanno sempre affascinato.

In tutti i tuoi romanzi, si alternano piani temporali diversi. Passato, presente e futuro convivono insieme nella stessa opera. È questa la caratteristica della tua scrittura?

Copertina CampanoIl tempo è un soggetto affascinante e mi è venuto spontaneo raccontare due storie ambientate in secoli molto distanti tra loro. All’inizio avevo in mente due trame, molto nebulose poi, pian piano, si sono rivelate nella mia mente trasferendosi sulla punta della penna. Tutti e tre i romanzi della “Trilogia delle Streghe” sono stati concepiti in questo modo.

I personaggi femminili sono sempre protagonisti. Cosa ti affascina del mondo delle donne?

Devo essere sincero, all’inizio del mio primo romanzo avevo l’intenzione di fare protagonista Enrico di Torrebruna, un nobile dell’aretino, poi l’incontro con Elodìa mi ha preso la mano e questa ragazza è diventata la vera star del libro. Nel secondo e nel terzo romanzo, la linea era già tracciata e le donne sono state i miei personaggi preferiti. E’ molto più intrigante raccontare una storia vista dalla parte delle donne e non so se, come uomo, ho centrato lo scopo. Trattandosi poi di streghe, era giocoforza occuparmi di personaggi femminili. La favola d’amore che racconto è originalissima e, al contrario delle favole tradizionali in cui il Principe Azzurro accorre per salvare la Principessa, qui è Lei la protagonista che salva il suo innamorato. E’ un romanzo tutto al femminile, dove le donne prendono in mano il loro crudele destino e lo rovesciano, creando prima un grande male e poi distruggendolo, con il loro coraggio e determinazione. Copertina mia

Cosa ti diverte di più nel mettere insieme generi diversi nello stesso romanzo, come il thriller, lo storico e il sentimentale?

Scrivere storie mi diverte sempre, qualsiasi genere io tratti. La scrittura è creazione e nel “maneggiare” i miei personaggi e il loro destino mi semto come un Demiurgo. Gli uomini non sono Dei perchè non conoscono il loro Fato. Gli scrittori invece sono come gli Dei, perchè conoscono il destino dei loro personaggi.

Nella tua trilogia, quale personaggio ha richiesto da te un maggior sforzo creativo? E perché?

Sicuramente la strega Elodìa, personaggio controverso, nato per amare ma che ha cambiato il suo amore in un odio secolare. Questa figura è nata in un secondo tempo, avendo necessità di un “cattivo” (in questo caso una “cattiva”) che traviasse e plagiasse una nobile fanciulla. A forza di retrocedere nel tempo, mi sono ritrovato nel XIII secolo. Un altro personaggio che mi ha veramente “provato” è stato il Gatto parlante, nato nel secondo romanzo ma che avrà un inaspettato sviluppo nell’ultimo libro.

Copertina SELINAProgetti futuri?

Dopo la pubblicazione del mio ultimo romanzo “RAMESSE XI”, ambientato nell’Egitto del 2012, con implicazioni nel 1077 avanti Cristo, spero di poter pubblicare “Aquileia”, ambientato nel 452 dopo Cristo, al tempo dell’invasione degli Unni di Attila in Italia. E’ un romanzo storico d’amore. Nel cassetto ho altre belle idee, già inizate…..fantascienza, storia, ancora amore. Vedremo.

Per finire, devo consigliare a chi fosse interessato ai miei libri, di rivolgersi direttamente a me sulla mia mail: abetocchi@yahoo.com oppure sulla Pagina Facebook : https://www.facebook.com/AlfredoBetocchiScrittore/

 

NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE

Alfredo Betocchi, nato ad Atene in Grecia, ha vissuto a Milano e infine a Firenze. In gioventù è stato membro dell’Ass. Scautistica Italiana. Ha conseguito il diploma di maestro elementare e ha frequentato la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere all’Università di Pisa. Ha viaggiato l’Europa per approfondire i suoi studi classici. Ha insegnato nelle scuole della sua città. Ha lavorato come economo e infine all’ufficio matrimoni del Comune di Firenze. E’ sposato ed ha un figlio. Appassionato di bandiere e di storia, ha pubblicato articoli su periodici italiani e stranieri del settore in varie lingue. Collabora con “Vexilla Italica” del Centro Italiano Studi Vessillologici. Ha scritto divertenti e curiosi articoli, come biografie di personaggi poco noti, tradizioni popolari italiane e musica su bimensili fiorentini (“INSIEME” edito dal Comune di Firenze e “IL GRILLO, edito dal DLF di Firenze). Ha pubblicato favole per bambini in “Acqualuna della Luna e altre Storie”, Ed. Luna Nera, oltre ad alcune poesie nell’antologia “I Poeti Contemporanei” e scritto racconti per ragazzi sul genere “Ai confini della realtà”. Amante del fantastico, nel 2010 ha pubblicato il primo romanzo della “Trilogia delle Streghe”dal titolo:

– “L’OROLOGIO DELLA TORRE ANTICAper l’Editore “Il Campano” di Pisa.

Nel 2013 è uscito il secondo libro dal titolo:

– “LA MAGA TARA ripubblicato nel 2017 dallo stesso autore.

L’ultimo romanzo della Trilogia,

SELINA, l’ultima strega, è uscito a Natale del 2016 per i tipi di “Virginia Editrice”.

Ha ancora nel cassetto in attesa di pubblicazione altri romanzi di vario genere: amoroso, avventuroso, storico e fantascientifico, oltre a racconti brevi per ragazzi di genere fantastico.

La Trilogia può essere acquistata direttamente dall’Autore contattandolo sul suo profilo Facebook

o alla Pagina “TRILOGIA DELLE STREGHE” o alla mail “abetocchi@yahoo.com

LE POESIE DI ANDREA ASCOLESE

di Chiara Rantini

Andrea Ascolese, Poesie, I Quaderni del Battello Ebbro, Corleone, 2019

 

Andrea Ascolese è attore, cantautore, formatore in ambito teatrale. E come spesso accade in questi casi, la poesia è quasi un inevitabile approdo. s-l300

Questa raccolta di poesie apparentemente disomogenea, ha come elemento unificante il tema del viaggio. Il viaggio inteso come excursus in altri mondi, lontani geograficamente e non solo. Il richiamo al teatro greco, agli eroi omerici e ai miti ripropone un percorso in cui l’autore intende traghettare il lettore nei luoghi della poesia.

“Oltrepassare il destino” come si legge in Traversata numero 28, potrebbe essere una meta da raggiungere ma lo stesso Ascolese, privo di certezze, sembra essere alla ricerca di un diario di bordo che lo guidi verso la parola essenziale, quella che ha in sé la pluralità di sfumature.

Alcune poesie affrontano tematiche esistenziali in cui è probabile sentire un richiamo autobiografico.

40 anni e sei in fuga

da chi?

da te stesso

forse da tuo padre

dalle tue paure (…)

Così è scritto nella poesia intitolata 40. Quaranta sono gli anni, a partire dai quali, ricorrono spesso domande retrospettiva sulla vita, sul senso che ha avuto e sul quello che vorremmo attribuirle in futuro.

imagesLe poesie di Ascolese raccontano il tortuoso percorso dell’uomo nella giungla delle emozioni, dei sentimenti e delle speranze, eternamente in cammino verso una chiarificazione del sé, di un Identikit che risponda alla voce della poesia, sempre sospesa tra finzione e realtà: il teatro del mondo.

 

 

Sei tu: il vascello fantasma

sulla mareggiata collinare,

il corsaro nero (…)

pirata del tempo!

BENESSERE IN NATURA

di Chiara Rantini

i beneficiIvan Genesio, I benefici delle esperienze in natura, Bambù edizioni, Firenze, 2019

 

Quale ruolo ha il tempo trascorso a contatto con la natura relativamente al benessere umano?

A tale domanda risponde l’autore in questo breve libro in cui si evidenziano i benefici delle esperienze fatte in ambienti naturali. Ivan Genesio spiega in modo semplice, esaustivo e accessibile a tutti, in cosa consistano tali benefici.

Nella nostra società consumistica l’idea di benessere è spesso collegata a un alto livello di vita ed è misurata in capacità di acquisto e disponibilità di beni materiali. Sappiamo bene però che questi indicatori non dicono niente del nostro benessere interiore.

Il libro si divide in due parti: la prima mette in evidenza i fenomeni percettibili che avvengono nel nostro corpo e nella nostra psiche ad ogni nuova immersione nella natura; nella seconda parte sono trattati i fenomeni impercettibili. SDC12042

Dei fenomeni percettibili, tutti legati ai cinque sensi è abbastanza intuitivo scrivere anche se purtroppo non è mai abbastanza per convincere la maggior parte dell’umanità a cambiare stile di vita, ma dei fenomeni impercettibili è interessante approfondire alcuni aspetti. Ivan Genesio che nella vita è un fisico e una guida ambientale, analizza tutti quegli elementi che in natura contribuiscono a migliorare la nostra condizione psico-fisica senza che noi possiamo esserne consapevoli. Ecco allora che il lettore verrà condotto alla scoperta del “forest bathing” e della conseguente azione benefica dei fitoncidi, composti organici volatili con azione antimicrobica. Scopriremo inoltre quale importante ruolo abbia nel rafforzamento del nostro sistema immunitario e sul miglioramento dell’umore, la carica di elettricità nell’aria e la biodiversità intestinale che possiamo sperimentare solo negli ambienti naturali. Stare lontano dalla natura porta ad uno stato di squilibrio generale che predispone il nostro corpo ma anche la nostra psiche ad essere preda di malattie e condizioni di profondo malessere.

“Secondo gli esperti ci restano solo due generazioni per salvare il pianeta” ci ricorda l’autore del libro, sottolineando quanto siano importanti pubblicazioni di questo tipo per sensibilizzare la popolazione a un diverso approccio all’ambiente naturale perché non ci si limiti solo alla tutela ma alla partecipazione attiva ed esperienziale nei molteplici contesti che la natura può offrire.

Preghiera per Černobyl’, voci dall’inverno nucleare.

preghiera per chernobyldi Chiara Rantini

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni e/o, Roma, 2018

Svetlana Aleksievič è una giornalista ucraina nata nel 1948. È una scrittrice appassionata della realtà e per questo non ha avuto vita facile nell’ex-Unione Sovietica.

Durante la sua carriera viene più volte ostacolata in virtù della sua sete di verità e solo nel periodo della perestrojka riesce a pubblicare i suoi libri migliori, romanzi in cui la realtà dei fatti è l’unica grande protagonista, spesso una realtà dura, vissuta da chi è stato dimenticato dalla storia.

Preghiera per Černobyl’ è stato scritto circa dieci anni dopo il terribile disastro alla centrale nucleare. Nel 1997 viene pubblicato e poi tradotto in molteplici lingue. Nel 2001 l’autrice ha compiuto una revisione del testo da cui è stata tratta l’edizione italiana.

Questo libro non è un reportage perché non possiede la freddezza tipica dello stile giornalistico ma non è un saggio perché non ha alcuna pretesa scientifica di spiegare le cause del disastro nucleare. Giusto sarebbe definirlo un “monumento scritto alla memoria” perché esso raccoglie le testimonianze di coloro che hanno visto entrare nella loro vita il “mostro” nucleare.ce

La Terra è improvvisamente diventata piccola. Abbiamo perso l’immortalità: ecco cosa ci è capitato. Abbiamo perso il senso dell’eternità. (Testimonianza di un insegnante)

Svetlana ha ascoltato tutte le voci, da quelle dei bambini a quelle degli anziani, riuscendo persino a far parlare la natura, gli alberi, gli animali e gli oggetti inanimati, autentici custodi della memoria.

Da ciò è nato un romanzo corale di un mondo sofferente che non vuole essere dimenticato. Romanzo corale quindi, ma anche testo filosofico perché proprio a partire dalle testimonianze sorgono molti quesiti di natura esistenziale. Primo tra questi, ovviamente, il valore della vita umana. La parola che ricorre più frequentemente nei racconti di chi ha vissuto l’immane tragedia è guerra. Ci potrebbe stupire ma ciò che hanno vissuto milioni di abitanti di quelle zone è proprio qualcosa di paragonabile a uno stato di guerra. Vaste aree dell’Ucraina e della Bielorussia sono passate sotto il controllo militare e quel poco di libertà di cui i cittadini potevano godere è stato sostituito dalla legge marziale in cui non c’è spazio per la comprensione degli eventi ma solo cieca obbedienza e obbligo di sottomissione.

Domande: “Che mezzi di protezione verranno distribuiti? Ci consegneranno delle tute speciali e dei respiratori?” La risposta era stata no. “È previsto che si scavi solo con i badili”. A parte due giovani insegnanti che si sono rifiutati, tutti gli altri hanno obbedito. (…) Ho forse mai insegnato qualcosa di diverso ai miei alunni? No, solo questo: andare dove occorre, gettarsi nel fuoco, difendere, sacrificarsi. La letteratura che ho insegnato non parlava della vita ma della guerra. (Testimonianza di un’insegnante)chernobyl-ruota-panoramica-maxw-824

Gli uomini giovani e forti (operai, elettricisti, camionisti ecc.) furono richiamati per essere inviati tra le fauci del mostro totalmente sprovvisti di protezioni necessarie sia a livello fisico che psicologico. Il pericolo veniva esorcizzato con la vodka e con una buona dose di propaganda per cui questi giovani erano eroi immolati sull’altare della patria sovietica. Furono definiti paradossalmente liquidatori perché inconsapevolmente stavano “liquidando” un intero paese, un sistema che nel disastro di Černobyl’ aveva raggiunto il suo apice di decadenza. Tutte le testimonianze sono concordi nel dire che dopo l’incidente nucleare nullaavrebbe potuto essere uguale a prima. Molti villaggi furono sepolti sotto molteplici strati di terrascomparendo per sempre dalle cartine geografiche. Questi uomini “liquidarono” la loro terra ma furono anche liquidati perché, una volta tornati alle loro case e alle loro occupazioni ebbe inizio una lunga agonia fatta di ricoveri, sofferenza, strazio per le famiglie.

chernobyl-pripyat_08Abbiamo tutti quanti partecipato …a un crimine…A una congiura. (Testimonianza di un ispettore per la protezione della natura)

Combattere una guerra con le armi e gli eserciti tradizionali sarebbe stato più semplice. Lottare contro un nemico silenzioso e invisibile penetrato in ogni istante e frangente della vita quotidiana ebbe un effetto devastante per la popolazione. Molti si arresero scegliendo di restare in uno stato di incoscienza nella consapevolezza che nessuno li avrebbe aiutati.

Quando perdi la sicurezza di una vita normale restano solo le radici a cui attaccarsi.

Preghiera per Černobyl è un libro che parla di un evento passato proiettato nel futuro: un futuro che potrebbe toccare ognuno di noi.

Quando morirò non seppellitemi al cimitero, il cimitero mi fa paura, ci sono soltanto morti e cornacchie. Seppellitemi nei campi… (Testimonianza di una bambina)
Il male, in sostanza, non è qualcosa a se stante, ma è privazione del bene, così come il buio non è altro che assenza di luce. (Testimonianza di un fuggitivo, un pellegrino, un folle-in-Cristo)